Tra le molte sorprese di queste prime settimane delle “nuova America” c’è sicuramente il fatto che molti “euro-atlantici tutti di un pezzo” si vanno rapidamente trasformando in anti-americani senza se e senza ma.
Come innamorati traditi – o servitori in odore di licenziamento – si profondono in manifestazioni di astio totale così come prima si prostravano in salamelecchi imbarazzanti, sordi ad ogni constatazione negativa, pur impossibile da negare.
Lasciamo perdere gli ideologi puri e duri, che non offrono informazioni serie oggi così come non le fornivano ieri, quando l’America aveva sempre ragione ed era “il tempio della democrazia”.
Prendiamo invece in considerazione gli “esperti”, in primo luogo gli economisti o anche soltanto i giornalisti economici. Ad esempio Federico Fubini, editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera.
Tutti ne ricordiamo i pensosi pezzi in cui pretendeva di insegnare al lettore non specialista che gli Stati Uniti avevano non solo un’economia fantastica, un sistema finanziario di prim’ordine, un’etica degli investimenti invidiabile, una generosità nei confronti del mondo che sfiorava la santità, ecc, ma anche che tanta perfezione – tranne qualche spiacevole scivolone temporaneo (la bolla della new economy all’alba del millennio, la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers subito dopo, ecc) – era praticamente immortale. A prova di bomba.
Improvvisamente, ieri mattina, ci ha rivelato che la realtà vera è l’opposto.
In estrema sintesi:
– gli Stati Uniti hanno “un debito pubblico enorme”, il 120,7% del Pil; che però significa quasi il 33% del Pil mondiale;
– hanno un deficit annuale medio del 6,3% del Pil (nella UE si rischiano procedure di infrazione pesantissime quando si supera il 3%), il che implica quasi 2.000 miliardi di nuove emissioni di titoli del Tesoro ogni anno, ovvero quasi il 2% del Pil mondiale da convogliare verso Washington;
– a questo nuovo debito annuale si deve però sommare altri 1.000 miliardi di dollari di debito delle agenzie semi-pubbliche e per tagli alle tasse fatti senza copertura, il che porta a 3.000 la cifra da reperire ogni anno;
– deve finanziare questo nuovo debito e coprire il rifinanziamento dei titoli in scadenza senza però fare aumentare i rendimenti (gli interessi da pagare), altrimenti rischia un aumento esponenziale del “servizio del debito” e quindi del monte debiti stesso (è quello che è accaduto all’Italia dal 1981, quando – con il debito pubblico al 60%! – Andreatta decise che la Banca d’Italia non doveva più partecipare alle aste dei titoli del Tesoro);
– nessuna banca centrale del pianeta sarebbe più disposta a comprare altri Treasury, visto che già ne sono piene fino all’orlo (800 miliardi la Cina, 1.100 il Giappone, cifre simili per l’Arabia Saudita, le petromonarchie del Golfo, ecc).
Nell’insieme, come abbiamo scritto più volte, da decenni gli Stati Uniti campano alle spalle del mondo, pagando con perline colorate chiamate “dollari” qualsiasi merce o servizio importano.
Il giochino è diventato insostenibile e il mondo da anni sta facendo di tutto per farlo capire ai diversi occupanti della Casa Bianca nonché al direttivo della Federal Reserve (la banca centrale Usa). I cinesi, per esempio, lasciando scadere i titoli (incassando quindi il capitale prestato e gli interessi maturati) senza sottoscrivere nuove emissioni o riducendo di molto la quota rispetto a quelle scadute.
Più in generale, la nascita dei Brics e il successo clamoroso che va riscuotendo questa alleanza puramente economico-commerciale (sono già diventati undici paesi, tra cui Arabia Saudita e Iran, e altre decine hanno presentato domanda di adesione) sta preparando il terreno per un mondo in cui la maggioranza delle popolazioni farà a meno del dollaro e del sistema di pagamenti Swift, altrettanto controllato dagli Usa.
A quel punto il patatrac statunitense sarà questione di tempo. Ma non molto perché, se nessuno più “presta” all’Americala quantità crescente di denaro necessaria per andare avanti as usual, il ciclo di quell’economia “perfetta” ha le ore contate.
