Menu

Un altro Cavaliere

«Noi saremo pronti a batterci per l’Italia, anche fuori dalle nostre imprese», ha tuonato Emma Marcegaglia nelle conclusioni – molto applaudite – della sua relazione all’Assemblea annuale di Confindustria. Una chiamata alle armi affinché gli industriali si impegnino direttamente in politica. Marcegaglia sembra aver dimenticato che l’attuale capo del governo è un imprenditore. Ma non è così.

La prima donna a capo degli industriali italiani sembra convinta che la discesa in capo di Berlusconi sia stata dettata dalla difesa degli interessi personali, e sembra altrettanto convinta che Berlusconi abbia i giorni contati e per questo è pronta a cambiare cavallo. Anche se lascia aperto uno spiraglio al governo: «se il risultato elettorale finale convincerà governo e maggioranza di avere davanti a sé ancora due anni di lavoro, la loro agenda deve concentrarsi su un’unica priorità: la crescita». E, comunque, in un passo precedente aveva sostenuto che «le priorità della politica erano altre e diverse». Nelle parole della Marcegaglia si può leggere una straordinaria convergenza con quanto sostiene Bersani: il governo è impegnato unicamente nel fare gli interessi del gran capo.
Certo, il modello di crescita suggerito non è nuovo: è tutto concentrato sul profitto. Che significa aumento della produttività, della flessibilità e diminuzione dello stato sociale e delle garanzie. Come quella del contratto nazionale. È un modello che esalta le privatizzazioni, a iniziare da quella dell’acqua, ma in definitiva ha una logica, perché impone delle scelte di politica economica che cozzano con quanto finora fatto dal governo del quale, tuttavia, Confindustria ha sempre condiviso le scelte a cominciare dalla guerriglia alla Fiom.
La relazione della Marcegaglia è la prova che i padroni non hanno più un riferimento certo: il governo del «non fare» sta indebolendo anche la loro organizzazione. E allora la Confindustria cerca altre sponde, altri referenti e non volta le spalle a questo centrosinistra che vorrebbe ancora più ricettivo rispetto ai desiderata padronali. Il punto è capire se una convergenza per far fuori Berlusconi si possa realizzare: per il centrosinistra è l’obiettivo prioritario, ma alleandosi con la Confindustria sarà costretto a ingoiare bocconi amari, anche se a inghiottire il rospo saranno soprattutto i lavoratori. E la domanda è: riuscirà un capitalismo «illuminato» a tirare l’Italia fuori dal pantano nel quale è stata sprofondata da Tremonti e Berlusconi? Si può anche fare un pezzo di strada insieme con il nemico (i vecchi comunisti parlavano di «compagni di strada») ma per farlo bisogna – a sinistra – avere le idee chiare. Non è semplice, anche perché la Confindusria, al contrario, sa quel che vuole. Non a caso la parte migliore della relazione della Marcegaglia è stata dedicata alle mancanze del governo e alla puntuale smentita dei luoghi comuni sulla bassa crescita e il ruolo del Sud, di cui si riempie la bocca il ministro dell’economia. Il compitino è stato fatto e se la sinistra vuole associarsi deve dire un sì incondizionato.

 da “il manifesto” del 27 maggio 2011

 

Squinzi e Rocca in pole per il dopo Emma

 

