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La repubblica autonoma dei padroni. Cronologia della corsa verso il disastro

In 30 giorni, quelli decisivi, le imprese italiane hanno scelto di proseguire le attività. “Milano non si ferma”, “Bergamo is running”. Alcune provano a incrementare i profitti. Ovunque operai e rider hanno chiesto invano dispositivi di protezione. In questo mese è morta l’idea del mercato che si autoregola

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana – Articolo 41 della Costituzione italiana

29 febbraio – Bergamo is running

Confindustria Bergamo diffonde un video che parla di “misleading” e situazione tranquilla. Il documento è destinato ai partner stranieri.

Abbiamo un messaggio importante da Bergamo per tutti i nostri partner”, scrive Stefano Scaglia, presidente degli industriali. “I casi di coronavirus sono stati diagnosticati in Italia come in molti altri Paesi. Le attuali avvertenze sanitarie indicano che il rischio di infezione è basso. I governi italiani e le agenzie responsabili hanno adottato misure di protezione immediate, al fine di prevenire nuovi casi. Riconosciamo le crescenti preoccupazioni sulla situazione in Italia, dove lo screening procede a un ritmo più elevato rispetto ad altri Paesi, dando una sensazione fuorviante di tassi. Bergamo is running”. 

https://www.facebook.com/ConfindustriaBergamo/videos/778610715967204/

4 marzo – Danni incalcolabili

Il sindaco di Alzano Lombardo, il paese che diventerà l’epicentro del contagio, respinge l’idea di una zona rossa in Val Seriana:  “[La decisione] dovrà tenere conto della nostra particolare situazione economica, che è molto strutturata. Mi aspetto che in questa valutazione ci sia un capitolo relativo all’industria che senza una soluzione di continuità proporrebbe danni incalcolabili”.  Nelle stesse ore si registra un’impennata dei contagi pari al 30%. La zona rossa nel territorio di Lodi è stata istituita il 21 febbraio. 

6 marzo – Gli imprenditori di Bergamo: no alla zona rossa

 “Un’eventuale zona rossa fra Alzano e Nembro comprenderebbe 376 aziende per 3.700 dipendenti e 680 milioni l’anno di fatturato”, ribadisce Confidustria. “Lavoriamo – dice il presidente dell’azienda Acerbis – per Germania, Austria, Francia, Spagna, Gran Bretagna, con camion giornalieri e con gli Usa, via container: ci hanno chiesto di spedire tutto, più di quanto già ordinato, per non rischiare di trovarci con dei blocchi. L’abbiamo fatto per ciò che avevamo, ma non per tutto c’erano eccedenze. Se passano più di due settimane o un mese – evidenzia – rischiamo penali. Se però fanno la zona rossa, perdiamo il 10% dei dipendenti”.

8 marzo – Corriere di Amazon ricoverato

Un driver di Amazon è ricoverato all’ospedale di Busto Arsizio. È positivo al coronavirus. Lavorava nel deposito di Origgio, provincia di Varese. I 300 colleghi entrano in allarme e chiedono dispositivi di sicurezza, per tutelare sia loro che i clienti.

10 marzo – Il giusto e il necessario

Il giusto e necessario proposito di fronteggiare l’emergenza sanitaria non può e non dove aggravare l’emergenza economica che sta già piegando l’intero sistema produttivo del Paese”. È la risposta di Confindustria alla proposta della Regione Lombardia di un ulteriore giro di vite sulle misure di contenimento del contagio. 

11 marzo – Indispensabile

È indispensabile la necessità di tenere aperte le aziende”, secondo il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti.

11 marzo – I competitor europei

La chiusura delle attività produttive in una regione o in tutta Italia andrebbe drammaticamente a discapito delle realtà interessate, e a vantaggio esclusivo dei competitor europei”, dichiara Anna Mareschi Danieli, presidente di Confindustria Udine. “Serve senso di responsabilità da parte di tutti, siamo arrivati a questo punto proprio perché le prime direttive sono state completamente disattese dai cittadini, favorendo così il contagio”.

