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Potere al Popolo va all’Assemblea Nazionale. Intervista a Marta Collot e Giuliano Granato

Intervista con Marta Collot e Giuliano Granato. Sabato 28 giugno ci sarà l’Assemblea Nazionale di Potere al Popolo. L’appuntamento è a Roma, alle ore 10.00 al Teatro Italia, lì dove tutto è cominciato nel novembre 2017. L’ultima assemblea in presenza era stata nel 2019 poi la pandemia ha imposto una bolla sugli appuntamenti pubblici. L’assemblea nazionale, come è consuetudine, sarà aperta a tutti gli iscritti di Potere al Popolo Il documento politico è stato già discusso nelle assemblee territoriali e verrà discusso nell’assemblea nazionale, poi lo si voterà su piattaforma dal 6 al 12 giugno.

Alla vigilia dell’assemblea nazionale abbiamo rivolto alcune domande ai due portavoce nazionali di Potere al Popolo, Marta Collot e Giuliano Granato,

Il 28 maggio Potere al Popolo terrà la sua VII Assemblea Nazionale e sarà finalmente in presenza. L’ultima era stata nel 2019. I due anni di difficoltà dovuti alla pandemia non hanno però interrotto l’attività. Come valutate il percorso fatto in questi ultimi e complicati anni?

Marta Collot: certamente un evento come una pandemia globale ha colpito tutte le organizzazioni che si fondano sul contributo militante, e quindi in parte anche Potere al Popolo!. Abbiamo però saputo reagire, e tra i meriti che abbiamo avuto credo che quello principale sia stata di mettere sin da subito a fuoco quali fossero le contraddizioni più evidenti che la pandemia ha scoperchiato: dalla tutela della salute, alle condizioni del sistema sanitario e alla balcanizzazione tra regioni, al tema vaccini e abolizione dei brevetti, ma anche all’impoverimento e alla crisi che le fasce popolari hanno subito durante la crisi pandemica.

Penso che siano stati dei passaggi importanti che possono contribuire alla costruzione di un’idea di società diversa di fronte al disastro sindemico causato dal capitalismo, da cui per uscire migliori possiamo uscire solo con una soluzione che guarda al socialismo.  

Giuliano Granato: Siamo ancora troppo dentro la pandemia per renderci conto fino in fondo dello sconquasso che ha rappresentato. Tanto in termini strutturali, con la crisi di alcune catene del valore, la messa in discussione di alcuni dei pilastri su cui si è retto finora il sistema internazionale, quanto in possibile rottura di alcune delle tolleranze morali nei confronti del presente. Penso allo scoppio del disagio mentale, soprattutto tra giovani e giovanissimi. Ma anche al rifiuto di condizioni di vita e di lavoro fino a poco tempo fa ritenute “normali” e oggi resesi difficilmente tollerabili, se non insopportabili.

In questo contesto abbiamo provato a stare fino in fondo dentro le contraddizioni che si aprivano, sperimentando strumenti e linguaggi che permettessero: a) di essere strumento immediatamente utile ai bisogni della nostra gente – di qui l’attivazione del “Telefono Rosso” per lavoratori e lavoratrici, le brigate per la distribuzione di cibo, materiale e apparecchiature sanitarie, ecc.; b) di comprendere cosa andava mutando e, al contempo, costruire forme organizzative capaci di affrontare le nuove sfide.

Insomma, in un contesto di ulteriore sfrangiamento del tessuto sociale, mi pare che PaP abbia avuto uno sviluppo contro-tendenziale. Elemento necessario, perché la dimensione pubblica del viver comune e del darsi da fare per cambiare le cose rimane imprescindibile. Nonostante ciò, non sufficiente. Per questo dobbiamo continuare a fare autocritica, a riflettere, a imparare, a sperimentare: perché ci serve trasformare l’ansia e l’angoscia che sono la cifra prevalente del presente in consapevolezza che le cose non funzionano non solo a livello di individui; che ognuno di noi è parte di qualcosa di più ampio e che solo insieme possiamo incidere e migliorare le nostre stesse esistenze.

Due anni di pandemia ed ora la guerra. Potere al Popolo si sta dimostrando adeguato a sfide così pesanti e impegnative sul piano politico e strategico?