Le amministrazioni “democratiche”, come sappiamo, hanno provato a risolvere questo problema “strutturale” prorogando oltre misura una politica di “espansione dell’egemonia” sul mondo, fisicamente rappresentata – in Europa – dall’allargamento a Est della Nato e dalla dissoluzione militare, o tramite “primavere arabe”, dei regimi mediorientali “non allineati”.
Ma anche questa strategia ha raggiunto il limite operativo. La Russia, invadendo l’Ucraina, ha messo il suo stop invalicabile (possiede un arsenale nucleare equivalente a quello Usa). L’”asse della resistenza” in Medio Oriente ha provato a fare altrettanto, a prezzi più alti e forse meno fortuna (da quelle parti l’atomica ce l’ha – illegalmente – solo Israele), ma seminando egualmente di ostacoli il percorso.
Dunque l’America ha partorito il “trumpismo” per risolvere il problema strutturale di cui solo ora parla anche Fubini lamentando che prima fosse “discusso di rado” (soprattutto grazie a quelli come lui…).
E come pensa di risolverlo? Con un ricatto alla texana, con qualche somiglianza alle “proposte che non si possono rifiutare”, in stile Padrino.
– far accettare titoli con durata anche di un secolo – 100 anni! – con rendimenti bassi come quelli attuali (poco più di zero, come differenziale rispetto all’inflazione);
– dazi punitivi su alleati e non per convincerli a finanziare ancora il debito Usa;
– minaccia di ritirare “l’ombrello protettivo” dell’esercito Usa;
– imporre l’uso delle stablecoin statunitensi (criptomonete private, ma garantite da depositi in dollari) come mezzi di pagamento digitale alternativi a tutte le altre monete nazionali mondiali (anche digitali), in modo da convogliare presso conti Usa denaro attualmente depositato altrove, soprattutto in Europa (causa sanzioni e minacce, infatti, molti paesi anche importanti non hanno un interscambio monetario “libero” con l’area del dollaro).
Cosa significa, complessivamente, questo insieme di azioni? In primo luogo “spostare il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri”, come teorizzato apertamente da Stephen Miran, nuovo presidente del Consiglio degli advisor economici della Casa Bianca.
Ovvero, sintetizza il “pentito” Fubini, “far pagare a noi una quota del debito americano”.
Non che sia una novità, come meccanismo. Di nuovo c’è la dimensione colossale dell’operazione monetario-finanziaria, quindi la portata catastrofica di una appropriazione di valore (di plusvalore, potremmo dire in altro linguaggio) destinata a prolungare un “privilegio esorbitante” che non riguarda neanche più l’intero popolo statunitense, ma una ristretta pattuglia di poche migliaia di miliardari “tecno” o squali di Wall Street che pretende – essendo al potere – di pagare ancora meno tasse.
Ma la quantità diventa qualità, notoriamente. La dimensione colossale della sottrazione di ricchezza dal resto del mondo – dalla parte del mondo che può essere raggiunta, quindi soprattutto dalla vigliacchissima Europa degli ultimi 30 anni – si traduce necessariamente in “sottrazione della sovranità monetaria”.
Che a quanto pare è l’unica vera “sovranità” che gli “antisovranisti” di ieri sono ora disposti a difendere. Si vede che dipende da quanto è gonfio il portafoglio che hanno in tasca…
Ah… per concludere. Il Fubini non parla affatto di quel che stanno intanto facendo, all’interno degli Stati Uniti, per tagliare la spesa pubblica secondo lo stile Musk-Milei (“afuera!”). Si va dal licenziamento in tronco di decine di migliaia di impiegati pubblici alla progettata cancellazione del dipartimento dell’istruzione (che implica la privatizzazione totale del sistema scolastico), fino all’harakiri della chiusura di agenzie come UsAid, protagoniste – tramite la scusa ufficiale degli “aiuti” – di tutte le “rivoluzioni colorate” (da diecimila a trecento addetti, praticamente un azzeramento).
Buona lettura.
