In occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, lo scorso 11 giugno, l’Unicef Italia ha presentato il rapporto “Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro“, che ha tracciato un quadro allarmante per il nostro paese: nel giro di soli cinque anni, il numero di lavoratori minorenni di età compresa tra i 15 e i 17 anni in Italia è più che raddoppiato.
Si è passati, infatti, dalle 35.505 unità del 2020 alle 81.565 registrate nel 2025. Se si allarga l’orizzonte ai giovani fino ai 19 anni, il trend è meno significativo, ma altrettanto preoccupante: da 310.400 lavoratori nel 2021 a 427.072 nel 2024, segnando un incremento del 37,6%. Appare chiaro che questi dati esprimono da una parte le difficoltà economiche crescenti di vaste fasce della popolazione, dall’altra il fallimento delle politiche scolastiche.
La partecipazione più elevata dei giovanissimi alle attività produttive si segnala nel Settentrione. In termini assoluti, è la Lombardia a guidare la classifica dei lavoratori entro i 19 anni, con una media di 60.501 occupati, seguita da Veneto (39.138), Emilia-Romagna (34.202), Lazio (29.651) e Puglia (25.625).
Il maggior numero di impieghi per coloro che sono tra i 15 e i 17 anni si dividono tra il lavoro dipendente classico (da cui sono esclusi gli operai edili, agricoli e domestici) e il settore dell’agricoltura. I dati INPS evidenziano una crescita marcata anche tra i collaboratori e i professionisti iscritti alla Gestione separata.
Con l’aumento di giovani lavoratori, aumenta anche il pesante tributo in termini di sicurezza e salute. Le denunce di infortunio all’INAIL per i minori tra i 15 e i 17 anni mostrano una netta salita dai tempi della pandemia: dalle 5.815 denunce del 2020 si è passati alle 18.820 del 2023 e alle 18.617 del 2024. Il tasso di infortuni calcolato sulla forza lavoro della fascia d’età è salito così al 22,79% nel 2024.
Le denunce in merito si raggruppano per il 60,54% del totale – per i ragazzi di 15-17 anni, tra il 2020 e il 2024 – in sole cinque regioni: Lombardia (21,27%), Veneto (12,10%), Emilia-Romagna (10,94%), Piemonte (9,11%), e Trentino-Alto Adige (7,12%). Tra il 2020 e il 2024, i lavoratori entro i 19 anni rimasti vittime di infortuni mortali sono stati ben 92; di questi, 14 avevano meno di 14 anni.
Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia, ha ricordato che la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza protegge i giovanissimi dallo sfruttamento economico e da attività che mettono in pericolo la salute e l’educazione. Graziano ha dunque denunciato che “i dati che questo Report porta alla luce ci dicono quanto in Italia la distanza tra il suo riconoscimento formale (di questo insieme di diritti, ndr) e la sua attuazione concreta sia ancora significativa“.
In occasione della stessa Giornata mondiale, Save The Children ha sottolineato che, in base a una ricerca del 2023, un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni (il 6,8%) è coinvolto nel lavoro minorile nel nostro paese. Considerando esclusivamente i ragazzi di 14 e 15 anni, più di uno su quattro tra coloro che lavorano è impiegato in attività considerate particolarmente dannosi per la formazione e la salute, poiché svolti in modo continuativo durante le ore di scuola o in fasce orarie notturne.
Giorgia D’Errico, direttrice delle Relazioni Istituzionali di Save The Children, ha evidenziato il legame diretto con la scuola: chi inizia a lavorare così presto ha molte più probabilità di abbandonare definitivamente gli studi o di frequentare le lezioni in modo discontinuo. Rimane però sullo sfondo il fatto che è l’intero modello di sviluppo che sta spingendo i più giovani al lavoro e verso l’abbandono scolastico.
Da una parte le varie forme di alternanza scuola-lavoro e la mancanza di prospettive lavorative per chi prosegue verso l’alta formazione, dall’altra la crisi profonda che viene fatta pagare alle classi popolari sono il “miglior” incentivo per ampliare la platea del lavoro minorile.
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