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Afghanistan. Lo strascico di morte del ritiro statunitense

I dati stanno diventando inoppugnabili e non basteranno i balbettii del Pentagono e il servilismo dei mass media (solo italiani anche in questo caso) a metterli sotto il tappeto.

In soli tre giorni a Kabul le forze armate statunitensi hanno ucciso più civili dei Talebani.

I primi, come denunciato dalla BBC, negli spari a casaccio sulla folla dopo l’attentato all’aeroporto  di Kabul giovedi scorso; i secondi – tra cui alcuni bambini – con l’esecuzione extragiudiziaria in mezzo alle abitazioni fatta con il bombardamento di un drone Usa su un veicolo che si riteneva destinato ad un attentato.

In entrambi i casi il Pentagono li ha giustificati come danni collaterali e “male minore” rispetto agli attentati, realizzati o previsti, dell’Isis a Kabul. In Italia molti, sia a livello politico che dei mass media, sono disponibili ad accettare senza recriminazioni questa tesi. Gli afghani e gran parte del mondo invece non lo sono affatto.

In questi venti anni di occupazione militare, di episodi simili in Afghanistan ne sono accaduti fin troppi e troppe sono state le vittime civili declassificate a meri danni collaterali.

Lo hanno denunciati e resi pubblici i files  di Wikileaks per i quali gli Usa da anni puntano a vendicarsi cinicamente di Julian Assange che ne aveva curato la messa a disposizione e la diffusione a livello internazionale.

Questo lato dell’orrore della non ancora conclusa occupazione militare Usa/Nato dell’Afghanistan non si è ancora concluso. Anzi. L’amministrazione Usa ritiene di poter esercitare ancora impunemente le esecuzioni extragiudiziarie attraverso i droni senza che le istituzioni internazionali sollevino ancora adeguatamente il problema.

A pochi giorni dall’anniversario degli attentati dell’11 settembre, gli intellettuali, la politica e la società civile statunitense e occidentali dimostrano di dover ancora lavorare molto intorno all’ipocrisia di quelli che si chiedevano: ma perché ci odiano tanto?

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