I giochi per la successione di Emma Marcegaglia alla presidenza di Confindustria nella primavera del 2012 sono cominciati da tempo. Ieri mattina si sono fatti aperti, con capannelli intorno ai possibili candidati presenti nella sala Santa cecilia dell’Auditorium. Due sono i candidati oggi in pole position. Il primo è Giorgio Squinzi (nella foto a fianco), 68 anni, bergamasco, presidente di Federchimica e patron della Mapei, un’azienda di eccellenza che investe molto nella ricerca. L’altro è Gianfelice Rocca, 63 anni, milanese con un master ad Harvard, a capo del gruppo Tenaris ed esponente della famiglia che controlla il colosso Techint. L’attuale vicepresidente Alberto Bombassei lo ha apertamente candidato alla presidenza di Confindustria in una intervista al Corriere della sera: «E’ saggio e ha il vantaggio di conoscere bene il sistema confindustriale perché è stato due volte vicepresidente insieme a me. Conosco la sua attitudine al lavoro di squadra per cui la sua sarebbe una presidenza poco accentratrice». Sotto i riflettori anche il neo presidente dell’Eni Giuseppe Recchi, e il presidente di Unindustria, Aurelio Regina, che giocherà la sua parte, nelle vesti di candidato o comunque di grande elettore, nella corsa alla successione della Marcegaglia. Chi di loro prevarrà, ha in agenda al primo punto la più che probabile uscita della Fiat da Confindustria.

«Scendere in campo», l’invito del predecessore

 

«Silenzio stampa» per Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea di Confindustria. Sul sito di Italia Futura (sito che fa capo all’ex presidente degli industriali) compare un post che mette a confronto un passaggio del presidente della Ferrari all’assemblea dei giovani imprenditori dello scorso giugno con quello della presidente degli industriali. «È giunto il tempo di salire sul ring. Non ci si può sempre lamentare, bisogna dare un contributo perché le cose cambino. Parlare dalla tribuna senza andare in campo è sempre facile», diceva Montezemolo nel giugno 2010. Un invito alla presidente in scadenza?
*****
Da Repubblica

Una legge anti-contratto nazionale, ecco la richiesta Fiat al governo

 L’ad vuole che si possa sostituirlo con l’integrativo

Roberto Mania

Sergio Marchionne va all’attacco per salvare le intese di Pomigliano, di Mirafiori e della ex Bertone. L’amministratore delegato della Fiat Chrysle rchiede una legge che stabilisca il seguente principio: il contratto aziendale si può sostituire al contratto nazionale. La novità è nella richiesta di una legge. Lo ha detto lo stesso Marchionne due giorni fa, prima al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, e poi al presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, che lo avevano incontrato per fare il punto dopo gli strappi della Fiat sui contratti. E lo ha detto — pare — perché nemmeno la possibile uscita della Fiat dall’associazione delle imprese può mettere al riparo il Lingotto dalle prossime sentenze giudiziarie che potrebbero, una dopo l’altra,riportare indietro le lancette dell’orologio delle relazioni industriali nel gruppo automobilistico. La