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La scelta di Biden contro la Cina

L’Europa ha tutto da perdere da una nuova guerra fredda contro la Cina. Ma anche gli Usa non hanno fatto bene i conti con la propria economia. Una puntuale analisi di Guido Salerno Aletta sulla fallace bellicosità di Biden e degli Usa contro la Cina.

“Per Biden, e per tutto il G7, il problema cruciale non è riuscire a fare blocco contro la Cina ma di rimettere al centro la crescita delle loro economie: le sfide ambientali e tecnologiche, altrimenti, sarebbero solo un bluff”.

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Assai meno paludati dei media italiani, nel resto dell’Europa non sono stati infrequenti nei giorni scorsi giudizi assai ruvidi sulla visita del Presidente americano Joe Biden, per il G7 presieduto dalla Gran Bretagna: “Viene per arruolarci contro la Cina”.

Una prospettiva davvero temibile, secondo Henry Kissinger, che alla fine di marzo scorso è intervenuto via Zoom alla Chatman House: gli Usa devono trovare un’intesa con la Cina per un nuovo ordine globale al fine di assicurare la stabilità, o il mondo si troverà a fronteggiare un periodo denso di pericoli, come quello che precedette la Prima Guerra Mondiale.

In Europa, a quei tempi,  conflitti perenni venivano affrontati in modo estemporaneo, finché ad un certo punto non si perse il controllo di uno di questi. Ma, stavolta, con gli armamenti nucleari, si corre il rischio di distruggere l’intero genere umano.

E’ una scelta cruciale, a mezzo secolo esatto dal viaggio segreto che lo stesso Kissinger fece in Cina per preparare lo storico incontro tra Richard Nixon e Mao Tse-Tung che sancì l’avvicinamento volto ad isolare l’URSS anche da Oriente.

Sono una sorta di monarchi elettivi, i Presidenti statunitensi, capaci di plasmare a loro piacimento la politica estera sulla base di una sempre diversa visione del mondo.

Per limitarci a questo secolo, l’Europa si è trovata dapprima di fronte alla chiamata alle armi di George Bush Jr., per combattere il terrorismo internazionale in Afghanistan, colpevole dell’attentato alle Torri Gemelle nel settembre 2001, e subito dopo a condividere la responsabilità politica della invasione dell’Irak, visto che Saddam Hussein minacciava la stessa sopravvivenza di Israele avendo la “disponibilità di armi di distruzione di massa”.

La politica estera di Barak Obama non fu meno irruenta, animata dal proposito di un “nuovo inizio” nelle relazioni con il mondo islamico nel Mediterraneo meridionale ed orientale, sostenendo apertamente le primavere arabe che hanno squassato la stabilità dell’area e le pluridecennali relazioni internazionali: ribaltando a favore della Turchia, da allora onnipresente e rampante, il ruolo di pivot che era saldamente detenuto dall’Egitto; interrompendo bruscamente le ottime relazioni dell’Italia con la Libia; sostenendo la rivolta in Siria contro il Premier Assad, che ha determinato una lunghissima guerra per procura al cui esito Russia e Turchia hanno marcato un ampliamento delle proprie sfere di influenza; dando corso alla resistenza contro l’Isis, presenza che si è manifestata per anni in modo tanto tentacolare quanto enigmatico.

La Presidenza di Donald Trump è stata ancor più dirompente, sin nel G7 di Taormina alla sua prima sortita internazionale: strapazzò tanto brutalmente gli alleati europei da far affermare alla Cancelliera Angela Merkel che, così facendo, gli Usa avevano spezzato un rapporto di solidarietà ormai storico.