Marta Collot: Io penso che stiamo affrontando questi tempi con grande forza d’animo e grande coraggio. Certamente il contesto in cui Potere al Popolo! è nato è  molto differente rispetto a quello in cui siamo oggi, in cui c’è stata un’accelerazione, una precipitazione dei processi. Il passaggio di questa Assemblea è cruciale proprio in questo senso, e serve a farci maturare come organizzazione, proprio per metterci in grado di affrontare tempi molto più duri, perchè la situazione che viviamo oggi non si risolverà nel breve periodo – vedete ad esempio le dichiarazioni di Biden sulla Cina – e quindi oltre alla forza d’animo, al coraggio e alle proposte giuste abbiamo bisogno di rafforzare il nostro dinamismo, la nostra capacità organizzativa, la nostra capacità di incidere nella realtà.    

Giuliano Granato: Potere al Popolo è uno strumento in costruzione. Già l’esplosione della crisi nel 2008 poneva con chiarezza un cambiamento di fase; oggi con pandemia e guerra mi pare ancor più evidente che viviamo uno snodo fondamentale. Dobbiamo per questo osare, gettarci alle spalle vecchie sicurezze che oggi non sono altro che ostacoli. Le contraddizioni si stanno approfondendo, si aprono nuove crepe. Alcune vengono chiuse rapidamente, ma il materiale è di risulta e potrebbero riaprirsi in breve tempo. E avere carattere ancor più esplosivo.

Di qui, con questo senso di urgenza e di possibilità, credo dobbiamo partire per continuare la costruzione di Potere al Popolo, di quell’organizzazione che per essere “strumento utile”, come ci diciamo sempre, dev’essere non solo sostegno materiale ai nostri, ma anche capace di dare senso alle nostre esistenze. Serve lavorare su una visione che sia prefigurativa e non meramente conservativa. Il socialismo trascinava le masse perché prospettava un orizzonte. Le “sinistre” della fine del XX secolo muoiono perché sanno guardare solo nello specchietto retrovisore. A noi sta il compito di riprendere in mano quel senso di missione e la prefigurazione del mondo che vogliamo.

Quali sono rivelati secondo voi i punti di forza e i punti di debolezza di Potere al Popolo in questa difficile fase storica?

Marta Collot: Credo che ci siamo dimostrati una delle poche forze che, in una fase storica così complicata, ha saputo prendere posizioni chiare e affermarle con forza. Ho già detto rispetto alla pandemia, ma c’è anche la nostra campagna sul tema del salario minimo e alla posizione – e alle iniziative – contro il coinvolgimento dell’Italia nella guerra. E siamo anche una realtà che, nonostante appunto i tempi difficili in cui siamo entrati fin dal 2020, mantiene ancora un suo radicamento rilevante in tutta Italia, con oltre 50 assemblee sul territorio nazionale. Come ho invece detto prima, credo che dobbiamo crescere sulla nostra capacità dinamica, e maturare l’analisi complessiva per presentarci come soggetto realmente credibile della rappresentanza delle istanze popolari.

Giuliano Granato: I punti di forza li abbiamo visti anche durante la pandemia: abbiamo migliaia di militanti che in maniera generosa si attivano e sono già parte della trasformazione più complessiva che vorremmo vedere. Molte e molti sono giovani o giovanissimi: significa che apportano contributi nuovi, che non siamo succubi dello “sconfittismo” in cui si bea certa sinistra. E significa che anche dal punto di vista anagrafico abbiamo la possibilità – ben più di soggetti pure assai più grandi di noi – di costruire classe dirigente. A parlare con molti di loro ti rendi conto del lavoro enorme che hanno fatto sul proprio territorio – quadrante chiave della nostra attività politica – con un lavoro di inchiesta che non è frutto solo di libri e di studio, ma anche dell’attività quotidiana, della conoscenza di prima mano. E poi un altro punto di forza: abbiamo commesso errori in questi anni, è innegabile. Ma non l’abbiamo mai fatto perché “corrotti” dal sistema che combattiamo. Abbiamo una credibilità morale che è essenziale per essere davvero riferimento.

