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Salario minimo: prigionieri di Cgil Cisl Uil

Alla proposta del Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo di procedere all’introduzione del salario minimo contrattuale ecco l’ennesima, incomprensibile ai più, levata di scudi di Cgil Cisl e Uil che si accodano alle posizioni, queste un po’ più comprensibili, di Confindustria.

Mentre quest’ultima paventa maggiori costi per le imprese che sarebbero costrette a garantire almeno l’importo previsto dalla legge proposta, e quindi a chiudere con la stagione del lavoro povero che ormai da molti anni caratterizza il nostro Paese, i detentori del monopolio della rappresentanza temono che proprio questa loro condizione di privilegio venga messa in discussione dall’introduzione per legge di una soglia salariale minima, sotto la quale non si possa andare e a cui vadano uniformati i trattamenti sotto soglia.

Con la scusa che deve essere la contrattazione tra le parti a definire il valore del salario, si oppongono a che anche nel nostro Paese si definisca per legge che sotto una determinata soglia non si possa andare, e che questo valga per tutti e non solo per i lavoratori tutelati dal contratto collettivo nazionale di lavoro.

Accade, questo, nel momento in cui persino l’insospettabile Ursula von der Leyen arriva a dire che “tutti nell’Unione devono avere i salari minimi. Funzionano ed è giunto il momento che il lavoro ripaghi. La verità è che per troppe persone il lavoro non paga, il dumping salariale distrugge la dignità del lavoro”.

Nella Ue, che un giorno sì e l’altro pure viene indicata come faro, siamo rimasti in pochi a non averlo: Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia. E domenica scorsa a Ginevra i cittadini hanno votato a favore di un salario minimo di 20 euro l’ora.

Sorge il dubbio che, in verità, il reale motivo di questa indisponibilità dei sindacati complici sia da ricercare nel dirompente messaggio che un tale provvedimento lancerebbe ai lavoratori; cioè che la moderazione salariale, garantita dall’accettata compatibilità con gli interessi di impresa, sia definitivamente da accantonare e che dalla nuova soglia si possa ripartire per ridare forza e valore ai salari, riequilibrando, almeno in parte, a favore del lavoro, la distribuzione della ricchezza prodotta. E che chi finora ha garantito la moderazione salariale possa essere, definitivamente, gettato alle ortiche.

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