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Tra Biden e Unione Europea molti dossier tutt’altro che convergenti

La cortina fumogena di dichiarazioni e nastrini sulla piena convergenza tra Usa e Unione Europea e Stati Uniti durante la visita di Biden, si è diradata e gli osservatori più attenti sottolineano come i punti di divergenza tra le due sponde dell’Atlantico siano tutt’altro che risolti. Anzi.

Nella ossessione di dipingere Biden come l’uscita dal tunnel dell’amministrazione Trump, sono stati omessi all’opinione pubblica i dossier divergenti che pesano tutt’ora come macigni. Il problema infatti non era Trump ma le divaricazioni di interessi strategici che si sono andati accumulando negli anni. Non a caso la firma del TTIP era già fallita con l’amministrazione Obama.

Qui di seguito un articolo comparso sull’importante giornale tedesco Handsblatt che riassume i dossier delle divergenze tra Unione Europea e Usa e che la strombazzata visita di Biden non ha affatto risolto. Buona lettura

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Rimangono i dazi sull’acciao, lo stallo del WTO viene mantenuto: al di là alla retorica piena di pathos di Biden resta poco

Di Jens Münchrath*

Rimangono i dazi sull’acciaio, lo stallo del WTO viene mantenuto: al di là alla retorica piena di pathos di Biden resta poco.

Gli europei avevano riposto grandi speranze nel viaggio del presidente USA. Joe Biden non le ha premiate – nè economicamente, nè politicamente.

Il presidente americano Joe Biden ha blandito per una settimana intera l’animo europeo: ha giurato fedeltà all'”alleanza dei democratici”, ha sottolineato il ruolo importante degli europei nella ricostituzione di un ordine multilaterale e ha chiaramente professato l’adesione alla NATO.

Tutto ciò è stato un balsamo per l’Europa danneggiata da Trump. Tuttavia cosa resta oltre alla retorica piena di pathos? La sospensione di alcuni dazi punitivi nel, di suo assurdo, conflitto, Boeing-Airbus, che entrambe le parti vogliono intendere come grande successo non è adeguato alla rivendicazione di un “nuovo inizio per la “comunità di valori” transatlantica.

Si sta istituendo un gruppo di lavoro per risolvere la lite sulle sovvenzioni. Recentemente il tentativo dei cinesi di far assurgere la loro costruttrice di aerei Comac – che ovviamente è ancor più foraggiata dallo stato di Boeing e Airbus- a competitrice globale, ha dato il la per un tentativo di riappacificazione transatlantico. Almeno questo.

Il bilancio tuttavia appare ancora peggiore con riguardo agli altri punti di conflitto.

*L’esempio dei dazi sull’acciaio: il fan dell’Europa Biden vuole mantenere le assurde sanzioni e non intende neanche discuterne, sebbene ultimamente gli europei abbiano dimostrativamente rinunciato ad un inasprimento dei contro-dazi e sebbene nel governo USA nessuno possa chiarire in maniera convincente come le importazioni d’acciaio metterebbero in pericolo la sicurezza degli Stati uniti.

Anche in questo caso vale ciò che valeva sotto Trump: innanzitutto si va contro la Cina, che è considerata responsabile della gigantesca sovracapacità produttiva sul mercato mondiale.

*L’esempio politica climatica: Biden si vuole presentare come un combattente contro il cambiamento climatico. Lo ha dimostrato non solo con il rientro simbolicamente significativo nel Patto di Parigi, bensì anche con il suo Green Deal e gli investimenti miliardari in patria ad esso connessi. L’ambizione evidentemente non è tanto ampia da indurlo a compartecipare alla “compensazione alla frontiera”del CO2.

E’ vano cercare la parola “compensazione internazionale” anche solo “prezzo del CO2” nella sua dichiarazione conclusiva. E la peccatrice climatica numero uno è comunque la Cina, così pensa Biden.

*L’esempio WTO: per gli europei la rivitalizzazione dell’organo centrale multilaterale del commercio è una questione molto sentita. Il meccanismo di arbitrato al momento non funziona perchè Trump ha bloccato la nomina dei nuovi giudici di seconda istanza. Per adesso in Europa il sedicente multilateralista Biden non si è lasciato strappare nemmeno la minima allusione al fatto che pensi di agire diversamente dal suo predecessore.

Il WTO, non è stata questa l’istituzione che ha condotto l’integrazione della Cina nell’economia mondiale – creando con ciò le premesse per la sua rapidissima ascesa economica? Così ragionava Trump e così ragiona Biden. Tutto ciò è poco incoraggiante – e anche il sollievo giustificato per il fatto che adesso alla Casa bianca risiede nuovamente qualcuno con cui si può parlare e che è aperto ad argomentazioni razionali non può trarre in inganno su questo: per una reale rivitalizzazione del partenariato transatlantico serve molto di più.

Vale a dire una iniziativa credibile verso un trattato di libero scambio transatlantico. Quale segnale potrebbe essere più forte nei confronti di regimi autocratici come la Russia o la Cina? Tuttavia non si giungerà a ciò in tempi prevedibili. Il protezionismo non mascherato di Biden, ma anche dei partner europei, specialmente per quanto concerne l’agricoltura, rimane il grande ostacolo.

Il distanziamento dalla Cina non basta.

Ebbene: il distanziamento nei confronti della “nemica sistemica” Cina da sola non è sufficiente a fondare un’identità per l’occidente; la “contrapposizione esistenziale” fra democrazie e autocrazie, di cui Biden ha parlato nel suo viaggio – può anche darsi che ci sia. Intanto Pechino difende i suoi interessi geopolitici ed economici con estrema durezza, in parte con mezzi scorretti. L’ascesa apparentemente incontenibile della Repubblica Popolare al momento è solo uno dei molti pericoli per l’occidente liberale. Il nemico sistemico, che il Presidente ravvisa innanzitutto a Pechino, in realtà si trova anche non lontano dalla Casa bianca, nel congresso, nelle fila dei repubblicani: cioè fra quei deputati ancora convinti che a Donald Trump sia stata rubata l’elezione.

E anche altro è sconcertante: nell’ultima tappa del suo viaggio europeo a Ginevra Biden ha incontrato il suo omologo russo Vladimir Putin. L’osservatore stupito ha visto immagini pittoresche di un vertice di avvicinamento. Attacchi verbali incessanti contro la dirigenza cinese da una parte; un sorprendente riconoscimento di Putin, in politica estera il più inaffidabile degli aggressori autocratici, dall’altra. Certi diplomatici in questi giorni devono essere stati crucciati dalla difficoltà di orientamento.

 

*Handelsblatt

(traduzione di Monia Guidi)

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