Tra le debolezze segnalarei sicuramente la necessità di una maggiore strutturazione organizzativa. L’organizzazione è sempre stata la forza di quei soggetti che non possono contare su altre risorse se non sulle proprie. La nostra sperimentazione va nel senso di costruire un’organizzazione di tipo nuovo, che non sia né il partito di vecchio tipo né il movimento sociale. Compito non facile, di qui anche alcune difficoltà. Perché inventare una strada non tracciata è sicuramente stimolante, ma è anche compito assai faticoso.

Il preambolo del documento politico invita ad avere una mentalità vincente e non solo testimoniale nel conflitto di classe. E’ velleitario o realistico?

Marta Collot: Più che altro è necessario. Ovvero, io credo che noi dobbiamo offrire una lettura della realtà, ma anche una visione del mondo alternativa, delle proposte su cosa faremmo noi, se fossimo al potere. E dentro questo quadro dobbiamo infondere il senso che la lotta è un mezzo, e anzi l’unico mezzo che la nostra parte ha, per realizzare questa visione nuova. Ma davvero credo che sia una questione di necessità, perché ormai il sistema è talmente marcio che scegliere di ribaltarlo non è una “questione di stile” ma è una questione di sopravvivenza del genere umano. Socialismo o barbarie, è il caso di dire. E per fare il socialismo c’è bisogno, appunto, di costruirlo.

Giuliano Granato: Nessuna velleità. È anche una questione del tempo che vogliamo portare: passato o futuro. Essere testimoniali – anche quando non ce lo si dice, perché a parole nessuno vuole esserlo – significa esser proiettati su un passato, spesso mitizzato, da riportare in auge o, comunque, di cui provare a salvare qualche vestigia. Ciò che ti muove è la paura di perdere qualcosa e la tua azione politica diventa resistenziale. Onorevole, certo. Ma perdente.

Mentalità vincente non è questione solo psicologica. Significa individuare nel presente, per quanto difficile e terribile possa essere, quali sono quelle linee che, sviluppate, possano condurre a un mondo nuovo. Il tempo di questa “mentalità” è necessariamente il futuro, il sentimento è la speranza – contraria alla paura.

Perciò è tanto importante allargare lo sguardo, sincronicamente e diacronicamente.

Guardando al passato, studiandolo, apprenderemo che la storia non è mai giunta alla sua fine. Che i cambiamenti, anche quelli radicali, le rivoluzioni, si sono avute. Che i tempi bui non sono durati “per sempre”. La rivoluzione è impensabile fino a quando non c’è. È l’impossibile per antonomasia, che diventa possibile agli occhi delle masse solo quando è già in corso. Mai prima.

Guardando alla nostra vera patria, il mondo intero, scopriremo invece che anche il presente ci presenta tempi interessanti, rovesci impensabili. Che dal distretto industriale a pochi km da casa alle strade di un’isola dell’Oceano Indiano, non c’è calma piatta: il conflitto è insopprimibile e spesso è capace di disfare governi, di funzionare da “terremoto” umano.

Gli scioperi dei contadini in India, i gilet gialli in Francia, i successi elettorali di Mélenchon in Francia o la vittoria di Boric in Cile, ci dicono che vincere si può. La rassegnazione lasciamola ad altri. A chi, volente o nolente, con la propria arrendevolezza, si fa puntello del sistema che pure dice di voler combattere.

Nel documento politico unitario questa volta ci sono due tesi alternative su due punti: il giudizio sulla natura dell’Unione Europea e la questione sindacale. Come mai?

Marta Collot: Questi sono nodi su cui dentro Potere al Popolo! ci sono sempre state differenti visioni. Se abbiamo, come credo abbiamo, la necessità di rendere questa organizzazione politica chiaramente all’altezza che la fase ci impone, allora abbiamo anche il dovere di discutere approfondendo i nodi politici, anche quelli su cui sappiamo di non essere d’accordo. E’ una scelta sana, perchè il dibattito è una cosa naturale in tutte le organizzazione, ci impone di ragionare, di fare chiarezza. Quindi stiamo affrontando questo passaggio con la massima serenità, nell’idea che ne usciremo certamente più forti.  