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Trump e il complotto contro l’Europa: le due strategie per dare l’assalto all’euro (e nascondere le fragilità Usa)
Federico Fubini – Corriere della Sera
L’America di Donald Trump ha un tallone d’Achille. È sotto gli occhi di tutti, eppure viene discusso di rado. È la ragione di fondo che spinge il presidente a cercare di intimidire gli altri Paesi – alleati o no – con minacce e misure sui dazi. È anche la ragione che lo spinge ad accelerare sulle monete digitali, non solo e non tanto le criptovalute ma soprattutto gli stablecoin (le “valute” digitali private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente).
Le due strategie insieme convergono in un assalto all’Europa e all’euro e contribuiscono a spiegare molte delle mosse dell’amministrazione americana.
Lo so che suona come fantapolitica, ma non dovete credere a me: è tutto negli ordini esecutivi e nelle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione americana delle ultime settimane.
Oggi cercherò dunque di unire i puntini per mostrare una tendenza di fondo: la sua stessa vulnerabilità sta spingendo Trump verso un attacco alla sovranità europea. Alcuni dei principali responsabili di politica economica nell’area euro per fortuna ne sono consapevoli. La speranza è che il sistema politico europeo reagisca, perché ne ha gli strumenti: a cominciare dal progetto dell’euro digitale. Vediamo perché.
Qual è il tallone d’Achille di Trump? Esso è prodotto dall’enorme e crescente deficit pubblico, che obbliga gli Stati Uniti a trovare ogni anno compratori di titoli del Tesoro per almeno duemila miliardi dollari in più – rispetto all’anno precedente – sperando di non dover aumentare gli interessi offerti per attrarre investimenti.
Se Trump fallisse in questa missione, se non riuscisse a contenere il peso del debito pubblico e ad assicurarne il finanziamento senza problemi, allora sarebbe destinato a fallire anche nella sua promessa più importante agli elettori: confermare nel 2026 i tagli alle tasse per le imprese già varati nel suo primo mandato (dal 35% al 21%) e di rafforzarli fino al 15%.
Qui entriamo in gioco noi europei, in due modi. In primo luogo, perché agitare la minaccia di dazi punitivi per Trump e la sua squadra è un sistema volto a obbligare altri Paesi a comprare e detenere più titoli di Stato americani; in questo modo gli Stati Uniti potrebbero finanziare il loro crescente deficit pubblico, tenendo sotto controllo i tassi d’interesse sul debito.
In sostanza, Trump sta cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare più debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.
In secondo luogo, noi europei siamo chiamati in causa perché gli “stablecoin” emessi in America potrebbero diventare mezzi di pagamento alternativi all’euro in Italia e negli altri Paesi dell’area; già solo attuare il progetto di soppiantare in parte l’euro in Europa con degli “stablecoin” americani – in sostanza, con dollari digitali – aiuterebbe non di poco sempre allo stesso scopo: finanziare i vasti e crescenti squilibri finanziari del governo degli Stati Uniti.
Fin qui, non lo nego, suona tutto come teoria del complotto. Starete pensando che io sia leggermente paranoico. Può darsi. Ma da ora in poi parlerò dei dati, delle dichiarazioni e dei documenti ufficiali che – in modo diretto – danno sostanza alla mia interpretazione.
Il problema di Trump è che il deficit federale americano è tale da creare un fabbisogno di dimensioni eccessive non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo.
Secondo i dati della Federal Reserve di St Louis, il disavanzo del governo nel 2024 è al 6,3% del prodotto lordo e il debito al 120,7%. Entrambi cresceranno nei prossimi anni, anche più rapidamente se Trump confermerà e rafforzerà i tagli fiscali in scadenza dal 2026. Ma questi numeri in sé a priori non sono insostenibili; il Giappone ha gestito per decenni deficit simili e un debito pubblico più alto di quello americano.
Ciò che rende l’America speciale sono le sue dimensioni: con un prodotto lordo di oltre 29 mila miliardi di dollari nel 2024, pesa per il 27% di un Pil della Terra da circa 109 mila miliardi.
