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Contro l’epidemia di precarietà, un’iniziativa per attrezzarsi nella “fase 2”

Seppur ancora in versione telematica, si è tenuta giovedì scorso un’ulteriore iniziativa organizzata da Potere al Popolo Emilia-Romagna per entrare nel merito delle contraddizioni fatta esplodere dalla pandemia e su cui si prepara il terreno di battaglia del prossimo futuro.

Si continua dunque il ragionamento iniziato con “Fermiamo Confindustria e Autonomia Differenziata” – in cui si era parlato della voracità del padronato nelle regioni del Nord che rompe la narrazione della modello di buona amministrazione per il bene comune, così come si era approfondito il tema dell’esplosione di diverse contraddizioni, fra cui l’aumento di competizione fra regioni e il grave problema dei tagli alla sanità anche in quelle considerate ricche o “virtuose”.

Come con la precedente iniziativa abbiamo colto la necessità di dotarsi di una progettualità all’altezza della sfida a cui siamo chiamati, con l’iniziativa di ieri abbiamo individuato il compito di ricomporre il lavoro povero e precario, sia quello su cui si è basata la sistema in questi mesi di lockdown, come i lavoratori sanitari, della logistica, i riders, i commessi… sia il lavoro completamente travolto da questo, a partire da tutti i lavoratori della ristorazione e turismo, ma anche le piccole – o false – partite iva. Un compito certamente complesso, per cui non basterà fare affidamento a strumenti e forme che hanno già mostrato i loro limiti in passato.

È sempre più chiaro, sia nella gestione della fase 1 così come quella che si sta prospettando per la fase 2 – con le proposte di Confindustria tramite il suo neopresidente Bonomi – che la crisi sanitaria e quella economica conseguente, peseranno sulle spalle dei lavoratori, ed è quindi ovvio che il lavoro povero e precario sarà quello che verrà più colpito: cercheranno di imporre ancora più precarietà, condizioni di salari e sicurezza sempre inferiori, emarginazione dei sindacati più conflittuali, smantellamento della contrattazione collettiva… Di questo si è discusso con i cinque invitati.

Come si è detto molto nelle ultime settimane, il Coronavirus non ha “prodotto” un’emergenza sociale, ma ha rivelato le contraddizioni accumulatesi negli ultimi decenni, che sono dunque da riprendere e rianalizzare.

È quello che ha fatto Simone Fana, autore di Basta Salari da Fame, ripercorrendo le politiche del lavoro e dei vincoli UE negli ultimi trent’anni: è infatti nell’arco del biennio ’92-’93 che contemporaneamente l’Italia ratifica il trattato di Maastricht, accettando vincoli che le renderà impossibile fare politiche espansive e di investimenti, e abolisce la “scala mobile”, un sistema istituzionale di protezione proprio per i salari più bassi.

Si dà così avvio a un periodo che, intervallato da progressive “riforme del lavoro” (pacchetto Treu, legge Biagi, Sacconi, Jobs Act) vede i salari diminuire e le disuguaglianze aumentare. Il mantra ideologico è sempre stato quello di “legare i salari alla produttività”, ma sappiamo che la produttività aumenta se si è incoraggiati (o forzati) a fare investimenti e ad aumentare la domanda.

Con la crisi iniziata nel 2008 si vede un’ulteriore spinta in questa direzione, con la creazione di nuovi posti di lavoro che però sono concentrati nei servizi poveri (soprattutto turismo), a termine e part-time. E di fronte alla nuova crisi la risposta da parte di Confindustria è sempre quella di cui discusso sopra: più precarietà, meno contrattazione collettiva.

La questione dello sfruttamento “istituzionalizzato” tramite subappalti e cooperative più o meno spurie è il centro del ragionamento di Giovanni Iozzoli, autore de L’Alfasuin, in cui partendo proprio dal settore della carne modenese mostra la differenza tra l’ideologia di una “vetrina emiliana” costruita sul mito delle eccellenze italiane votate all’export, con il suo “retrobottega” fatto appunto di estrema precarietà.

