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A giugno le udienze sull’estradizione dei rifugiati politici in Francia

La Corte di Appello di Parigi, secondo quanto ha appreso oggi l’Adnkronos, ha autorizzato formalmente l’intervento dello Stato italiano nell’ambito della procedura in corso nei confronti dei 9 rifugiati politici italiani che sono stati arrestati tra il 28 e il 29 aprile e che sono a rischio estradizione in Italia. Si tratta di una decisione definitiva che non potrà più essere contestata nel proseguo della procedura.

Le prime udienze sull’estradizione in Italia dei nove rifugiati politici italiani fermati in Francia nei giorni scorsi si sono concluse ieri alla Corte di Appello di Parigi. Le prossime udienze si svolgeranno a giugno e si svolgeranno in date diverse.

I nove rifugiati politici si sono presentati ieri in Tribunale ed hanno rifiutato l’estradizione.

Marina Petrella, ex militante delle Brigate Rosse, parlando con i giornalisti presenti in tribunale,  così ha commentato: ​”Stiamo arrivando verso la fine. Stiamo raschiando il fondo del barile. Io ho vissuto tutti questi anni con un grande dolore. Dolore e compassione per le vittime, per tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Da parte mia ho fatto 10 anni di carcere tra Italia e Francia. E 30 di esilio, una pena senza sconti e senza grazie, che ti impedisce di tornare nella tua terra”.

“Noi – ha spiegato Marina Petrella – ci siamo assunti una responsabilità politica collettiva, mentre il compito della giustizia è quello di giudicare e condannare in rapporto alle responsabilità di ognuno. Ci sono state vittime, e ci sono stati tanti compagni che hanno pagato con il carcere, alcuni con l’ergastolo. Queste vittime non sono rimaste impunite, senza memoria.

Ma paragonare, come ha fatto il ministro della Giustizia francese, il sangue degli anni di piombo con la strage del Bataclan è di “incredibile volgarità”, sottolinea Marina Petrella “Uno del Bataclan può essere paragonato a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a Reggio Calabria? Io sono stata condannata sulla base dell’assunzione di una responsabilità collettiva”.

“Oggi è ancora presto – ha sottolineato Marina Petrella -, ma non escludo che arrivi una riflessione su un modo diverso di provare a spiegarsi. Un linguaggio comune? Mi sembra impossibile. Piuttosto penso ad un avanzare, un progredire, perché ormai non ci sono più poste in gioco. Ricordiamoci che prima, anni fa, la parola non era libera, non era esente da un premio, fra dissociati e pentiti. Oggi siamo alla fine, stiamo raschiando il fondo del barile e non ci sono più queste poste in gioco, non ci sono più ricompense. Ma al tempo stesso, da parte dell’Italia, un paese che non è capace di fare i conti con la sua storia, non c’è nessuna apertura. Chiedere un’operazione di questo tipo è difficile. A chi rivolgersi?”.

A cosa ha portato la lotta armata? “Non era fine a se stessa – risponde Petrella – tante riforme sono state fatte anche grazie a quella conflittualità che saliva, che costruiva istanze nuove. C’era un modello di trasformazione, il socialismo al di là degli esempi storici, è solidarietà, fratellanza, condivisione. C’è stato un processo di scontro atroce per tutti. Per tutti”.

“Queste cose fanno parte della parte spirituale, intima, non ne voglio parlare e non ne parlerò mai. Quello di cui si parla qui è la sfera della vita civile. Io faccio un lavoro socialmente utile, posso fare del bene alla gente, per me è una sorta di riscatto simbolico”.

Sulla eventuale disponibilità di Italia e Francia ad ascoltare le voci di persone che hanno partecipato alla lotta armata, Petrella non si fa illusioni: “Non ci stiamo dirigendo verso un’apertura dello spirito critico, un’evoluzione, andiamo verso una chiusura, fra liberalismo e autoritarismo, sia in Francia, sia in Italia”. In Francia, forse, un po’ di più, fra appelli di intellettuali e sostegno di fedelissimi: “Gruppi di intellettuali hanno cominciato a firmare degli appelli e altri ne arriveranno. Non sento un calo dei sostegni, piuttosto una difficoltà nell’esprimersi, una specie di autocensura che si impone sempre di più”.

Il tribunale di Parigi dovrà decidere se approvare o meno l’estradizione di ognuno degli imputati dopo i 7 arresti avvenuti in Francia lo scorso 28 aprile. Il 29 aprile poi si erano costituiti altri due rifugiati politici che il 28 aprile non erano stati fermati. Tra chi è comparso in tribunale non c’è Maurizio Di Marzio che per ora non ha accettato di costituirsi e per il quale i termini di prescrizione scadono il prossimo 10 maggio.

Il quotidiano francese Liberatiòn ha dedicato spazio all‘appello di un gruppo di intellettuali diretto al presidente Emmanuel Macron contro la concessione dell’estradizione per dieci rifugiati politici italiani. 7Nell’appello si ricorda la concessione dell’accoglienza durante la presidenza di Francois Mitterrand, negli anni Ottanta, la nuova vita in Francia degli ex militanti italiani che hanno rinunciato alle armi, le loro nuove famiglie. Viene invocata l’amnistia in Italia, un gesto che – secondo loro – consentirebbe al Parlamento di “voltare pagina e di guardare al futuro”. L’appello è stato firmato da una trentina di personalità, fra le quali i registi Costa-Gavras e Jean-Luc Godard, Agnes B., Charles Berling, Valeria Bruni-Tedeschi,

In un’altra pagina di Liberation viene però ospitato anche un intervento dell’ex magistrato ed ex presidente della Camera, Luciano Violante, che attacca l’appello e i suoi firmatari: “Insorgere contro l’arresto di ex militanti di estrema sinistra italiani che da 40 anni vivono in Francia, significa misconoscere i crimini terroristici di cui sono stati autori in passato” scrive Violante, forse uno degli esponenti più irragionevoli di quello che in Italia può essere definito come “Il Partito della vendetta”.

 

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