Appena qualche giorno fa scrivevamo di come la contrazione dei consumi di chi vive del proprio lavoro imponesse di non accettare più scusanti o capri espiatori. Se, su questa dinamica, l’impatto fondamentale lo ha avuto l’inflazione, e la responsabilità va ricercata più nella ricerca sfrenata del profitto che in altri fattori, anche sui rincari dell’energia va messo alla sbarra chi ci mangia sopra.
Bisogna dire che comunque negli ultimi anni c’è stato chi ha raccolto questa esigenze, ribadendolo tra l’altro pochi giorni fa. L’Unione Sindacale di Base, insieme ad Asia-USB e all’associazione dei consumatori ABACO, ha depositato una denuncia contro chi specula sui rincari dei costi di luce e gas.
Già due anni e mezzo fa i portavoce di Potere al Popolo avevano sollevato la questione a varie procure della Repubblica, perché era evidente che le compagnie del settore stessero approfittando della complessa situazione geopolitica seguita all’escalation ucraina. Dopo un fase di normalizzazione degli esborsi, sembra di tornare indietro al 2022.
Bollette sempre più pesanti a cui il governo risponde con misure tampone, dopo aver cancellato il “mercato tutelato” asserendo che la concorrenza avrebbe abbassato i prezzi. Non è stato ovviamente così, perché il problema risiede nella libera iniziativa privata e nelle sue logiche. L’articolo qui sotto, apparso su lavoce.info, ce lo conferma.
Luisa Loiacono e Leonzio Rizzo – due economisti, come si può leggere in fondo alla pagina web – spiegano nel dettaglio e con chiarezza quali sono le componenti delle nostre bollette, e da cosa sono influenzate. La principale è appunto la spesa per la materia prima energia, che comprende a sua volta varie voci.
Il Pun – il Prezzo unico nazionale “legato al costo della materia prima e determinato dal mercato elettrico” – ha cominciato a calare dal novembre 2022, attestandosi lo scorso mese a 0,12 euro al Kwh: ancora il doppio rispetto al febbraio 2021, ma quasi il 42% in meno del febbraio 2022. Eppure la spesa per la materia prima energia è aumentata del 38% nello stesso periodo di tempo.
Il motivo è presto spiegato: “l’incremento è interamente dovuto all’aumento dei costi di commercializzazione e vendita che di fatto hanno cominciato a crescere quasi simultaneamente alla discesa del Pun“. Quelli, insomma, che sono “costi fissi discrezionali stabiliti dal fornitore“. Un aumento, come dicono gli studiosi, che non può essere giustificato nemmeno dall’inflazione.
In pratica, davanti alla diminuzione dei prezzi effettivi della materia prima, gli operatori del settore hanno pensato bene di “compensare” alzando il costo delle componenti che potevano invece essere decise liberamente. È così che funziona il ‘libero mercato’, e dunque i sussidi andrebbero a premiare gli speculatori, invece che tagliar loro le unghie.
È evidente come sia questi ultimi i veri beneficiari dell’ultimo decreto del governo in fatto di bollette.
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Il governo lavora a un decreto con uno sconto temporaneo sulle bollette energetiche di famiglie e imprese. Costerà allo stato circa 3 miliardi. Il prezzo del gas è però nettamente diminuito dal picco di febbraio 2022, altre voci guidano i rincari.
Lo sconto è giustificato?
Il governo discute la proposta di innalzare per pochi mesi la soglia Isee dei consumatori che possano fruire di uno sgravio sul costo della bolletta elettrica. La motivazione del caro-bollette è infatti ricondotta alle quotazioni del gas (con cui l’Italia produce circa il 50 per cento dell’energia elettrica) che sarebbero eccessivamente elevate. Nei mesi successivi ci si aspetta un calo legato all’evoluzione del conflitto in Ucraina e all’arrivo dell’estate. Quindi, questo tipo di intervento potrebbe essere efficace solo se l’aumento del costo delle bollette fosse legato a un aumento del prezzo del gas. Ma è veramente così?