Ora, il fabbisogno di finanziamento del deficit e dunque i titoli in più che ogni anno il Tesoro di Washington deve piazzare a investitori pubblici e privati, sono una somma molto vasta per il mondo: come si vede dai dati ufficiali, 1.958 miliardi di dollari solo nel 2024, pari all’1,8% del Pil mondiale. E quelle sono solo le nuove emissioni nette, che si sommano ai 40 mila miliardi di dollari di debito – poco meno di metà del Pil del mondo, grafico sopra – già presenti nei portafogli di privati, fondi, banche e banche centrali del pianeta e da rinnovare in parte ogni anno (il dato qui include il debito di agenzie garantite dal governo come Fannie Mae e Freddie Mac).
Quei duemila miliardi l’anno in più che il Tesoro americano deve attrarre da nuovi investitori ogni anno, si sommano al nuovo debito delle agenzie semi-pubbliche e ai piani di tagli alle tasse destinati a costare altre centinaia di miliardi l’anno.
In sostanza, il governo americano deve rastrellare ogni anno quasi tremila miliardi di dollari in più dal mercato mondiale e dalle banche centrali degli altri Paesi. E deve farlo agli attuali rendimenti. Se quelli salissero, i tassi sul debito pubblico e privato in America diventerebbero pesanti; il Paese rischierebbe una grave recessione, con conseguenze potenzialmente deleterie per il dollaro, per il suo status di grande moneta di riserva del mondo e per un mercato azionario di Wall Street già oggi molto fragile e squilibrato.
Ma tremila miliardi di nuovi titoli pubblici e semi-pubblici di Washington da piazzare in più ogni anno non sono uno scherzo. Sono quasi pari alla crescita economica netta del mondo in un anno, che è intorno al 3%: come dire che quasi tutti i nuovi flussi di risparmio di quasi tutti i Paesi del pianeta dovrebbero essere reclutati e andare – ogni anno – a finanziare il maxi-deficit americano. Così, Trump sarebbe libero di tagliare ancora di più le tasse alle multinazionali del suo Paese e agli americani facoltosi.
Com’è noto gli uomini più ricchi al mondo – Elon Musk, Mark Zuckerberg di Meta-Facebook, Jeff Bezos di Amazon – praticamente già oggi non pagano tasse sui redditi personali e anche le loro aziende ne pagano relativamente poche. Anzi, Trump sta già ingiungendo ai Paesi europei di rinunciare agli accordi internazionali in sede Ocse che aumentano un po’ il prelievo sui gruppi americani del Big Tech.
Ma è credibile che la Cina continui a finanziare il nuovo e crescente deficit pubblico del suo grande rivale – Pechino detiene titoli Usa già per quasi 800 miliardi – in modo da permettergli di continuare a vivere sopra ai propri mezzi e intanto di rafforzare anche la propria difesa?
È credibile che lo faccia il Giappone – detiene già almeno 1.100 miliardi di debito Usa – quando ha ben altre priorità interne? È plausibile che lo faccia l’area euro, rischiando di subire i costi di una probabile svalutazione futura del dollaro proprio a causa degli squilibri americani?
Nessuna delle grandi banche centrali del pianeta in questa fase vorrà incrementare di molto la propria esposizione netta verso il debito degli Stati Uniti. Non spontaneamente, per lo meno. Di qui la strategia di Trump e dei suoi di farglielo fare con la coercizione.
Come faccio a dirlo? Perché lo dicono loro. Lo scrive il nuovo presidente del Council of Economic Advisors della Casa Bianca, Stephen Miran. Miran, ricorda Federico Rampini, è uno degli uomini più vicini al presidente e più influenti nella strategia dei dazi.
Dottorato a Harvard, una carriera da grande investitore a Hudson Bay Capital, vicino al segretario al Tesoro Scott Bessent, Miran ha pubblicato un lungo documento di strategia per la nuova amministrazione dopo il trionfo di Trump in novembre. Lì si pone il problema di conciliare tre obiettivi complicati da tenere insieme:
– trovare i finanziatori per quasi cinquemila miliardi di dollari di nuovo debito in più (da tagli alle tasse) nei prossimi dieci anni, oltre ai duemila in più all’anno già previsti; svalutare il dollaro in modo che l’America riesca a vendere più merci al resto del mondo, comprandone meno da esso;
– mantenere contenuti i rendimenti sul debito e dunque tassi d’interesse di mercato americani, preservando lo status del dollaro quale moneta di riserva dominante del mondo.
