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“Anche le mance devono essere tassate”. Nei tribunali c’è qualche problema

E’ ancora viva l’indignazione di massa per l’inaccettabile condanna di Mimmo Lucano da parte della procura di Locri e la magistratura, nella sua istituzione più alta, ha prodotto un’altra sentenza – su tutt’altra materia – che lascia quantomeno sgomenti e solleva qualche interrogativo.

E’ vero che le leggi e le sentenze hanno uno stretto rapporto con il contesto storico in cui vengono emesse, ma i casi limite stanno diventando frequenti.

Con una sentenza depositata giovedi,  la Corte di Cassazione ha infatti deliberato il pagamento delle tasse anche sulle mance. E lo fa con una interpretazione originale dell’ articolo 51 del Testo unico delle imposte sui redditi, nel testo introdotto dalla riforma Irpef del 2004. Il testo prevede, infatti, una nozione onnicomprensiva di reddito da lavoro dipendente, non più limitata al solo salario percepito dal dipendente dal suo datore di lavoro.

Nella definizione in vigore rientrano dunque tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo di imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, ma collegate al rapporto di lavoro. E quindi anche le mance che, anche quando non sono ricevute direttamente dal datore di lavoro, hanno origine dal rapporto subordinato e costituiscono un’entrata “sulla cui percezione il dipendente – scrive la Corte – può fare, per sua comune esperienza, ragionevole, se non certo affidamento”.

Con la sentenza 26512 depositata giovedi, i giudici della Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate impegnata in un contenzioso con il concierge di un lussuoso Hotel a 5 stelle della Costa Smeralda. Ad avviso del fisco le generose mance dei vacanzieri avevano portato nelle tasche del dipendente dell’albergo circa 84 mila euro di mance in un solo anno. Denaro, elargito dalla ricca clientela in cambio della cortese accoglienza, ma che l’Agenzia delle Entrate aveva catalogato come reddito da lavoro dipendente non dichiarato. Insomma una vera e propria “zaccagnata” verso leggende come le ricche mance lasciate da Frank Sinatra o da personaggi dello spettacolo nei ristoranti o negli alberghi dove venivano ospitati.

Contro l’accusa di evasione mossagli dall’Agenzia delle Entrate, il concierge si era rivolto ai giudici della Cassazione, sottolineando che l’Amministrazione non poteva contare su nessuna norma a sostegno della sua tesi. La Commissione tributaria regionale, tra l’altro, aveva riconosciuto le argomentazioni del lavoratore. Secondo i giudici tributari, Tuir alla mano, le regalìe non potevano essere considerate tassabili perché non comprese nel reddito da lavoro dipendente.

Giovedi però è arrivata la doccia fredda della Corte di Cassazione. Le mance non “dichiarate” al fisco, rientrano nel quadro normativo che detta una sola linea per il reddito da lavoro dipendente, sia ai fini fiscali sia contributivi. I giudici di legittimità avvertono dunque che “in tema di reddito da lavoro dipendente, le erogazioni liberali percepite dal lavoratore dipendente, in relazione alla propria attività lavorativa, tra cui le cosiddette mance, rientrano nell’ambito della nozione onnicomprensiva di reddito fissata dall’articolo 51, primo comma, del Dpr 917/1986, e sono pertanto soggette a tassazione”.

Quello che i giudici della Corte di Cassazione ignorano o sottovalutano, è che la loro sentenza – emessa su un caso di “gamma alta” – “in basso” rischia di diventare devastante per milioni di lavoratrici e lavoratori che vedono nelle “mance” una vera e propria componente salariale a fronte di retribuzioni basse o bassissime.

Pensiamo ai rider che consegnano la cena, a baristi e camerieri, ai facchini che si incollano i mobili su per le scale. In moltissimi di questi casi – qualora non siano totalmente al nero – le retribuzioni sono basse o bassissime proprio perché i datori di lavoro adombrano la possibilità di integrarle con le “mance” dei clienti.

Delle due l’una: o si introduce per legge un salario minimo dignitoso che dissuade da retribuzioni vergognose, oppure con sentenze come queste – in nome della legge – si rischia di incentivare il ricorso al lavoro nero e irregolare.

Che la legge possa arrecare danni alla giustizia sta diventando fin troppo frequente. Questo paese e la sua magistratura hanno un problema serio.

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1 Commento


  • Manlio+Padovan

    Siamo sempre di fronte ad una classe politica di cialtroni.
    Non è possibile che non ci si renda conto che quando si fanno le leggi bisogna avere idee e volontà chiare; “il reddito” è quanto entra senza sotterfugi e senza scuse, di cui approfittano sempre gli evasori fiscali.
    Il signore in questione avrebbe avuto un reddito di 84.000 euro esentasse!
    Bene ha fatto la Cassazione; ma bene farebbero i politici a mettere ordine nella faccenda.

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