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Ogni giorno veniamo bombardati da una serie di notizie, provenienti dai vari mezzi di informazione, che dovrebbero fornirci gli strumenti per orientarci nel marasma di una situazione economica e sociale, già preoccupante da prima, figuriamoci ora con l’effetto moltiplicatore del Covid.

L’informazione viaggia però su linee che spesso si discostano poco le une dalle altre – parliamo di sostanza, non di titoli ad effetto – e il risultato è che viene proposta una lettura sui vari argomenti che risponde più alla necessità di sostenere una tesi precostituita piuttosto che fornire chiavi di lettura adeguate alla realtà delle cose.

In questi giorni ci è capitato spesso di imbatterci in operazioni del genere e crediamo utile metterle in evidenza per tentare di sottrarci ad un dibattito basato sul niente e cercare di formarci un’opinione il più possibile aderente alla realtà.

Il primo caso che ci aveva colpiti ha riguardato l’annosa questione del reddito di cittadinanza, spesso indicato come la realizzazione del premio per i nullafacenti, trascurando il fatto reale rappresentato dalla massa sempre crescente di persone povere o in prossimità di povertà.

Il titolo lanciato dai maggiori quotidiani citava il giudizio formulato dalla Corte dei Conti che dichiarava sostanzialmente fallito l’obiettivo che tale misura si proponeva.

Il primo pensiero è stato che si intendesse dire che tale misura era insufficiente nelle quantità erogate, o magari nel numero di persone che ne avevano beneficiato, salvo poi scoprire che la critica al provvedimento era relativa al fatto che solo il 2% dei percettori avevano poi trovato un lavoro; da qui poi discendeva una critica al ruolo dei “navigator” pagati per non fare nulla.

Quindi si sostiene che non funzionano i centri per l’impiego, e quindi se non c’è lavoro, quando c’è è precario, sottopagato, sfruttato e cottimizzato, non funziona neanche un timido meccanismo di sostegno alle persone in difficoltà, pur sapendo che tale misura, ben più ampia e strutturata, esiste in tutta Europa.

E, di grazia, quando è apparso con tutta questa enfasi lo stato vergognoso dei centri per l’impiego?

Forse un po’ di numeri aiutano a capire meglio la situazione, ma soprattutto a riconoscere, nel piagnisteo di chi si lamenta dell’inefficiente sistema di ricollocazione al lavoro della sempre crescente massa di disoccupati, inoccupati e precari, l’ipocrisia di chi sa benissimo come stanno le cose ma se ne ricorda quando fa comodo.,

Bene, in Italia ci sono circa 8.000 dipendenti dei centri per l’impiego, in Francia 54.000 mentre in Germania il numero sale a 110.000. La Germania spende per ogni disoccupato la somma di € 3.700, la Francia € 1.300 e l’Italia “ben” € 100.

Quindi non è il reddito di cittadinanza a impedire l’incontro tra disoccupati e lavoro, ma l’accoppiata devastante tra un’economia che arranca e una struttura inadeguata da sempre, mai affrontata in modo adeguato, neanche negli anni tremendi della crisi del 2008. Ma fa più comodo raccontarla diversamente.

E che dire dell’altro colpo di genio che ha visto la stampa nazionale distinguersi in una scoperta degna del più navigato degli investigatori?

Hanno consegnato al Paese la madre di tutte le rivelazioni: il Covid è il responsabile del blocco dell’”ascensore sociale”.

Stupiti e basiti ci siamo dovuti rimangiare le nostre convinzioni: non è il modello liberista che determina l’aumento esponenziale delle disuguaglianze, non è la guerra nei confronti delle conquiste sociali che stanno facendo arretrare il paese, costringendo a salti mortali per fronteggiare le difficoltà in campo economico, sanitario e abitativo.

Non è neanche la speculazione finanziaria che se ne frega del fatto che la domanda interna sia bloccata… No, è la pandemia!

Se non fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Sappiamo solo che per continuare a vivere in mezzo a frescacce travestite da verità serve la pazienza di Giobbe e la memoria di un elefante.

Per fortuna siamo ben forniti di entrambe.

* da Essere il cambiamento per non sperare nel cambiamento

 

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