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Terremoto di classe sull’ex Emilia felix

 

 

«Richiamati in servizio ma avevano paura»
Sara Farolfi
Non dovevano essere lì. Non volevano esserci Mohamad Azarg, quarantaseienne, e Kumar Pawan, ventisettenne, i due operai indiani morti sotto le macerie di una fabbrica, la Meta, a San Felice. «Mio cognato Mohamad mi chiamava ogni giorno e piangeva, mi diceva che non era sicuro, che aveva due figli a cui pensare e aveva paura ad andare a lavorare. I danni si vedevano ma il padrone lo chiamava lo stesso», racconta Abdel, accorso ieri insieme a tanti connazionali nel piazzale antistante l’edificio. «Kumar era stato chiamato dal proprietario perchè la ditta doveva andare avanti e lui è dovuto andare a lavorare perchè non poteva permettersi di perdere il posto», racconta Singh Jetrindra, rappresentante della comunità punjab di San Felice. L’attività alla Meta era ripresa proprio ieri. Le verifiche sull’agibilità, raccontano, avevano dato esito positivo. Il padrone era in fabbrica e si è salvato per un soffio.
Come è possibile. Ora se lo chiedono tutti. Ancora una volta è il mondo del lavoro a pagare il prezzo più alto del sisma che ieri ha scosso nuovamente l’Emilia. Almeno dieci operai morti, moltissimi dispersi e un bilancio drammatico che si aggiorna di ora in ora. «Molti di coloro che non si trovano sono lavoratori che probabilmente stanno sotto le macerie dei posti di lavoro, è una catastrofe» dice Antonio Mattioli, della Cgil regionale.
Fabbriche e chiese che si sgretolano come castelli di sabbia. Il capannone della Meta, come anche quello della Haemotronics a Medolla sotto le cui macerie sono morti tre operai, era già stato pesantemente danneggiato dal sisma del 20 maggio scorso. «Siamo tornati a lavorare lunedì con il beneplacito delle autorità», dice Mattia Ravizza, titolare della Haemotronics. Giacomo Bisoli, figlio del titolare della Bbg di San Giacomo Roncoli a Mirandola, conferma di avere depositato la perizia positiva alla riapertura della fabbrica e di avere coinvolto nei controlli anche la ditta costruttrice del capannone.
Alla Meta di San Felice, insieme a Mahamad e Kumar è morto anche l’ingegnere italiano che stava facendo rilievi sull’agibilità della fabbrica. Alla Aries Biomedicale di Mirandola è morto uno dei due titolari. Alla Bbg di San Giacomo sono morti uno dei due titolari e due operai.
Le macerie del sisma sopra quelle della crisi. Quattromila circa dei venticinquemila abitanti di Mirandola lavorano nel comparto biomedicale. Il primo polo europeo del settore biomedico, spiegano dal Comune, dove con il sisma l’80 percento della fabbriche è crollata o è stata resa inagibile. «Le scosse di ieri hanno messo in ginocchio interi distretti industriali e artigiani», dice ancora Mattioli, «e se la scorsa settimana parlavamo di 12 mila persone senza lavoro ora non oso pensare a quanti siano».
«È gravissimo che si sia ripreso a lavorare senza avere verificato le condizioni di sicurezza degli edifici industriali e ben sapendo che le scosse sarebbero continuate», punta il dito la Fiom: «Per questa ragione riteniamo indispensabile che la ripresa del lavoro avvenga solo quando, dopo le necessarie e opportune verifiche, si sia certi che i capannoni industriali siano in sicurezza». Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno attivato una raccolta di fondi per sostenere le popolazioni travolte dal sisma. «Stavolta la tragedia e la morte di questi operai si sarebbe potuta evitare, quei lavoratori non dovevano essere lì ieri mattina», dice Raffaele Bonanni (Cisl). Parole simili a quelle di Susanna Camusso (Cgil): «Il fatto che sono di nuovo i lavoratori a lasciarci la vita mi fa pensare che non si sia proceduto alla messa in sicurezza degli stabilimenti prima di far tornare le persone al lavoro».

 
da “il manifesto”
 
 
DA FINALE EMILIA A SAN FELICE SUL PANARO, DOVE SI PENSAVA DI STOCCARE IL GAS

«O torni al lavoro o lo perdi» Il dramma dei coscritti
Claudio Magliulo
La strada da Mirandola a Finale Emilia è punteggiata di vecchie case di campagna di cui resta in piedi a volte solo la facciata. Nei cortili, gli abitanti siedono sulle sedie da giardino di plastica bianca e guardano i ruderi. Ha colpito molto, e in profondo, questa ennesima scarica sismica. Almeno tre scosse intorno ai 5 gradi della scala Richter, proprio quando già si pensava alla ricostruzione.

