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Vedi il Trivulzio e poi… muori

L’”eccellenza” della sanità lumbard si vede da certi dettagli. Alla “Baggina” – come viene comunemente chiamato dai milanesi il Pio Anbergo Trivulzio, noto alle cronache di “mani pulite” – i dirigenti si preoccupavano di “non allarmare” i pazienti, invece di assicurare la loro salute.

Il Trivulzio è una famosa casa di riposo per anziani non più autosufficienti o comunque bisognosi, grande e severa nell’aspetto architettonico, ma da sempre anche “cassaforte” per la politica regionale e cittadina, che ne decide gli amministratori secondo gli antichi riti della lottizzazione. Oltre allo scandalo di Tangentopoli, infatti, si sono spesso registrati scandali minori per esempio sugli appartamenti di lusso – di proprietà dell’istituto – affittati a “prezzi di favore” ai soliti noti dell’élite meneghina.

Per capire il livello dell’invadenza della classe politica locale nelle questioni di sanità-assistenza – sia pubblica che privata – è bene rileggere le parole di un milanese doc, ma tutt’altro che complice, come Alessandro Robecchi: “Secondo un illuminante schemino pubblicato al tempo delle recenti nomine nella Sanità lombarda (dicembre 2018), le posizioni apicali nelle Ast e Asst (Agenzie della salute territoriale, le vecchie Asl, e strutture ospedaliere), di nomina politica, sono 40 (quaranta). Eccole suddivise per partiti e forze politiche: 24 (ventiquattro) alla Lega, 14 (quattordici) a Forza Italia e 2 (due) a Fratelli d’Italia. Totale quaranta, l’en-plein, insomma.”

La catena di comando è insomma certa, senza possibilità di sbavature. E non stiamo parlando di semplici “favoritismi politici”, stavolta. ma di una autentica strage. Nel mese di marzo, soltanto alla “Baggina”, sono infatti morte 70 persone, 18 in più rispetto di tutto lo scorso inverno. In soli otto giorni, ad aprile, se sono aggiunte altre 30.

Stamattina, l’agenzia Agi, ha meritoriamente pubblicato questa testimonianza di un’operatrice sanitaria allontanata dal Trivulzio perché – udite! udite! – pretendeva di lavorare nel reparto, tra anziani già probabilmente infettati e non, indossando una mascherina. Sì, proprio una di quelle “dotazioni di protezione individuale” che ora, secondo una delle tante ordinanze dei leghisti Fontana e Gallera, sono obbligatorie anche per uscire di casa.

La testimonianza, raccolta da Manuela D’Alessandro, ci sembra talmente chiara da non dover essere sporcata con commenti redazionali. Tranne naturalmente uno che ripeteremo fin quando non sarà raggiunto l’obbiettivo: la Regione Lombardia va commissariata!

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Il 23 febbraio è stato il mio ultimo giorno al Pio Albergo Trivulzio. Sono stata cacciata perché mi sono rifiutata di togliere la mascherina che, secondo una dirigente, allarmava i pazienti”.

Lo racconta all’AGI un’operatrice socio sanitaria della casa di cura milanese al centro di un’inchiesta giudiziaria e della polemica politica perché non avrebbe garantito al personale e agli ospiti condizioni di sicurezza e strumenti per prevenire il contagio del Covid_19. Preferisce mantenere l’anonimato “ma al momento giusto – assicura –  uscirò allo scoperto e non avrò problemi a testimoniare“. 

Quel 23 febbraio, spiega, “avevo, come da molti giorni, una forte tosse e la febbre. Al mattino, un’infermiera mi ha consigliato di indossare una mascherina, visto che da poco si era venuti a conoscenza del primo caso di coronavirus. Ho fatto come mi ha detto. Poi, ho incontrato la ragazza che fa le pulizie, anche lei aveva la tosse e lo ho suggerito di mettersi la mascherina. Lei lo ha fatto, poi, verso mezzogiorno, è venuta da me  e mi ha riferito di toglierla perché era stata sgridata e minacciata di licenziamento se l’avesse tenuta“.