Giuliano Granato: Anziché lavorare per settimane, incessantemente e sulla base di lunghe discussioni, per arrivare a un testo condiviso in ogni suo punto, abbiamo stavolta preferito che questo dibattito avvenisse nel corpo delle nostre assemblee e tra i nostri attivisti e le nostre attiviste.

Personalmente se i punti “alternativi” fossero stati più numerosi sarei stato per certi versi anche più contento. Un’organizzazione cresce nel vivo del dibattito, nel confronto tra diverse posizioni, nello scoprire l’uno nell’altro punti di vista probabilmente prima inesplorati.

Ferma restando la necessità di condividere le linee di fondo, che sono quelle su cui si basa l’unità di Potere al Popolo!

La nostra è una sperimentazione diversa anche da quella dei vecchi congressi: non più documenti contrapposti, ma alternative nel merito di singoli punti. A dire: condividiamo tutti l’impianto complessivo, facciamo un ulteriore lavoro di approfondimento su quei punti che sono oggetto di differenze.

Negli ultimi mesi Potere al Popolo ha contribuito alla nascita del gruppo ManifestA alla Camera ed ha dato vita ad iniziative unitarie con le parlamentari del gruppo, De Magistris e il Prc. Sta accadendo qualcosa “a sinistra”?

Marta Collot: Soprattutto a partire dalla salita al potere del Governo Draghi è ormai chiaro che c’è una concordanza trasversale tra i partiti rispetto a quali siano gli interessi da difendere – ovvero, quelli delle classi dominanti.

Non c’è dubbio quindi che tra i temi a cui guardano le classi sociali che vogliamo rappresentare c’è anche quale tipo di alternativa possiamo offrire noi. E dentro questo tema non possiamo eludere il fatto che la collaborazione, l’unità con altre forze politiche e sociali è un’esigenza avvertita dai nostri soggetti di riferimento, e noi dobbiamo affrontare con maturità e serietà questa richiesta. 

Però dobbiamo farlo anche non perdendo la credibilità che abbiamo costruito con il nostro lavoro nel corso degli anni, e quindi un percorso unitario si può portare avanti solo se non va a parare in ricette che abbiamo già visto nella storia “a sinistra”, e che sono state perdenti. La guerra da questo punto di vista è stato un grande spartiacque, perchè sta ridefinendo i campi.

Noi abbiamo il dovere, anche in vista del 2023, di dare rappresentanza politica a quella maggioranza della popolazione italiana che è contraria al coinvolgimento nel conflitto, sia perchè rifiuta la guerra come atto di risoluzione delle controversie, sia perchè sa perfettamente che i costi da pagare ricadranno sempre sui soliti, e non vuole e non può più permetterlo.

Giuliano Granato: A me pare che accada qualcosa quanto meno dalla formazione del Governo Draghi. Subito dopo la formazione di quell’esecutivo, come Potere al Popolo ci siamo posti l’obiettivo di costruire un ampio fronte antigovernativo, prevedendo che le misure che sarebbero state approvate di lì in avanti avrebbero avuto un chiaro segno antipopolare. E così è stato.

Ora la guerra in Ucraina accelera questa dinamica: se da una parte c’è una maggioranza che ormai tiene dentro anche Fratelli d’Italia – quanto meno sui temi chiave, a partire dal posizionamento internazionale del Paese – dall’altra c’è una ampia parte della popolazione che sempre più non ha alcuna rappresentanza.

Forse lo scollamento che registriamo oggi tra “palazzo” e “gente comune” non si era mai verificato prima. Si impone dunque il compito di costruire una forza che abbia la capacità di trasformare la maggioranza sociale – quella che già oggi rifiuta la guerra e l’invio delle armi all’Ucraina, che vuole una sanità pubblica che funzioni, un lavoro che non sia schiavitù e assenza di diritti e una transizione ecologica che non sia solo espressione con cui riempirsi la bocca – in maggioranza politica.

Credo che se altre forze, così come noi di Potere al Popolo, hanno la stessa ambizione, ci sia oggi la possibilità di costruire anche qui uno spazio che possa effettivamente essere riferimento per chi porta avanti il Paese pur senza godere di alcun frutto.

 

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