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L’Italia alla guida della missione militare della Nato in Iraq

Senza alcun dibattito pubblico nè dovute richieste di chiarimento, sembra ormai profilarsi concretamente lo scenario di assunzione italiana del comando della missione della Nato in Iraq.

La “Nato mission in Iraq”, o “Nmi”, è attiva dal 2018, e l’Alleanza Atlantica ha scelto di potenziarla già a febbraio 2020. L’Italia dovrebbe assumere il comando della missione già dai primi mesi del 2022. Il ministro della Difesa Guerrini ha già visitato l’Iraq ben quattro volte.

Secondo alcuni fonti la missione verrebbe ampliata da 500 a 4.000 uomini trasformandola di fatto in una missione di combattimento rispetto a quella precedente,  i cui compiti “ufficiali” erano solo quelli di addestramento dell’esercito iracheno.

La missione italiana in Iraq, impegna già 280 militari impegnati nella forza Nato e 900 militari nella missione Prima Parthica che nella Nato sarà integrata. In questo modo la nuova missione in Iraq – dopo la rovinosa fuga dall’Afghanistan –  diventa la più grande missione militare italiana all’estero.

Ma se fino ad oggi la presenza militare italiana era interna alla Coalition internazionale per la lotta contro Daesh-Isis, con una missione Nato acquisisce di fatto ben altra funzione, che non trova però giustificazioni dalla situazione in Iraq.

Mosul infatti è stata liberata dalla presenza dei miliziani dell’Isis già da ottobre 2016 e il governo iracheno ha dichiaro conclusa la campagna militare contro Daesh già dalla fine del 2017.

Lo sporadico ripresentarsi di attentati di quest’origine e la permanenza di sacche di estremismo violento non giustificano la presenza di una forza della Nato così consistente, se non in funzione apertamente anti-Iran.

Gli Stati Uniti hanno annunciato che lasceranno l’Iraq terminando una presenza militare iniziata con l’invasione del 2003. “Entro fine anno – ha dichiarato Biden – non saremo più in missione di combattimento”.

Ma lo stesso Biden ha precisato che le forze militari americane “saranno disponibili a continuare l’addestramento, a garantire assistenza e aiuto per combattere l’Isis”.

L’annuncio del ritiro USA, secondo i media americani, dovrebbe aiutare il premier iracheno a respingere le critiche arrivate dai partiti politici sciiti, che da tempo chiedono il ritiro dei 2.500 soldati americani.

Ma perché questo aumento dell’impegno militare dell’Italia in Iraq? Secondo i dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), nel 2020 l’Iraq è stato il secondo fornitore di petrolio al nostro Paese (preceduto solo dall’Azerbaijan), coprendo oltre il 17% della domanda nazionale.

Nel 2019 era al primo posto, con una quota del 20%, mentre nei primi quattro mesi del 2021 si colloca al quarto, dopo Azerbaijan, Libia e Arabia Saudita.

Alcune organizzazioni pacifiste italiane denunciano inoltre la recente decisione di dotare le Forze Armate italiane di una flotta di Hero-30, i cosiddetti droni Kamikaze dichiaratamente finalizzati all’utilizzo nel “mutato scenario operativo in Iraq”, come scritto nella relazione del Ministero della Difesa riportata dall’osservatorio Milex, “un passaggio operativo che non può che aggravare questa nostra preoccupazione”, scrivono le associazioni.

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