13 marzo – Scioperi spontanei

Ondata di scioperi spontanei in numerose fabbriche del Nord Italia, ma anche all’Ilva di Taranto. La protesta è contro la decisione del governo di escludere le produzioni non essenziali dalla quarantena.

14 marzo – L’accordo con i sindacati

Mentre l’intero territorio italiano è sottoposto a misure di contenimento del virus mai viste in una democrazia, per le aziende è sufficiente un “protocollo di regolamentazione” stipulato con i sindacati confederali. “L’Italia non si ferma” commenta il premier Giuseppe Conte, riecheggiando lo sciagurato slogan “Milano non si ferma” lanciato a fine febbraio e rilanciato dal sindaco Pd Giuseppe Sala. 

14 marzo – Foggia, scendere a lavorare

Se non vieni ora non scendi più a lavorare”. In questi giorni migliaia di donne sono a lavorare nei magazzini ortofrutticoli per oltre 10 ore al giorno a pochi centimetri di distanza una dall’altra per mantenere la loro occupazione. Prima di mettere le foto dei vostri piatti preparati in casa ricordatevi di loro, denuncia un sindacalista della Flai Cgil di Foggia.

 

15 marzo – Siamo felici

Sul sito ufficiale della multinazionale bergamasca Argomm, che produce guarnizioni di gomma, si legge: “Siamo felici di informarvi che qui siamo al sicuro. Le produzioni proseguono come al solito”.

Due giorni prima, veniva pubblicato questo comunicato: “Alcune informazioni circolate nel fine settimana sono ingannevoli. Il decreto del Presidente del Consiglio non ferma il lavoro, la produzione e la circolazione delle merci”. 

16 marzo Sciopero al deposito italiano di Amazon

Dalle 20 parte lo sciopero a oltranza nel magazzino centrale di Castel San Giovanni, nei pressi di Piacenza. I lavoratori chiedono il rispetto delle misure previste dal governo, cioè almeno il distanziamento a un metro e la fornitura di mascherine e strumenti di protezione. Secondo le stime dei sindacati, oltre la metà dei 1600 lavoratori a tempo indeterminato dello stabilimento di Castel San Giovanni si sono fermati.

L’azienda risponde che darà priorità “alla spedizione di generi alimentari, prodotti per la salute e la cura personale, oggetti necessari per lavorare da casa, libri e giocattoli per bambini”.

17 marzo – Il sindaco di Brescia: colpa delle industrie

Il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono (Pd), dichiara in un’intervista: “[Qui ci sono tanti contagiati perché] il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito. Un gigante industriale come la Lombardia si è dimostrata fragilissima nella produzione di beni come le mascherine e i respiratori”.

18 marzo – Il trenino della Valle Seriana

Un articolo sulla rivista il Mulino spiega che “il trenino della Valle Seriana fa una decina di fermate tra Albino, Nembro, Alzano (un asse che costituisce il cuore del cuore del disastro), portando su e giù migliaia di studenti e lavoratori. Fino a non molti giorni fa, il trenino ha certo pesantemente contribuito alla diffusione del contagio”. 

18 marzo – Quaranta per cento

Un controllo sui tracciati dei cellulari evidenzia che “il 40 per cento dei lombardi non sta affatto a casa”. Girano sui social foto della metropolitana di Milano piena al mattino.  

18 marzo – Non siamo carne da macello

I sindacati di base lanciano due settimane di sciopero, in particolare nel settore della logistica tra la Lombardia e l’Emilia. I lavoratori si mostrano in un video, a volte con le famiglie, con una scritta significativa: “Non siamo carne da macello”. Chiedono la chiusura delle attività economiche non essenziali e il salario di quarantena. Molti di loro sono di origine migrante.

https://www.facebook.com/abo.taher.33/videos/2892753670785218/

18 marzo – I motori che non vuole nessuno

Nello stabilimento Fca-Fiat di Pratola Serra, Avellino, si continua a produrre un motore diesel che non vende più. “Per questo siamo in cassa integrazione da dodici anni, siamo lo stabilimento che ha fatto più cassa integrazione in Italia eppure nelle settimane in cui tutti stanno a casa, la nostra azienda ci ha costretti ad andare a lavorare”, denuncia una sindacalista.