È il caso di Finale Emilia, paese duramente colpito la settimana scorsa, il cui centro storico è sospeso in una calma irreale: dietro le transenne e i nastri le strade dalla piazza centrale al castello estense, di cui ormai resta poco più che un muro e tonnellate di detriti, sono percorse solo da polizia, protezione civile, vigili del fuoco. In realtà proprio questa mattina le autorità avevano iniziato a riaprire le strade principali del paese. Molti abitanti avevano già cominciato a rientrare nelle case dichiarate agibili. Ma le due scosse di questa mattina hanno preso tutti di sorpresa.
Certamente i lavoratori delle aziende nei dintorni. Non è un mistero che in molti casi non gli fosse lasciata scelta: nonostante la paura, bisognava tornare al lavoro. «A mia figlia – racconta una signora incontrata al campo sportivo di Finale Emilia – hanno detto: o torni al lavoro oggi o lo perdi». Alcuni di quei lavoratori coscritti sono morti ieri in capannoni mal costruiti, che non si è avuto il coraggio di dichiarare inagibili in via precauzionale.
Il sisma di oggi ha sorpreso anche gli operatori dei vigili del fuoco e della protezione civile sul campo.Eppure la diagnosi dei sismologi è stata chiara da subito: «Sciame sismico». Nel 1570 a Ferrara ne fu registrato uno che durò tre anni e alla fine lasciò semi-distrutta la città estense e i suoi dintorni.
Ora la domanda che si fanno gli abitanti della zona, angosciati, è quando finirà. «Il peggio è la paura – racconta Angelo, pasticciere – Ho fatto fatica a tornare a prendere gli occhiali che nella fretta avevo lasciato sul tavolo. Eravamo quasi tornati alla normalità». Angelo, che adesso vive in una roulotte assegnatagli da una onlus, è preoccupato per il futuro: «Ho tre dipendenti, ma se continua così non so come farò a pagarli. E così fanno quattro famiglie rovinate».
La maggior parte degli abitanti di Finale Emilia saltano da una casa di parenti o amici all’altra, o dormono in macchina. Nelle tende al campo sportivo si sono rifugiati prevalentemente famiglie di migranti della zona e non solo. «La cosa terribile – spiega Mauro con un mezzo sorriso – è che sto finendo i parenti e gli amici. Dovrei farmene degli altri, perché ormai hanno smesso di chiamarmi per offrire ospitalità».
Nel campo sportivo le tende blu creano un labirinto ordinato, qualcuno è già in fila per un pasto, gli altri restano dentro, in silenzio. Nella struttura coperta del centro sportivo la situazione è caotica. Pigiami, pantofole, vecchi maglioni. Ai rifugiati non è stato consentito rientrare nemmeno per riempire uno zaino con qualche effetto personale. Troppo pericoloso.
La signora Speranza, albanese da 18 anni in Italia, aspetta sotto la pioggia che anche sua figlia la raggiunga. Vivono fuori città, in un quartiere dove quasi tutti stanno dormendo in macchina. «Nessuno ci ha detto di andare via – racconta- ma chi ce l’ha il coraggio di dormire in casa?». Arriva una piccolissima scossa, l’ennesima, e Speranza sobbalza: «L’avete sentita? L’avete sentita? Ma quando finirà?».
La risposta a questa domanda non ce l’ha nessuno. Nessuno si espone, per non replicare il disastro di L’Aquila, quando le vuote rassicurazioni di Bertolaso hanno portato tutti a sottovalutare i possibili rischi. L’impressione, avanzando a fatica nella campagna modenese, tra deviazioni improvvise e ulteriori scosse, così numerose che è ormai impossibile definirle «di assestamento», è che bisognerà attrezzarsi per il lungo periodo. Poi ci sono anche le case crollate, lesionate, i centri storici feriti. Lavoro di ricognizione e ricostruzione che impegnerà molto tempo e molte risorse.
A San Felice sul Panaro prevale un misto di rabbia e sollievo. A pochi chilometri dal centro era infatti prevista da tempo la costruzione di un enorme impianto di stoccaggio sotterraneo, in grado di immagazzinare 3,2 miliardi di metri cubi di gas ad alta pressione, in un bacino roccioso a quasi tre chilometri di profondità. Il gas sarebbe stato pompato ad alta pressione in una cavità rocciosa naturale, spingendo l’acqua presente nel bacino. L’opposizione dell’agguerrito comitato locale e i niet di Provincia e Comune hanno però rallentato, se non bloccato, l’operazione della Erg Rivara Storage: capitali italo-britannici per un progetto nato sulla convinzione che l’Emilia-Romagna non fosse zona sismica.In realtà già da prima che la Independent Resources proponesse il suo progetto, promettendo risorse e posti di lavoro, l’Istituto di Geofisica e Vulcanologia aveva modificato il livello di sismicità della regione, accogliendo (in parte) una proposta di modifica della mappa sismica italiana nel cassetto da dieci anni.
«Pensa a cosa poteva succedere se in quel bacino ci fosse già stato il gas- si arrabbia Alvise Abbottoni del comitato NoGas- Adesso devono impedire anche le prospezioni esplorative, perché è chiaro come il sole che questa è una zona altamente sismica». Paolo Rebecchi, medico, è categorico: «Non ci possiamo permettere un impianto del genere, nemmeno l’odore. E faremo di tutto per evitare che qualcuno si avvicini con una sola trivella».

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