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Gli studenti del Sud in piazza per un altro paese

Un movimento diventa di massa quando intercetta realmente i bisogni della classe o del soggetto sociale che ambisce a mobilitare e arriva negli angoli più remoti di un paese, ossia nei luoghi dove meno frequentemente si riesce a innescare una dinamica di conflitto sociale e politico.

Ieri oltre 40 città hanno conosciuto la presa delle strade da parte dei rispettivi studenti e studentesse, in un arco spaziale che da Torino a Catania ha coperto tutto lo stivale, ampliandosi repentinamente anche al Sud passando dalla Calabria alla Puglia fino alla Campania.

Per esempio, a Napoli una piccola rappresentanza prima del corteo si è recata sotto le sedi del Pd è si è simbolicamente imbrattata di “rosso sangue”, a significare i responsabili politici delle morti di Lorenzo e Giuseppe durante l’alternanza scuola-lavoro.

A Cosenza invece la solidarietà nei confronti della studentessa vittima di molestie sessuali ha accompagnato tutti gli slogan tipici del movimento studentesco, contro la “triade Draghi-Bianchi-Lamorgese” (governo, scuola, repressione).

Una nota particolare sentiamo di doverla spendere per quanto successo a Bari, per il suo valore specifico.

Dopo anni di immobilismo, più di 250 studenti delle scuole di Bari, assieme a quelli di tutta Italia, sono scesi in piazza per protestare contro la maturità, l’alternanza scuola-lavoro e la repressione”. Recita così la nota della sezione barese dell’Opposizione Studentesca d’Alternativa, protagonista della mobilitazione in città.

Un’occasione di novità assoluta per il capoluogo pugliese, una delle tante città del Mezzogiorno spesso dimenticata dai media mainstream, se non per quanto riguarda notizie di cronaca nera o per le spiagge affollate nei mesi estivi.

Tutti conoscono “Bari vecchia”, in pochi invece l’agglomerato industriale Bari-Modugno che ospita circa 300 siti produttivi in esercizio fra stabilimenti industriali, aziende artigiane, nodi di imprese attive nella logistica e imprese edili, con circa 12.000 occupati diretti e nell’indotto (centri commerciali esclusi), una delle aree industriali più grandi del mezzogiorno e anche dell’Adriatico.

Non è un caso infatti che lo scorso 26 ottobre il premier Mario Draghi si era recato nel capoluogo in visita all’ITS Cuccovillo e alla Masmec, azienda operativa nel settore delle tecnologie di precisione, robotica e meccatronica.

L’occasione era la promozione del Pnrr, ossia lo strumento – a scanso di equivoci – tramite cui l’Unione Europea vuole riorganizzare le proprie filiere produttive per adattarsi alla sempre più feroce competizione internazionale, ai venti di guerra fredda che impongono una “regionalizzazione” delle filiere (non si potrà più produrre tutto in Asia minore) e alle mire imperialiste del costituendo super-Stato europeo, già impegnato militarmente in Sahel alla ricerca delle materie prime necessarie per la finta transizione ecologica made in Eu, come l’uranio per le centrali nucleari francesi.

In questo quadro di profonda ristrutturazione produttiva, il Mezzogiorno deve poter diventare il luogo privilegiato non più dell’emigrazione giovanile, ma dello sfruttamento del lavoro per gli impieghi a più alta intensità di manodopera e base logistica per lo smistamento delle merci in transito dal sempre più centrale Mar Mediterraneo.

L’inserimento di Zone Economiche Speciali (Zes) in tutte le regioni del Sud Italia nelle missioni del Pnrr indica la volontà di costruire aree a regime fiscale agevolato per le imprese, con l’intenzione di attirare investimenti di capitali esteri volti all’impiego di forza lavoro meno tutelata, pagata e garantita.

630 milioni per l’implementazione delle Zes nel Pnrr e 1,2 miliardi per lo sviluppo portuale, queste le cifre concrete emerse negli ultimi 3 anni dell’indirizzo politico-economico sopra individuato.  

Riportare lo sfruttamento industriale in Italia”, oppure “Mezzogiorno: la Taiwan d’Europa” (per quello agricolo, chiedere ai migranti della filiera alimentare); questi potrebbero essere due slogan per la missione voluta dal governo Draghi su indicazione dell’Unione europea per il Sud, forse (il condizionale è d’obbligo) una buona notizia per il tasso d’occupazione (categoria meramente quantitativa), non di certo per la qualità della vita lavorativa dell’abitante del territorio.

È qui che le scuole e soprattutto gli ITS meridionali diventano il luogo privilegiato dell’attenzione del governo, perché dovranno fornire il precariato diffuso, con piccole quote di aristocrazia operaia ben pagata, pronto a macinare i profitti delle grandi multinazionali del domani.

Ed è esattamente qui, crediamo, che assume un’importanza strategica la mobilitazione studentesca ben presente e radicata anche nelle regioni del Mezzogiorno, come dimostra la riattivazione degli studenti e delle studentesse, “dopo anni di immobilismo”, di Bari.

Con Lorenzo e Giuseppe nel cuore, studenti come noi sono stati mandati al macello dal governo, ennesimo schiaffo in faccia da parte del ministro Bianchi. Continueremo a lottare. Nessuna conciliazione. La scuola ha bisogno di una Rivoluzione”, conclude la nota dell’Osa.

Un “programma” che necessita di tutto il nostro sostegno.

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