Gli Imperi hanno relazioni multiformi con gli altri Stati, Clienti da una parte e Nemici dall’altro. Anche quelle degli Usa hanno subito evoluzioni strumentali: dal sostegno alla Germania di Weimar per farne un bastione di fronte al possibile dilagare del comunismo sovietico dopo la Rivoluzione d’Ottobre, alla convergenza con l’URSS contro il Terzo Reich che aveva dilagato in tutta l’Europa; dall’avvicinamento alla Cina di Mao Tse-Tung dal 1972 per circondare l’URSS, essendo divenuta quest’ultima sotto la Presidenza di Harry Truman il nemico esistenziale dell’Occidente, al tentativo di Obama di isolare strategicamente la Russia sul versante Atlantico e la Cina su quello Pacifico, mediante la stipula dei due Accordi commerciali paralleli, TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e TPP (Transpacific Trade Partnership).

La Presidenza Trump ha cambiato nuovamente strada, ritirando gli Usa dagli accordi appena stretti dal suo predecessore: da quello di Parigi sul clima al TPP in attesa della ratifica da parte del Congresso, fino al recesso unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) stipulato con l’Iran per bandire l’arricchimento dell’uranio a fini militari, revocando sanzioni ultratrentennali.

Nei confronti non solo della Cina, ma di tutti i partner commerciali, Trump ha martellato incessantemente per un riequilibrio dei saldi, strutturalmente  in rosso per gli Usa, imponendo dazi alla prima  e minacciandoli agli altri. Con risultati non solo assai esigui, ma soprattutto con un obiettivo incompatibile con lo scambio imperiale: occorre legare a sé i Clienti assorbendone la produzione, in cambio della loro soggezione militare.

La insostenibilità degli squilibri commerciali americani, ed il precipitare della posizione finanziaria internazionale netta, tale per cui gli Usa sono divenuti il principale debitore del mondo, hanno incrinato la leadership globale degli Usa.

Di conseguenza, la Cina ha iniziato a presidiare direttamente il Mar Cinese meridionale e le sue rotte commerciali, così come fece ad inizio Novecento la Germania con la Legge Navale che scosse irrimediabilmente l’Inghilterra, e l’Ue a riflettere sulla costituzione di un esercito europeo.

La Cina e l’Europa tendono a diventare militarmente autonome in quanto è venuto ad esaurirsi il loro ruolo di Clienti commerciali degli Usa. D’altra parte, se la Cina rappresenta già da anni il cuore pulsante dell’area del pianeta in cui si registra il maggior tasso di sviluppo economico, anche l’Europa, che è divenuta mercantilista [economia orientata alle esportazioni, NdR] sulla scia della Germania, non può che guardare a Pechino per i propri sbocchi commerciali.

Questo è ciò che preoccupa Biden, visto che Pechino già intesse relazioni economiche di tipo imperiale, iniziando dai Paesi fornitori di materie prime.

La deindustralizzazione americana, iniziata negli anni Ottanta, è stata accelerata enormemente dall’ingresso della Cina nel Wto, dal 2001. L’Europa ha vissuto un duplice processo di delocalizzazione produttiva, sia all’interno dell’Unione che verso l’esterno. Solo la Germania ha costruito un sistema di subfornitori, di cui fa parte l’Italia settentrionale, da cui trae un rilevante beneficio olistico.

La NGUE (il fondo Next Generation UE), complice la crisi sanitaria, rappresenta il disperato tentativo di contrastare l’ondata dei sovranismi e dei populismi che negli anni scorsi ha minato il disegno europeo, per uscire dalla morsa del mercantilismo e della competizione basata sulla contrazione dei salari e sulla precarietà del lavoro: i debiti degli Stati si sono ingigantiti, per ora solo per finalità assistenziali, e ad essi si aggiungerà quello contratto direttamente dalla Unione.

Parimenti negli Usa, il debito pubblico ha superato ogni record, di recente per finanziare le spese di investimento che si aggiungono ai colossali sostegni disposti negli scorsi 24 mesi per evitare il collasso socio-economico.

Per Biden, e per tutto il G7, il problema cruciale non è riuscire a fare blocco contro la Cina ma di rimettere al centro la crescita delle loro economie: le sfide ambientali e tecnologiche, altrimenti, sarebbero solo un bluff.

*da Milano Finanza

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