legge, invece, porrebbe fine alle cause davanti ai tribunali promosse dalla Fiom Cgil di Maurizio Landini. Anche se — e a Torino lo sanno bene — i tempi per l’approvazione di una legge nel nostro sistema non è affatto detto che siano compatibili con le esigenze della Fiat che da ottobre punta a far partire la produzione della Nuova Panda a Pomigliano con le nuove regole per l’organizzazione del lavoro. Ma la legge significherebbe anche il rapido declino della Confindustria e della confederazioni nazionali sindacali, Cgil,Cisl e Uil, che proprio sul contratto nazionale hanno costruito dal dopoguerra il proprio ruolo. Perché un conto è che siano le parti a decidere attraverso i negoziati l’alternatività fra contratti aziendali e accordi nazionali, altro è che lo stabilisca una volta per tutte il legislatore. Con una “intrusione” nei rapporti tra imprese e sindacati che non ha sostanzialmente precedenti nel nostro Paese. E così si spiega, o si può interpretare, la reazione pubblica adir poco indispettita, e certo inusuale, di ieri della Marcegaglia dal palco dell’Auditorium della Musica, davanti a un imbarazzato presidente della Fiat John Elkann: «Sono finiti i tempi in cui poche aziende decidevano l’agenda della Confindustria, proseguiremo a modernizzare le regole sindacali senza strappi improvvisi che fanno male al sistema delle imprese e del Paese». Un inciso fuori programma e non presente nella relazione stampata. Elkann non ha apprezzato. Ne ha parlato a lungo con la stessa Marcegaglia mentre il ministro dello Sviluppo Paolo Romani interveniva. E con i suoi più stretti collaboratori Elkann si è detto«scontento» per le parole della presidente di Confindustria. Ma«scontento» anche per i ritardi con cui la Federmeccanica e la Confindustria stanno affrontando le questioni poste da Marchionne sulla governabilità delle fabbriche. Dall’“incontro di New  York” di dicembre tra Marchionne e la Marcegaglia, organizzato per tentare di uscire dall’impasse, sono passati diversi mesi «ma i risultati sono pari a zero», dicono gli uomini di Torino. «Speriamo che non finisca così anche la sfida della Marcegaglia per la riforma di Confindustria», pare abbia chiosato ieri Elkann. La Fiat, dunque, è intenzionata a non tornare indietro. Vuole discontinuità nelle relazioni industriali e non vuole “piegarsi”alle sentenze che prevedibilmente diranno che le “newco”(per Pomigliano o Mirafiori) sono solo un escamotage per non applicare il contratto nazionale. L’uscita da Confindustria è matura, al di là delle smentite di rito. L’ipotesi della legge anticontratto nazionale (sostenuta da uno dei più autorevoli consulenti legali del Lingotto come Raffaele De Luca Tamajo) servirebbe a blindare la nuova situazione. Marcegaglia è totalmente in disaccordo e l’incontro di mercoledì sera è stato molto teso. Nemmeno Sacconi è favorevole alla legge, ma non ha detto no. Il ministro potrebbe accettarla se la proponessero con una sorta di“avviso comune” Cisl, Uil e la stessa Confindustria. E la Cgil continua a rimanere fuori dal perimetro di questi ragionamenti. Nessuno lavora per farla rientrare in campo.

