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Vivere e morire a Latina

Latina ha un’anima pulviscolare, un’indefinitezza che si porta addosso strada dopo strada, negozio dopo negozio, quartiere dopo quartiere. Anzi, forse un’anima non ce l’ha, perché quello che la abita non è un popolo e i segni che la caratterizzano non rappresentano un’identità. Una città senza anima in quanto città senza passato. L’unico guizzo storico è l’aborto fascista che l’ha generata in seguito alle bonifiche mussoliniane. E tale è rimasta, cristallizzata alle prime pietre con le quali i coloni la eressero in mezzo alle spianate delle ex paludi. Le prime foto della costruzione ritraggono una vera e propria cattedrale nel deserto, il municipio, il campanile, qualche palazzina, punti di partenza dai quali la città è andata allargandosi in ogni direzione, in cerchi concentrici, senza mai avvicinarsi né al mare, né alle montagne. Costruita senza criterio oggi Latina si presenta come una distesa ininterrotta di palazzi e palazzine, che partono da Sermoneta Scalo e arrivano ad Aprilia, rendendola la seconda provincia del Lazio. Latina è rimasta lì, sospesa come un gigantesco punto interrogativo nell’Agro Pontino, nel tentativo di diventare qualcosa che non sarà mai: una vera città. Latina era un esperimento demografico e urbanistico. Latina oggi ha 81 anni e se li porta malissimo, proprio perché quell’esperimento demografico è completamente fallito.

Di vivo e saldo rimane solo il magone fascista che ogni latinense un po’ attempato si porta come un groppo in gola e cerca di trasmettere ai discendenti. Non bisogna nemmeno fare tanti sforzi, perché il fascismo si respira in ogni angolo. Tutti gli edifici istituzionali risalgono all’epoca d’oro dell’architettura fascista. Il palazzo delle poste e telegrafi o Palazzo M, dove M sta per Mussolini e oggi ospita la Guardia di Finanza, sono lì a ricordare a tutti “chi siamo e da dove veniamo noi latinensi”. E poi il municipio, poi piazza del Popolo che in un improvviso guizzo illuminista è stata trasformata da ritrovo di tamarri con auto modificate e bevitori di spritz a isola pedonale. La massima idea di coesione sociale oggi ruota, oltre che intorno ai negozi dell’isola pedonale, anche intorno all’U.S. Latina Calcio. Ogni partita in casa rianima questa sorta di obitorio a cielo aperto e per due ore crea un’illusione di riscatto cittadino. Durante lo scorso campionato andava materializzandosi persino la possibilità di approdare alla Serie A, salvo prendere schiaffi dal Cesena nella finale dei play off.  Sulla città sarebbero piovuti soldi a palate, si sarebbe costruito uno stadio nuovo, e per molti latinensi vivere in questa città avrebbe avuto un qualche senso. Sogno svanito.

Il presidente del Latina Calcio, Pasquale Maietta è uno storico esponente della destra cittadina e regionale, nonché il tesoriere di Fratelli d’Italia alla camera. La tifoseria del Latina, manco a dirlo, esprime a fondo la provenienza politica della società, e sfoggia ogni domenica enormi striscioni a caratteri gotici, srotolati anche da faccette nere di Casapound, che qui vanta una sede ben tenuta, simile a un dignitoso hotel meublè, ma spacciato per centro sociale. L’edifico ovviamente è gentilmente concesso ai “fascisti del terzo millennio” dal comune.

Risuona ancora nell’aria latinense il nome del mitologico Ajmone Finestra, supersindaco di Latina dal 1993 al 2003. Il suo funerale venne celebrato con copiosi saluti romani e nostalgia fascista. Nonostante fosse un repubblichino di Salò e conclamato criminale di guerra in qualità di “cacciatore di partigiani”, persino giornalisti, vignettisti e semplici cittadini diversamente orientati politicamente ne parlano con amorevole nostalgia. Ne fece fuori tanti di antifascisti e partigiani, anche minorenni. Con una ferocia inaudita.

Tanti sono i segnali di un fascistume irrisolto intorno al quale la città si inerpica e tenta di darsi una dimensione. Benché tutti lo neghino, quest’onta graverà per sempre sulla storia della città. L’aspetto tragico è che prenderne le distanze è impossibile. Sarebbe come ostinarsi ad attraversare l’oceano senza saper nuotare. Unico caso in Italia, per darsi una reale identità, Latina dovrebbe risolvere i conti con le proprie radici che ancora oggi la funestano, assai più che altrove.

Come se non bastasse, la collocazione geografica ibrida, né mare né montagna, ma a cavallo tra due regioni, Lazio e Campania, ne hanno fatto le terra prediletta per ogni forma di criminalità organizzata. L’agro pontino e giù fino a Terracina, Sperlonga e ancora più giù fino a lambire il litorale domizio, è stata ed è la succursale ideale per latitanti di ‘ndrangheta e camorra, territorio ideale per affinare le arti dell’usura e del riciclaggio della speculazione edilizia e di altre forme di parassitismo criminale. Si sa che uno degli indicatori storici della ricchezza reale o presunta, lecita o illecita, di un centro abitato è il numero di filiali bancarie presenti sul territorio. Ebbene, andate a Latina a contarle e fate un confronto con il numero di agenzie di Lamezia Terme, roccaforte della ‘ndrangheta, o con le agenzie di Casal di Principe, che con Latina e l’agro pontino meriterebbe quantomeno un gemellaggio per meriti criminogeni.

A Latina indagare sul tessuto criminale è diventato assai complicato. Sequestrare alla criminalità beni per 800.000.000 di euro per esempio, può portare un sostituto commissario a subire mobbing e sanzioni disciplinari. Se tocchi i livelli politici e istituzionali locali e ne scoperchi magari le collusioni con i mafiosi, vieni direttamente trombato. È accaduto, è storia nota. In queste ore, tuttavia, la maxi inchiesta sulla Mafia Capitale, sta lambendo anche il territorio pontino. La Guardia di Finanza infatti sta effettuando perquisizioni tra Latina, Cisterna di Latina e Borgo Sabotino.

Tentiamo di dipingere la città con poche e si spera efficaci pennellate e si, probabilmente si salva ben poco. Per dare un minimo di tridimensionalità a questo ritratto di una non-città, vale la pena narrare un episodio. Un episodio di razzismo e bullismo accaduto presso il liceo scientifico di Latina Ettore Majorana, frequentato in gran parte da rampolli della “Latina bene”.  Un episodio che dimostra con estrema efficacia come il clima e la cultura di una città particolare come questa, continuino a travasarsi per forza di cose anche nelle nuove generazioni. Potremmo derubricarlo a guasconata questo episodio, a semplice cazzeggio tra adolescenti con la voglia di mettersi in mostra durante un’assemblea di istituto. Potremmo ignorarlo come frutto della furia ormonale di giovincelli desiderosi di distinguersi agli occhi di qualche compagna di classe. Ma non è così. Quanto accaduto in quel liceo di provincia, non una provincia qualsiasi, è figlio della cultura che circola da sempre in città e fa il paio con le derive cui stiamo assistendo grazie alle prodezze di Lega Nord e Casapound. È l’humus formativo che rischia di far leva sulle nuove schiere di studenti, fatto di ignoranza abissale e superficialità, bullismo razziale, ingredienti essenziali per un nuovo focolaio di un’infezione inarrestabile chiamata razzismo. 

Quanto accaduto è sintetizzato in questo screenshot di cui siamo entrati in possesso. L’episodio coinvolge un ragazzino nero di 15 anni e uno dei rappresentanti di istituto del liceo:

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