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Trasmissione del cognome. Dal diritto al litigio

Una classe politica imbecille si vede da molti particolari, e  non solo sulle grandi questioni di politica economica.

L’esempio della trasmissione del cognome ai figli è un caso da manuale. Costretta ad accogliere una “direttiva dell’Unione Europea” che stabiliva il pari diritto dei padri e delle madri di tramettere ai figli il proprio cognome, il consiglio dei ministri guidato dal democristiano Letta supportato dal democristiano Alfano (sembrano militare in partiti diversi solo nei talk show) ha partorito un testo che sembra fatto apposta per vanificare il senso e la logica della raccomandazione europea (una delle poche cose “civili”, tra l’altro, che siano piovute da Bruxelles in questi ultimi anni).

Cosa prevede infatti?

Il figlio “assume il cognome del padre ovvero, in caso di accordo tra i genitori risultante dalla dichiarazione di nascita, quello della madre o quello di entrambi i genitori”. Ciò vale anche per i figli nati fuori dal matrimonio o adottati.

Il disegno di legge, composto di 4 articoli, modifica l’articolo 143-bis del codice civile. Le disposizioni si applicano alle dichiarazioni di nascita successive all’entrata in vigore della legge.

DI fatto, questo articolato continua a riconoscere al solo padre il diritto “naturale e automatico” di trasmissione del cognome, rinviando a un eventuale accordo tra i genitori soluzioni diverse.

Non ci vuole un genio per capire che, in un contesto sociale caratterizzato ormai da una notevole “volatilità” delle unioni – più o meno “consacrate” da un matrimonio – questa decisione “consensuale” rischia di diventare al contrario un elemento di contrasto e lite. Uomini molto conservatori – non mancano davvero nella popolazione italiana – potrebbero opporsi; e tanto basterebbe (l’accordo è impossibile) a negare alla donna la possibilità di trasmettere il proprio cognome. Un vero e proprio “potere di veto” nemmeno indicato come tale, ma efficace. Non parliamo poi di tutte quelle situazioni di separazione non consensuale, in cui il cognome diventerà – o potrebbe diventare – un motivo aggiuntivo di contenzioso legale.

Insomma: la solita “mediazione al ribasso”, all’italiana, per negare nella pratica quello che si fa finta di concedere in teoria. Della quale potranno magari agevolmente servirsi tutti quegli uomini il cui cognome sia diventato simbolo di infamia (criminali di guerra, bancarottieri, e persino qualche “politico” particolarmente impresentabile…), in modo da evitare ai figli una corsa ad handicap.

Ma ci voleva così tanto a seguire l’esempio normativo e consuetudinario della “cattolicissima” Spagna? Lì il “doppio cognome” è stato istituzionalizzato da secoli e ogni persona, una volta raggiunta la maggiore età, può decidere se tenerselo “doppio” o ridurlo a uno soltanto. O addirittura trasmettere il “doppio” alla progenie successiva, con quell’effetto involontariamente comico – per noi “mono-cognomisti” – di certe presentazioni tipo “ecco il/la signor/a X Ortega Fernandez y Rodriguez y Guardiola y…”.

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