Le quattro voci della bolletta
La bolletta elettrica è composta da quattro principali voci: la spesa per la materia prima energia, la componente principale della bolletta; la spesa per il trasporto e la gestione del contatore regolata da Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente); gli oneri di sistema, imposti da Arera e dal governo per finanziare attività di interesse generale; e le imposte, che includono accise e Iva, stabilite dallo stato.
La spesa per la materia prima energia comprende: i costi di commercializzazione e vendita che sono costi fissi discrezionali stabiliti dal fornitore, la cui variazione potrebbe in qualche modo avere a che fare con il tasso di inflazione; gli oneri di sbilanciamento, definiti da Arera e Terna per coprire i costi di bilanciamento del sistema e possono far registrare delle variazioni importanti in caso di inaspettati momenti di scompenso tra domanda e offerta; il Pun (prezzo unico nazionale) legato al costo della materia prima e determinato dal mercato elettrico e lo spread deciso dal venditore che rappresenta il margine sul Pun.
Tra febbraio 2021 e febbraio 2022 il Pun (costo della materia prima) ha subito un balzo superiore al 240 per cento: da 0,06 al Kwh a 0,21 al Kwh. Il brusco movimento è poi di fatto stato giustificato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Si è provato a usare il prezzo del gas, che poi è stato la causa dell’aumento del Pun, come arma di ricatto nei confronti delle nazioni europee dipendenti in gran parte dal gas russo. Il Pun si è mantenuto su questi livelli alti fino a novembre del 2022. A febbraio del 2023 scendeva a 0,16 al Kwh, per scendere ulteriormente nei mesi successivi a 0,11 e stabilizzarsi 0,12 a febbraio 2025. Lo spread negli ultimi anni si è mantenuto più o meno attorno allo 0,04 al Kwh.
Dove aumentano i costi
Da febbraio 2022, momento in cui gli elevatissimi prezzi del gas hanno portato il Pun delle bollette ai massimi, a febbraio 2025, in cui si registra un prezzo del Pun attorno a 0,12 (quindi quasi il 42 per cento in meno del livello di febbraio 2022), si ha contemporaneamente un aumento dei costi per la materia prima energia della bolletta di quasi il 38 per cento. L’incremento è interamente dovuto all’aumento dei costi di commercializzazione e vendita che di fatto hanno cominciato a crescere quasi simultaneamente alla discesa del Pun. Nel periodo considerato vi è stato un aumento di tali costi del 66 per cento.
Perché è avvenuto? Pur volendo tenere conto dell’inflazione al consumo, tali costi sarebbero dovuti aumentare di circa il 20 per cento. Il loro trend crescente annulla completamente l’attesa diminuzione dei prezzi che si sarebbe dovuta avere con il crollo del costo della materia prima e quindi del Pun.
L’effetto delle liberalizzazioni avrebbe dovuto essere visibile in una diminuzione dei costi di vendita e commercializzazione, invece è avvenuto il contrario. Alla luce di questa evidenza che senso ha sussidiare consumatori fragili e imprese vulnerabili con la fiscalità generale?
Il decreto in via di definizione per tamponare l’elevato costo dell’elettricità costerebbe alle casse dello stato 2 miliardi per i consumatori e 1 per le imprese. Sarebbe opportuno interrogarsi su quanto la proposta potrebbe finire col finanziare rendite derivanti da un comportamento collusivo degli operatori del settore. Questa eventualità dovrebbe essere adeguatamente verificata prima di decidere di impiegare risorse pubbliche consistenti, tra l’altro, pare, per soli tre mesi.
D’altronde, neanche l’altra proposta circolata, che prevede di sganciare il prezzo del gas dal prezzo dell’energia, sembra poter risolvere il problema, visto che il Pun, che è legato al prezzo del gas, è diminuito nel periodo (febbraio 2022-febbraio 2025) in cui si è registrato l’incremento del costo delle bollette di quasi il 40 per cento.
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