L’operatrice ha deciso però di non levarla “perché dovevo dare la frutta ai malati e avrei rischiato di contaminare il cibo coi dei colpi di tosse. Verso le 12 e 30, mentre stavo dando da mangiare ai pazienti, è arrivata una dirigente che mi ha invitato a togliere la mascherina perché stavo suscitando allarme ingiustificato negli ospiti. Ho obbiettato che mi era stato consigliato dall’infermiera, ma lei ha risposto che le altre mie colleghe non ce l’avevano. Ho fatto presente che io però avevo la tosse, loro no. Davanti a più testimoni lei mi ha detto: ‘Si tolga il grembiule e se ne vada’. Allora mi sono slacciata il grembiule e l’ho invitata a uscire perché non mi andava di continuare a parlare davanti ad altre persone“.

Fuori, stando alla ricostruzione della donna, “la dirigente mi ha chiesto nome e cognome, aggiungendo che avrebbe avvertito il direttore generale di quanto successo. Ho risposto che poteva dirlo a chiunque, io non ho fatto male a nessuno, ho detto, anzi ho cercato di tutelare la salute dei pazienti. Poi, mi ha invitata a chiamare l’Ats e a chiedere un tampone“. Da allora l’operatrice sanitaria è in malattia, anche se il tampone poi non l’è mai stato fatto. 

Le mie colleghe ancora lì mi raccontano che ci sono 5 stanze di pazienti in isolamento, con la febbre, e che un medico e una caposala sono in ospedale e stanno molto male. A differenza di quello che dice la dirigenza, le mascherine sono state fornite alle mie colleghe solo a metà marzo, non prima. Come avremmo potuto proteggere i pazienti senza dispositivi? E’ come se li avessimo uccisi, solo noi potevano portare il contagio da fuori”.

La sua versione viene confermata da Nana, un’operatrice socio sanitaria di 45 anni, origine georgiana, che lavora nel reparto Bezzi della struttura. La donna aggiunge un retroscena. “Il 18 marzo abbiamo fatto uno sciopero improvvisato minacciando di non lavorare più se non ci avessero dato le mascherine. Al mattino ci siamo guardati in faccia – spiega – eravamo tutti distrutti e impauriti. Chi aveva timore di avere contagiato i figli, chi i genitori anziani, chi aveva la febbre e stava male. Io avevo e ho paura per mia nipote che vive con me e la mia sorellastra. Lo sciopero è durato un paio d’ore. Abbiamo servito la colazione per non danneggiare i pazienti e poi non abbiamo fatto più nulla. Poi a un certo punto abbiamo ripreso a lavorare”.

Quel pomeriggio, sempre secondo il suo ricordo, è successa una cosa “grave”: “Sono venuti due operatori che hanno portato via le maschere che stavano in un armadio con la chiave, le hanno portate via dicendo che le avrebbero date a chi ne aveva davvero bisogno. Ci è stato spiegato che la regione Lombardia non prevedeva, nei nostri casi, l’obbligo di tenere le mascherine. Poi, dopo pochi giorni, ci sono state invece date”.

Il 28 marzo, risulta dai bollettini interni al PAT, l’azienda comunica l’arrivo di 3mila mascherine chirurgiche e di 2mila ffP2. “Ora – prosegue Nana – tutti le abbiamo, ma molti di noi sono a casa in malattia, alcuni per paura, ma tanti coi sintomi del virus. Anche dei colleghi che lavorano hanno i sintomi, non hanno gusto e olfatto per esempio. Io ho deciso di continuare a fare il mio mestiere per dovere, anche se la mia sorellastra mi dice di smettere e non so se mi farebbe state in casa qualora dovessi ammalarmi.  Non voglio lasciare soli i pazienti che stanno male, alcuni stanno per morire o stanno morendo, anche in questi giorni. Hanno i sintomi del virus ma non c’è il tampone e i medici continuano a dirci di stare tranquilli, che è tutto okay, sono solo dei casi sospetti. Finché ce la faccio, finché non mi ammalo, io starò qui con loro. Faccio turni massacranti, quasi sempre le notti, ma non mollo”.

Nana dice di avere nel cuore una signora in particolare che ha  sintomi che fanno pensare al virus: “Le manca la figlia, lei non parla ma io, ogni notte, le faccio delle domande e me lo fa capire”. Vuole far sapere di non avere paura di far uscire il suo nome “perché la salute è l’unica cosa che ho nella vita, non ho altro, e la voglio difendere”. 

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