Dov’è la contraddizione? Gli investitori esteri accetterebbero di comprare debito americano in dollari a rischio di svalutazione, finanziando il nuovo enorme deficit federale, solo a rendimenti (tassi) più alti.
Miran la risolve proponendo di minacciare gli altri Paesi: “È più facile immaginare che dopo una serie di dazi punitivi, partner commerciali come l’Europa e la Cina diventino più aperti a qualche tipo di accordo monetario in cambio di una riduzione dei dazi stessi”.
E ancora: “Ogni accordo dovrebbe incorporare un’intesa sulle scadenze”, cioè gli altri governi e banche centrali dovrebbero impegnarsi a comprare titoli americani a lungo termine più instabili e rischiosi – Miran propone titoli a scadenza di un secolo, a tassi contenuti – per poter evitare guerre commerciali da parte di Trump e il ritiro della tutela di difesa americana.
Miran parla di “zone di sicurezza e i Paesi al loro interno le devono finanziare comprando titoli del Tesoro americano (…) titoli a scadenza fra un secolo (…): se non scambi titoli a breve con titoli a lunga scadenza, i dazi ti terranno fuori”.
Miran spiega l’insistenza sull’obbligo fatto all’Europa o alla Cina di comprare titoli Usa a lungo termine, “spostando il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri”, con l’intenzione di tenere bassi i tassi di mercato in America. E aggiunge: “Come possono gli Stati Uniti far sì che i loro partner accettino un tale accordo? Primo, c’è il bastone dei dazi. Secondo, c’è la carota dell’ombrello di difesa e il rischio di perderlo”.
Se questo non è il disegno di un ricatto, non so come altrimenti definirlo.
L’obiettivo è una parziale confisca delle riserve dell’Europa, in modo da far pagare a noi una quota del debito americano tramite una svalutazione del dollaro e tramite rendimenti insufficienti sui titoli del Tesoro Usa.
Miran si spinge a proporre di usare dei poteri speciali della Casa Bianca per tagliare la cedola sui bond americani ai danni delle banche centrali estere che non accettino di rivalutare la loro moneta sul biglietto verde. Di fatto, un default punitivo. Sulla base di queste idee, Miran è diventato il capo del Council of Economic Advisors di Trump.
Ma non è tutto, perché anche le mosse di Trump sugli stablecoin sono volte a coprire il tallone d’Achille dell’America. Il 23 gennaio il presidente ha firmato un ordine esecutivo che prevede: “Promuovere e proteggere la sovranità del dollaro americano, anche con azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di legali e legittimi stablecoin basati sul dollaro in tutto il mondo (worldwide)”. I lavori per assicurare la relativa legislazione entro cento giorno sono già partiti al Congresso.
Di che si tratta? Uno stablecoin basato sul dollaro è un mezzo di pagamento digitale – utilizzabile tramite una app sullo smartphone – al quale corrispondono depositi in dollari gestiti dall’emittente della “moneta”.
In teoria, i depositi devono consentire all’utilizzatore di cambiare i suoi stablecoin in dollari presso la piattaforma a un tasso (appunto) stabile. All’aumentare dell’uso degli stablecoin, corrisponde un aumento dei depositi in dollari da parte della piattaforma emittente e questi depositi vengono investiti dall’emittente quasi tutti in titoli del Tesoro americano.
Dunque, aumentare l’uso di questo tipo di bitcoin “in tutto il mondo” (inclusa la zona euro) significa aumentare i depositi in dollari a scapito dei depositi in altre valute (incluso l’euro). Questi depositi, come detto, vanno a finanziare il debito americano. Ha dichiarato il 4 febbraio lo “special advisor” dell’amministrazione Trump per le cripto, David Sacks: “Gli stablecoin hanno il potenziale di assicurare che il dominio internazionale del dollaro americano aumenti e di creare potenzialmente migliaia di miliardi di dollari di domanda per i titoli di Stato americani”.
Esempi di stablecoin basate sul dollaro sono Tether, che capitalizza 142 miliardi di dollari ed è gestita da Giancarlo Devasini (l’uomo che ha appena comprato una quota della Juventus); o Circle (56 miliardi). Già oggi detengono tanto debito Usa quanto alcune fra le principali banche centrali del mondo, come si vede sopra.
