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Diaz, inqualificabile violenza. Ma niente prove su De Gennaro

Non ci sarebbero prove, secondo la Cassazione, che l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro avesse a che fare con la mattanza cilena alla Diaz, nel G8 genovese del 2001. Le motivazioni appena depositate all’assoluzione dell’attuale sottosegretario spiegano che «non si è acquisita alcuna prova o indizio di un coinvolgimento decisionale di qualsiasi sorta nell’operazione Diaz» né a carico dell’attuale sottosegretario all’Intelligence né a carico dell’allora capo della Digos Spartaco Mortola, lo stesso che ora, da questore vicario a Torino è responsabile delle operazioni di guerra contro i No Tav in Val Susa.

De Gennaro era stato condannato in appello per concorso in falsa testimonianza il 17 giugno 2010, un anno e quattro mesi di reclusione dopo il proscioglimento di primo grado. I due avrebbero indotto, secondo l’accusa, il questore dell’epoca, Colucci, a mentire ai pm che si stavano occupando del processo per la sanguinosa irruzione nella scuola Diaz. I supremi giudici mostrano di non credere che fosse una prova la presenza ai cancelli della scuola del portavoce del capo della polizia. Roberto Sgalla era colui che quella notte sbarrava la strada ai legali e ai parlamentari affermando che si trattava di una «normale perquisizione» e che tutto il sangue che si vedeva altro non era che frutto delle «ferite pregresse» nel corteo di sei-sette ore prima.

Ovvio, secondo l’accusa, che sarebbe stato meglio se il questore Colucci non riconducesse quella presenza vistosa a una decisione del capo. Sgalla, il giorno appresso, gestì la conferenza stampa dove debuttarono in società le false prove e, anni dopo, promosso a capo della polizia stradale, assicurò ai giornalisti che l’agente che assassinò Gabriele Sandri avrebbe solo sparato in aria. Ma al Palazzaccio di Piazza Cavour sia le intercettazioni sia gli altri atti del processo non sosterrebbero che una «farraginosa tesi della decisività dei dati relativi all’invio del dottor Sgalla presso la Diaz» e chi formò la condanna di De Gennaro avrebbe posto «confusamente in relazione la vicenda (della falsa testimonianza, ndr) ad una questione di immagine compromessa della polizia, che, essendosi tradotta in un grave insuccesso (per le inqualificabili violenze compiute sugli occupanti della scuola Pertini), avrebbe indotto l’allora capo della polizia a prendere ogni distanza possibile dall’operazione e altresì a persuadere o esortare il Colucci a modificare le anteriori sue dichiarazioni sulla vicenda».

Forse, però, la sentenza appena depositata non è tutta da buttare visto che, nero su bianco, riconosce «l’inusitata violenza» della polizia nel blitz della sera tra il 21 e il 22 luglio 2001, eseguito «pur in assenza di reali gesti di resistenza nei confronti delle persone, molte straniere, presenti per trascorrervi la notte». Un’affermazione quantomai importante nell’attesa del pronunciamento di Cassazione proprio per il filone principale di quel processo a 25 tra funzionari e agenti di polizia, atteso per l’11 giugno.

* Globalist 

 

Assolto De Gennaro, il capo a sua insaputa

Nelle motivazioni della Suprema Corte sul proscioglimento dell’attuale sottosegretario, critiche ai pm genovesi e una conferma che sa di beffa: «Ci fu violenza inusitata»