19 marzo – Voglia di shopping?

Vodafone invia ai suoi abbonati una campagna promozionale con sconti che incentivano gli acquisti online di beni come profumi e cashmere. Tra le tante offerte spicca quella per ordinare su Uber Eats.

19 marzo – Facciamo l’impresa!

A un mese dai primi segnali d’allarme, Confindustria Bergamo scrive ai propri associati chiedendo di riconvertire le produzioni – orientate all’export – alla fabbricazione delle mascherine chirurgiche, ormai introvabili. Lo slogan è: “Facciamo l’impresa”.

19 marzo – Impennata di vendite online: +80%

Un’indagine Nielsen evidenzia la crescita del commercio elettronico da fine febbraio: un aumento dell’80% rispetto all’anno precedente. Amazon ha annunciato 100mila nuove assunzioni negli Usa per far fronte alla crescita della domanda.

19 marzo – Tre morti nelle industrie siciliane

La Cgil siciliana denuncia una “situazione fuori controllo” nelle fabbriche dell’isola. “Solo nel 40% delle aziende siamo riusciti a stipulare gli accordi propedeutici ai protocolli sulla sicurezza anticontagio previsti dalle misure varate dal governo”.  Secondo il sindacato, ci sono stati casi alla St e alla Pfizer di Catania e in una ditta dell’indotto della Raffineria di Milazzo.

La situazione è grave, con il serio rischio di diffusione dell’epidemia a macchia d’olio”, dice il segretario regionale Mannino. “Non basta vigilare nelle strade, occorre farlo soprattutto dove l’alta concentrazione di persone per motivi di lavoro può innescare nuovi focolai difficilmente controllabili”.

19 marzo – I 300mila di Milano

Circa 300 mila persone sarebbero costrette ogni giorno a spostarsi, nell’area metropolitana di Milano, da imprenditori che rifiutano di chiudere produzioni non essenziali. Scrive Massimo Alberti: “Dopo i dati diffusi ieri da Radio Popolare, elaborati della Cgil di Milano, sono arrivati tanti racconti che mi ha fatto paura ascoltare: da chi produce banconi per le gelaterie, a chi fa le placche per le prese elettriche, a chi lavora nella nautica, a chi fabbrica ascensori, ai semilavorati per mobili, al settore metalmeccanico con produzioni del tutto superflue, rimaste aperte per scelte puramente di profitto da parte degli imprenditori”.

20 marzo – Sushi e patatine non sono un diritto 

I rider in tutta Italia entrano in agitazione. Alcuni gruppi sindacali chiedono lo stop delle consegne o, almeno, la consegna mascherine. Assodelivery annuncia la consegna delle mascherine. Alcune aziende parlano di fondi di solidarietà. Le associazioni dei rider continuano a lamentare il rischio a cui sono sottoposti.

21 marzo – Chiusura

Il governo dispone la chiusura delle attività economiche “non strategiche”.

Lo stesso giorno, la Abb – multinazionale svizzero-svedese – aveva invitato i 6.000 dipendenti italiani a un “flash mob” per il lunedì successivo. “Indossate qualcosa di rosso, mostrate il logo dell’azienda”. Una delle sedi si trova a Dalmine, nel bergamasco.

Conclusioni

Lo scopo di questa cronologia non è quello di trovare un nuovo untore, magari sostituendo i “runner” con i vertici di Confindustria. Si tratta invece di evidenziare il comportamento di una classe imprenditoriale cieca, che si è comportata in modo anticostituzionale e irresponsabile. Che è abituata a guardare al qui e all’ora, incapace di pensare e fare cose diverse da quelle che faceva il giorno prima.