Il tanto decantato “modello emiliano” che per anni è stato al centro della retorica della buona amministrazione si rivela oggi in un rapporto inflessibile tra il PD e la repressione di ogni forma di mobilitazione dei lavoratori per i propri diritti.

Dall’altra parte della regione si mostrano, come spiega Massimo Manzoli, consigliere di “Ravenna in Comune”, fenomeni speculari nella filiera agricola. La “stagionalità” del lavoro nei campi ha da sempre aperto la porta a forme di lavoro estremamente precarie e quindi poco pagate, estremamente ricattabili e anche con deboli condizioni di sicurezza.

Quello che è un vero e proprio sistema di “caporalato” come forse siamo più abituati a leggere rispetto alle campagne pugliesi o calabresi si trova anche nel ricco nord, ed è proprio su questo “terreno fertile” (così come anche su quello industriale) che ha avuto gioco facile anche il proliferare di una struttura mafiosa, anche se sempre più difficilmente distinguibile dall’economia “legale”, come dimostrato anche dal maxiprocesso Aemilia.

Sul settore agricolo è intervenuto ovviamente anche Michele Caravita, contadino di CampiAperti, riflettendo sulle difficoltà per i produttori indipendenti di potere operare in un mercato dove i prezzi sono determinati interamente dalla grande distribuzione organizzata, la cui capacità di sfruttamento supera i semplici commessi ma si radica appunto nel caporalato delle campagne.

E per questo è importante lavorare su un’alleanza fra diverse parti sociali per una lotta unitaria contro lo sfruttamento, e il rifiuto a tornare un modello di crescita non sostenibile dal punto di vista sociale o ambientale.

In quest’ottica bisogna dunque riflettere attentamente alla finta diatriba fra “destra” e “sinistra” sul lavoro nei campi: da una parte la Lega (e alleati più o meno inaspettati come Bonaccini) che chiedono a gran voce che i ricettori del reddito di cittadinanza vengano forzatamente mandati a lavorare nei campi; dall’altra il PD, con la Bellanova in testa, che vorrebbe la regolarizzazione dei migranti che lavorano nei campi, però solo per i mesi di lavoro, in modo poi da tornare a trattarli come clandestini un secondo dopo. Nessuno ovviamente parla di diritti per tutti, o inizia ragionando dalle cause strutturali dello sfruttamento nei campi.

Chiude l’iniziativa la testimonianza proprio del settore di lavoro povero che abbiamo visto crescere tantissimo negli ultimi anni e che maggiormente sta soffrendo con le limitazioni imposte dal Covid: Anna Maurizi è una dei tanti giovani che dall’anno scorso hanno incominciato a organizzarsi nel settore del turismo, anche con il supporto di USB, dando vita alla rete nazionale “Mai Più Sfruttamento Stagionale”, partita proprio dalla riviera romagnola-marchigiana.

È proprio dal suo intervento che mostra come un settore che prima garantiva soltanto livelli di sussistenza, e ora nemmeno quelli non essendo state previste tutele strutturali per i lavoratori, che si tracciano le linee di unità politica con gli altri settori, perché nonostante l’isolamento che vogliono imporre è sempre più evidente come non ci siano differenze fra i lavoratori della ristorazione e del turismo con i lavoratori a progetto, i rider, gli operatori sanitari…

L’obiettivo che si pone Potere al Popolo è proprio quello insieme alle altre forze politiche e sociali, a partire proprio dal sindacalismo conflittuale, di organizzare questi settori sociali e questi lavoratori che dopo anni di divisione, ideologica e materiale, in questo momento hanno la possibilità di riconoscersi nei punti in comune, non solo per resistere all’attacco del padronato, ma per organizzare una controffensiva di classe.

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