 

La stagione del disincanto

Alberto Statera

Il “disincantamento”, per usare un termine di Max Weber, l’unico padre di qualcosa citato ieri da Emma Marcegaglia, è in fondo la cifra climatica che ha percorso l’assemblea della Confindustria ai tempi del rumoroso declino del premier imprenditore, che lunedì prossimo potrebbe essere certificato nei ballottaggi dai risultati delle elezioni amministrative. Lontani i tempi in cui a Parma Silvio Berlusconi esclamava dinanzi a migliaia di imprenditori acclamanti: «Il vostro programma è il mio programma!».

Nell’arco di dodici ore, incantamento si è quasi plasticamente materializzato in due distinti palcoscenici. Quello della Centrale Montemartini, il museo ex centrale elettrica dove martedì si è svolta la cena preassembleare di ottanta di imprenditori di primo piano con il premier, e la sala Santa Cecilia del Parco della Musica, dove ieri in tremila hanno ascoltato il canto del cigno della presidente uscente. Una musica che il predecessore Luca Cordero di Montezemolo,con il quale non sono mancate frizioni negli ultimi tre anni, considera una sorta di tardivo «copia e incolla» delle sue posizioni, prodromi della discesa in campo al suo seguito, fin qui rinviata, di quella che si chiamava borghesia produttiva. Gelo al Montemartini, sopraccigli alzati per i frizzi e lazzi, più radi del solito, ma soprattutto per i soliti alibi ossessivi:non mi lasciano governare, i giudici mi perseguitano, il parlamento è un ostacolo al governo del fare. Un mantra ormai così logoro da suscitare il fastidio anche degli imprenditori di più netto imprinting berlusconiano. «Il ciclo di Berlusconi ormai alla fine ha riproposto le peggiori degenerazioni della prima Repubblica», va ripetendo Antonio D’Amato, il presidente confindustriale che esaltò a Parma nel marzo 2001 le magnifiche sorti e progressive del berlusconismo e che adesso si dichiara pronto a votare sindaco di Napoli non il collega industriale berlusconiano Gianni Lettieri,ma il pericoloso forcaiolo dipietrista Luigi De Magistris, per contribuire a scalzare il premier imprenditore da palazzo Chigi. «Un decennio perduto», ha detto la Marcegaglia, tra «annunci estemporanei» di una politica che «pensa ad altro» rispetto alle necessità che imporrebbe l’agenda nazionale. Quasi un’ovazione, invece,nell’auditorium per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma una rassegnata sopportazione per la stanca performance del ministro delle Attività produttive Paolo Romani, staffiere in quel di Monza e tra le frequenze televisive degli interessi di famiglia del premier. Un pallido fantasma del berlusconismo al declino,platealmente inadeguato a ridare fiducia a un mondo produttivo disilluso. E’ come se la fallace mistica del presidente imprenditore che queste platee —peraltro spesso più votate all’utilitarismo che al bene collettivo — immaginavano illusoriamente percorso dall’etica protestante e dallo spirito del capitalismo, trovasse oggi conforto non più nell’icona falsa del salvatore che scese in campo mediaticamente, ma nella solidità delle istituzioni più autorevoli e indipendenti. Non a caso il secondo applauso più sentito dei 3 mila dell’auditorium dopo quello per Napolitano, è andato al governatore uscente della Banca d’Italia Mario Draghi, che — se nessuno si offende — si può considerare proprio l’opposto antropologico del premier populista. Sì, «populismo», è il termine che, per la prima volta,è comparso nella relazione presidenziale. «Meglio tardi che mai,forse Emma ha finalmente cambiato allenatore», ha ironizzato un imprenditore progressista, citando una battuta divenuta celebre che Diego Della Valle fece in un confronto televisivo al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. La «discesina in campo» di Emma, che suscita l’ironica imputazione di plagio da parte di Montezemolo, è contenuta in due righe e mezzo lette come chiusa alla relazione: «In un momento così, noi saremo pronti a batterci per l’Italia, anche fuori dalle nostre imprese, con tutta la nostra energia,con tutta la nostra passione, contatto il nostro coraggio». A parte-quel «saremo» al futuro, forse opera di un vecchio allenatore,sembra il ritorno alla nozione degli imprenditori come classe generale, calpestata ormai da lustri nell’inconcludente egolatrismo utilitarista berlusconiano, che Marcegaglia ha restaurato attraverso la frase di Max Weber: «Vengono talora momenti tanto gravi nella vita di una nazione in cui la testimonianza pubblica di chi vive di integrità privata non è più un diritto civile, ma un vero e proprio dovere morale». «Parlare dalla tribuna senza andare in campo —aveva detto Montezemolo, come ricorda con qualche malignità il sito della sua fondazione — è sempre facile». Ma sarebbe ingeneroso nei confronti di Emma Marcegaglia, che pure ha fin qui guidato una Confindustria sempre più in crisi d’identità e di missione, sostenere, come fa qualcuno, che a un anno dalla cessazione dall’incarico la signora cui Berlusconi offrì pubblicamente il posto di ministro cerca soltanto nuove sponde, riposizionandosi su lidi montezemoliani forse più praticabili nel prossimo futuro, per continuare ad avere un ruolo visibile. Un’ipotesi minimale, ma non del tutto peregrina quando si assiste agli stanchi riti di queste assemblee, nei quali l’unica cosa che riluce rispetto all’opacità delle idee sono le cento e cento berline con lampeggiatori blu e scorte ululanti, che recano spesso convenuti di ben scarso momento. Alcuni di loro appartenenti alla classe dei «professionisti confindustriali», marchiati già tanti anni fa da Gianni Agnelli. Uno spettacolo sconosciuto nell’Europa civile e ormai desueto persino nei recessi sudamericani. Ci piace invece credere, salvo smentita, che col disincantamento s’è desto lo «spirito borghese». Ammesso che veramente esista e sia capace di perseguire obiettivi di sviluppo collettivi, dopo la lunga crisi italiana del connubio tra borghesia e classi dirigenti, consumata nella generale indifferenza etica.

 

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.