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Consumi della Gen Z: pochi e poco green. Ma è un problema di sistema

Il 12 maggio è comparso un interessante articolo su Il Sole 24 Ore, riguardante le tendenze sui consumi della Gen Z, ovvero coloro nati tra la fine degli anni Novanta e il 2010. In sostanza, quella fascia di popolazione che va dagli adolescenti a, in questo studio, i giovani fino ai 27 anni.

È il servizio NIQ Discover di NielsenIQ, società per indagini di mercato, che ha integrato in un’unica piattaforma i dati riguardanti circa 16 mila persone, analizzando le novità nelle abitudini di consumo degli italiani. Il primo nodo che viene messo in evidenza è si è più inclini a spese emergenziali e al refill che allo stoccaggio domestico.

La motivazione è individuata in acquisti fatti con molta attenzione al budget familiare, evitando sprechi. Il consumatore si reca magari più volte nei negozi, ma per acquisti inferiori e immediatamente necessari. Le abitudini cambiano anche a seconda della dimensione del centro abitato in cui si abita.

Nelle grandi città si comprano soprattutto prodotti pronti al consumo. Un sintomo di come non ci sia tempo da dedicare, ad esempio, alla cucina, perché i tempi di lavoro e del ciclo capitalistico sono molto più serrati. Questo nodo sistemico porta con sé un inevitabile impatto sull’alimentazione, e dunque sulla salute delle persone.

Ancora più interessante è poi quando la ricerca si concentra, appunto, sulla Gen Z. I giovani italiani sono concentrati in famiglie dal basso potere d’acquisto, e quando fanno la spesa ricercano prodotti che garantiscano una gratificazione immediata, semplifichino la vita quotidiana e soddisfino il bisogno di evasione da una realtà oppressiva.

Come nella differenza tra coloro che vivono in centri abitati di piccole o grandi dimensioni, sono i nuclei familiari più anziani e, spesso, senza figli, a trainare i consumi con prodotti salutari e con le eccellenze del territorio. Sono gli unici che hanno la disponibilità economica per affrontare consumi che si allineano ai bisogni della salute e dell’ambiente.

Al contrario, i più giovani, spesso associati a una più profonda coscienza green, fanno acquisti dalla dubbia sostenibilità. Fa specie che tra gli incrementi nelle abitudini di spesa degli italiani ci sia ai primi posti l’avocado (+317%), frutto che ha creato molti dibattiti riguardo al proprio impatto ambientale.

La realtà è che, come molte altre cose, anche i consumi sono espressione di particolari status sociali, e sono alimentati dalla loro ‘mediatizzazione’, come è il caso dell’avocado per i più giovani. E questo non significa che ci sia disinteresse per il futuro del pianeta, ma solo che bisogna comprendere il ruolo del consumo responsabile in questo sistema.

Esso è un’opzione che, in un certo senso, può essere associata al boicottaggio di alcuni prodotti, e può risultare utile quando si vuole denunciare un problema, o raccogliere consensi intorno a determinate lotte. Ma il problema di fondo rimane nei meccanismi di mercato e nel modo in cui trasformano in un business anche il consumo responsabile…

Quello che viene indicato come tale è spesso solo un privilegio economico. Inoltre, in questo caso appare evidente come l’attuale modello di sviluppo sia così segnato dalle sue contraddizioni che sono le generazioni che, in generale, più di tutte sono interessate al futuro del mondo in cui devono ancora passare decenni e decenni che finiscono con l’adottare consumi poco salutari e non sempre ‘sostenibili’.

Una società che ha spacciato come valori fondanti l’individualismo e la soddisfazione personale in contrapposizione ai bisogni collettivi non poteva che produrre un modello di consumo in cui, pur di sfuggire a un presente povero e senza speranza, si finisce ad acquistare ciò che dà sollievo immediato, ma apre profonde ferito sul futuro. Un fallimento totale.

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1 Commento


  • Paolo

    Ottimo spunto di dibattito, anche se superficialmente argomentato. Non si parla di cosa, quanto, come mangiano gli italiani, fattori essenziali per salute e ambiente.

    Ad esempio, non si parla di volumi: 80 grammi di pasta per cena ok, ma 300 sono sani?

    Poi, interessante l’esempio dell’avocado ma l’incremento di spesa così decontestualizzato al +317% non significa niente. Nel caso in cui, non dico che questo è il caso ma potrebbe esserlo, il consumo di avocado era 0 nel sondaggio precedente allora è facile che si registri un incremento oltre di tre volte il consumo.

    Poi per quanto riguarda la salute, ci sono delle assunzioni che per quanto possa condividere, non sono argomentate bene. Per fare un esempio: il diabete di tipo due, che si manifesta in correlazione a consumo di grani raffinati (pasta, pane), zucchero o alcohol. O ancora il colesterolo e il consumo di formaggi e carne . Etc. Etc. O tremila altri esempi

    Capisco che l’articolo sia incentrato sul sistema che forza le nuove abitudini italiane però meh:/

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