Siamo parlando, in sintesi, della “capacità rivelativa delle catastrofi”, come scrive Marco Revelli. Come in una filigrana, vediamo la debolezza di un sistema produttivo orientato all’export e schiavo della globalizzazione. Persino incapace di produrre mascherine per un mercato che non richiede altro. Impegnato per trenta giorni, i giorni decisivi, a tranquillizzare i clienti esteri, a parlare di dati ingannevoli, a ribadire che non solo loro ma tutto il territorio “non si ferma”. Perché “abbiamo ritmi impensabili”.

Piccole e grandi imprese non sono riuscite a immaginare uno stop perché sono rimasti sopraffatti dall’idea dei competitor esteri, concorrenti famelici pronti ad azzannare come sciacalli.

Ma non è tutto. Giorno per giorno emerge l’assoluta irresponsabilità di chi non ha voluto applicare le misure di sicurezza minime. Strutture logistiche abituate al just in time e alla risposta reattiva al minimo ordine, sono state refrattarie o lentissime quando si trattava di dotare di dispositivi di protezione individuale gli operai, i rider, gli autisti.

Se i cittadini sono stati obbligati, gli imprenditori hanno subito qualche consiglio. Quasi sempre disatteso. Se nei supermercati si entra con i turni, distanziati ad almeno un metro, nel territorio autonomo delle fabbriche ci si ammassa come prima. Così come sui mezzi pubblici dove gli operai devono salire per forza di cose.

Ancora una volta la “potenza rivelativa del disastro” svela la profonda ingiustizia del sistema. Sciopera chi può. Chi ha un contratto a tempo determinato ha paura. Deve sacrificare la salute in nome di uno stipendio. Per non parlare di fattorini considerati lavoratori autonomi, facchini che formalmente sono soci di cooperative, cassieri somministrati e mille altre forme di lavoro ricattabile. Che oggi subisce il più spaventoso dei ricatti: o continui a lavorare, magari ammalandoti, oppure farai la fame. Come dicono i rider, il settore del delivery è capace di allargare a dismisura la flotta, rendendo inutili lo sciopero e la protesta.

Si allarga così la forbice tra lavoratori garantiti, che possono permettersi il “lavoro agile” e la fascia bassa che consegna loro i prodotti e muove i pacchi nei grandi hub di distribuzione.

Come ulteriore aggravante, ci sono imprese che non solo hanno scelto di rimanere aperte, ma vogliono approfittare del momento per incrementare i profitti. Sono partite campagne promozionali che invitano ad acquistare online. I grandi player del commercio elettronico e del delivery si stanno rafforzando per incrementare i profitti e spazzare via quella rete di piccole attività (botteghe e ristoranti) che ancora ostacolano un mondo senza mediazioni, fatto di poltrone, click e consegne.

Infine, giorno per giorno appare enorme la responsabilità della Lega. Anche questa si disegna in filigrana, dietro gli eventi. Non parliamo solo di Salvini, come è di moda fare, ma di un processo che risale agli anni ’90. Un percorso che oggi appare folle e che ha prodotto, tra le altre cose:

la regionalizzazione del sistema sanitario, con i tagli nelle aree più povere e le differenze nei campionamenti tra regioni: per esempio, i criteri difformi nei tamponi tra Lombardia e Veneto hanno fatto sottostimare l’entità del problema;

le differenze e la confusione creata dalle ordinanze dei poteri locali, che si sentono legittimati ad agire in nome del “padroni a casa nostra”;

l’appoggio alla classe di piccoli e medi imprenditori che ha devastato l’ambiente e non rinuncia al profitto neanche in mezzo a una pandemia;

la strategia di Salvini, che in momenti come questi porta un partito stimato al 30% a diventare politicamente nullo, capace solo di dichiarazioni contraddittorie sui social.

Infine, rimane la speranza che il disastro riveli l’importanza delle scelte collettive, politiche. Concentrarsi sulle piccole scelte individuali è utile soltanto a sfogare l’odio sociale contro il capro espiatorio di turno.

* da Terre Libere

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