Alessandra Fava – Il Manifesto

Gianni De Gennaro, neo sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Monti (11 maggio scorso), già direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, capo di gabinetto del ministero dell’interno, nonché capo della polizia ai tempi del G8 genovese, non ha niente a che fare con le violenze alla Dia tra il 21 e il 22 luglio 2001. Lo ha deciso in via definitiva la Cassazione dopo l’udienza del 22 novembre scorso, dove è stato prosciolto dall’accusa di induzione in falsa testimonianza dell’allora questore di Genova Francesco Colucci nel cosiddetto allegato Diaz. Con De Gennaro viene prosciolto anche l’allora capo della Digos genovese Spartaco Mortola, condannato in secondo grado a un anno e due mesi per concorso in falsa testimonianza.
Ieri la Corte ha depositato le motivazioni della sentenza: «Non si è acquisita alcuna prova o indizio di un ‘coinvolgimento’ decisionale di qualsiasi sorta da parte di De Gennaro nell’operazione Diaz». Anzi, secondo la Cassazione l’allora capo della polizia avrebbe anche raccomandato «cautela», ma senza dare alcuna indicazione operativa. Eppure che De Gennaro fosse dietro l’«operazione Diaz», la procura lo ha sospettato dall’inizio delle indagini. Ipotizzare che decine di poliziotti entrino in una scuola affidata al Genoa social forum e picchino come degli invasati senza un’ordine «dall’alto» per un magistrato appariva impensabile. E man mano che si ricostruivano gli eventi, emergevano – già in fase di inchiesta – certi particolari, come gli arresti fatti la giornata del sabato precedente alla mattanza, quando a Genova era arrivato il prefetto La Barbera. Mandato da chi se non da De Gennaro? I magistrati però non trovavano riscontri. 
Il massacro però c’è stato. La Cassazione in effetti ammette che quella notte del luglio del 2011 ci fu «inusitata violenza, pur in assenza di reali gesti di resistenza, nei confronti delle persone, molte straniere, presenti per trascorrervi la notte». E rimarca che «è ben presto emerso che nessuna bottiglia incendiaria è mai stata reperita e realmente sequestrata nei locali della scuola Pertini in possesso dei manifestanti ivi tratti in arresto». Quelle due bottiglie di Colli Piacentini e Merlot mostrate subito ai giornalisti in questura, erano dunque le bottiglie trovate in corso Italia dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, messe in un Magnum a disposizione del capo dei reparti mobili Valerio Donnini e poi portate alla Diaz dal vicequestore Pasquale Troiani. Tutti fatti svelati da un filmato in cui si vedono i massimi gradi della polizia italiana trafficare dentro un sacchetto blu. 
L’inchiesta bis nasce proprio da quelle bottiglie. A gennaio del 2007 la procura genovese dovrebbe mostrare le bottiglie in udienza e invece scopre che dopo aver soggiornato prima negli uffici del nucleo artificieri della questura e poi nel laboratorio della polizia scientifica, sarebbero state distrutte «per sbaglio» nel settembre 2006 e decide di intercettare alcuni poliziotti. Proprio Colucci parlando con un poliziotto coinvolto nella sparizione delle molotov e mai identificato, dice di «essere pronto a rispondere come dice il capo» in vista di un’udienza del 3 maggio 2006. Così Colucci rivede le versioni al processo: prima dice che fu De Gennaro a «dirmi di chiamare alla Diaz Sgalla» (all’epoca era il capo ufficio stampa della polizia), poi dice che fu una sua iniziativa. Ma secondo la Cassazione il capo della polizia «ben più agevolmente e con l’autorevolezza del suo ruolo avrebbe potuto mettersi in contatto con Sgalla senza l’intermediazione del questore». Così scompare per l’attuale sottosegretario la condanna in secondo grado a 16 mesi di reclusione del 17 giugno 2010. Su questo punto la Cassazione ha bocciato senza rinvio tutte le tesi accusatorie, rimarcando l’«illogicità dell’assunto del pm nel malcelato tentativo di riportare nella vicenda Diaz un quadro di parallela responsabilità metagiuridica del capo della polizia, nei cui confronti non si è acquisita alcuna prova» oltre alla «farraginosa tesi della decisività dei dati relativi all’invio di Sgalla alla Diaz».
Fra le prime reazioni, Ermete Realacci del Pd dice «quanto accadde alla scuola Diaz nei giorni del G8 di Genova rimane una delle pagine più buie della nostra storia» e il segretario Prc Paolo Ferrero «come nelle stragi di stato, anche per la mattanza Genova non c’è nessun responsabile ‘in alto’». 
Ora si attende l’udienza dell’11 giugno in Cassazione, che dovrà pronunciarsi sulla condanna in appello a quasi un secolo di carcere dei 25 poliziotti alla Diaz. Tra di loro, Giovanni Luperi oggi capo del dipartimento analisi all’Aisi (4 anni), Francesco Gratteri, ex direttore dello Sco oggi capo dell’antiterrorismo (4 anni), 5 anni a Vincenzo Canterini allora capo del VII nucleo e 4 anni ai capisquadra per lesioni. 

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