Come funziona? Questa “moneta” digitale potrebbe offrire a un ristorante o a qualcuno che affitta su AirB&B commissioni più basse rispetto a Mastercard o a Amex. Potrebbe fare accordi con reti di noleggio auto per promettere sconti se si paga con un certo stablecoin. Così alcuni – magari dapprima i turisti – inizierebbero a usarlo in Europa al posto dell’euro in Italia, Francia o Germania, spostando depositi dall’euro al dollaro e finanziando dunque il debito americano.
Ci sono anche conflitti d’interessi, certo. Howard Lutnick, segretario al Commercio di Trump, controlla la grande piattaforma di valute digitali Cantor Fitzgerald e ha il 5% di Tether. Elon Musk, cinque giorni dopo l’ordine esecutivo sugli stablecoin, ha annunciato un accordo con Visa per permettere pagamenti digitali tramite il suo social media X (ex Twitter).
La sostanza resta: questa è una sfida allo status di moneta di riserva dell’euro portata in casa nostra, per coprire il finanziamento degli squilibri americani.
L’Europa può rispondere solo accelerando il lancio di un proprio mezzo di pagamento elettronico senza costi, l’euro digitale: le norme per farlo sono ferme nell’europarlamento da quasi due anni, ma ora il tempo stringe.
Resto convinto che il disegno di Trump di coercizione economica sul resto del mondo difficilmente possa funzionare. Sembra un presagio di declino americano, non d’impero.
L’esito più probabile è una svalutazione non pilotata del dollaro, un aumento degli interessi sul debito degli Stati Uniti e una coercizione sulla Federal Reserve perché lo monetizzi. Ma non per questo noi europei dobbiamo restare a guardare, mentre qualcuno cerca di sfilarci la nostra sovranità monetaria da sotto il naso.
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Enea Bontempi
La verità è che l’Europa è stata non solo ridicolizzata, ma completamente scavalcata da Trump e da Putin, come se fosse una deiezione canina sul marciapiede. Dal canto suo, la Russia non si è arresa e ha resistito a pressioni senza precedenti, dando una lezione storica indelebile – non è vero, presidente Mattarella? – all’Europa. Le sanzioni, lo scontro con il regime terroristico ucraino sostenuto da tutti i paesi occidentali, le sfide all’economia e un forte calo nella vendita di risorse naturali, la rottura con l’alta tecnologia: la Russia ha superato tutto questo e Biden non è riuscito a piegarla. Anche la Cina non si è tirata indietro e ha continuato la sua guerra commerciale con gli Stati Uniti senza gravi perdite. Quello che sta emergendo non sarà un mondo nuovo, ma è certamente un nuovo mondo.
Giulio Pica
Cari compagni, non vedo proprio perchè rallegrarci per l’umiliazione dell’Europa e per le offese di Trump a Zelensky che prefigurano un futuro terribile per noi europei: un connubio tra due imperi governati da due dittatori (Trump e Putin), un’Europa umiliata ed i poveri ucraini derubati delle loro risorse da amricani e russi. Si sta avverando il sogno dell’estremista di destra Steve Bannon con l’aggiunta dello strapotere tecnologico del nazista Musk. E’ ovvio che Zelensky è stato illuso e pompato come un burattino utile da Biden e dall’Europa ed ora impara sulla sua pelle cosa significhi fidarsi degli yankee; prima lo hanno illuso che potesse vincere ed ora lo scaricano e Trump si frega le sue risorse minerarie. Mi dispiace che tra noi ci sia una vicinanza a Putin il quale, è bene ribadirlo, si richiama alla Russia imperiale zarista e non certo a Lenin e ai bolscevichi. Putin è un leader di estrema destra come Trump ed insieme si spartiranno le spoglie dell’Ucraina e faranno di noi europei dei sudditi
Redazione Contropiano
Non vediamo perché le contraddizioni esplose all’interno del campo euro-atlantico dovrebbero dispiacerci. Qualsiasi possibile processo di liberazione dallo sfruttamento passa per una lotta contro il dominatore che controlla questo luogo. e se diventa più debole si crea uno spazio maggiore.