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Strage di Bologna: ennesima bufala sulla “pista palestinese”

Nel corso dell’inchiesta che insieme a Paolo Morando abbiamo condotto sul contenuto del carteggio del capocentro Sismi a Beirut, originato dalla vicenda dei lanciamissili sequestrati ad Ortona nel novembre 1979, abbiamo dimostrato che quell’episodio non poteva costituire in alcun modo il movente della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ee che dunque la cosiddetta «pista palestinese», che da quel fatto ha sempre tratto le proprie ragioni, restava priva di fondamenti documentali, logici e fattuali.

La svolta del 2 luglio 1980

Una analisi accurata e contestualizzata di quel carteggio, soprattutto senza omissioni, a differenza di quanto era accaduto fino a quel momento, ci ha permesso di dimostrare come fosse strettamente interconnesso con la vicenda processuale che era seguita all’arresto iniziale dei tre autonomi romani e del palestinese Abu Anze Saleh.

Vicenda che aveva trovato un punto di svolta il 2 luglio 1980 con il rinvio del processo d’appello auspicato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, proprietario dei sistemi d’arma inerti, e richiesto formalmente dalle difese di alcuni degli imputati.

Dietro quel rinvio c’era un accordo tra Sismi, collegio di difesa e Fplp, sulla strategia procedurale da seguire per arrivare alla scadenza dei termini di custodia cautelare di Saleh e ottenere così la sua scarcerazione, puntando anche sul ridimensionamento delle condanne emesse in primo grado contro tutti gli imputati.

Per i fautori della pista palestinese il rinvio del processo non aveva eliminato l’attualità della minaccia

Ci è stato obiettato che, in realtà, il rinvio del processo d’appello non aveva fatto venire meno l’attualità delle minacce del Fplp, rimasto scontento per il prolungamento della detenzione di Saleh.

Questa affermazione contrasta con alcuni evidenti dati di fatto: la difesa di Saleh non aveva presentato alcuna richiesta di libertà provvisoria in quei mesi, consapevole che non esistessero le condizioni per ottenere una risposta positiva. Per questo motivo il Fplp aveva chiesto inizialmente l’anticipazione del processo, contando su una scarcerazione in sentenza per insufficienza di prove del proprio uomo.

Strategia che saltò per lo scandalo provocato dalla dichiarazioni di Peci sulle armi consegnate alle Br da forze palestinesi sulle coste libanesi. Rivelazioni che avevano consigliato alla difesa degli imputati, come al Sismi, di ottenere un ritardo del giudizio, altrimenti ingestibile.

Perché mai il rinvio del 2 luglio 80 non avrebbe dovuto soddisfare le richieste palestinesi, visto che era stata la difesa degli imputati ad aver giocato un ruolo importante in questa direzione?

Il sequestro di Ortona era stato causato dalla forte approssimazione organizzativa dei membri del “Fronte» che operavano in Italia. Saleh viene descritto da chi lo ha conosciuto come una figura distante da logiche di clandestinità e operatività militare.

Coinvolgere i tre autonomi romani era stata una sua enorme leggerezza. Travolti dalla loro impetuosa generosità, i tre esponenti del collettivo del policlinico agirono senza una pianificazione, partendo a tarda serata dopo aver interrotto una riunione pubblica e dimenticando, uno di loro, persino i documenti per il viaggio.

Fin da subito i palestinesi furono perfettamente consapevoli di questo vizio originario, dell’enorme guaio provocato da chi nelle loro fila aveva organizzato il trasferimento dei sistemi d’arma con il coinvolgimento dei tre autonomi a pochi mesi della retata del 7 aprile.

A quel punto la vicenda non poteva più essere risolta nel silenzio, come in altre circostanze. Al contrario, l’affaire si era subito complicato a causa del forte impatto mediatico riservato alla vicenda e per l’interferenza della magistratura e dei nuclei speciali dei carabinieri che conducevano le indagini antiterrorismo.

Il malumore palestinese partiva comunque da questa consapevolezza, come dal fatto che la giustizia d’emergenza aveva imposto la procedura direttissima e le condanne immediate.

Perché mai il rinvio del processo d’appello, con l’apertura di ampi margini di trattativa, avrebbe dovuto irritare il Fplp a tal punto da spingerlo a organizzare una ritorsione che avrebbe chiuso ogni prospettiva?

La lettera di Coronas e la nota di De Francisci dell’11 luglio 1980

Si è replicato che in un documento dell’11 luglio 1980, appena nove giorni dopo il rinvio del processo d’appello, il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo».

La lettera di Coronas era diretta al questore di Bari che aveva competenza sul carcere speciale di Trani dove era rinchiuso Saleh. L’informativa sottolineava il rischio di un possibile tentativo di far evadere il palestinese dal carcere o colpire la struttura di massima sicurezza per ritorsione.

La lettera di Coronas era parallela ad una analoga nota informativa di pari tenore inviata lo stesso giorno dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, al Sisde.

Questi due documenti, secondo i fautori della “pista palestinese”, avrebbero giustificato l’attualità delle minacce del Fplp, nonostante il rinvio del processo d’appello, e dunque la prova di un legame con la strage alla stazione centrale di Bologna, avvenuta solo 22 giorni dopo.

La tesi dell’ex magistrato Priore, la bomba di Bologna confezionata per far saltare le mura del carcere speciale di Trani

L’ex giudice istruttore Rosario Priore sostenne addirittura che l’ordigno esploso a Bologna era, in realtà, diretto a Trani: «Nelle carte che abbiamo ottenuto dai servizi appaiono delle note in cui vengono allertati tutti i centri, e in particolare quello di Bari. […] Nella provincia di Bari c’era il carcere di Trani in cui era detenuto Saleh, il palestinese capo dei tre che portavano i missili a Ortona. Il carcere aveva muri di uno spessore eccezionale che non potevano essere abbattuti con esplosivo normale, ma con esplosivo in grado di creare varchi. […]

C’è una informativa del capo della Polizia, dell’11 luglio 1980, inviata solo al questore di Bari, nella cui giurisdizione ricade il penitenziario tranese: si riferisce di “negative reazioni negli ambienti del Fplp” e non si esclude “una ritorsione nei confronti del nostro paese”. Questo documento potrebbe indurci a ritenere che nella zona ci fosse una persona che collaborasse con il servizio e riferisse notizie molto interessanti» (Corriere del mezzogiorno, 12 agosto 2016).

L’Ansa del maggio 2005, le veline di “Area” e l’interrogazione parlamentare del settembre successivo

ll 30 maggio del 2005 un dispaccio dell’agenzia Ansa rivelava l’esistenza dell’allarme contenuto nella nota del capo dell’Ucigos De Francisci dell’11 luglio 1980, nello stesso dispaccio si precisava che «l’allarme era arrivato da una fonte qualificata e fatta avere alla Questura di Bologna che l’8 marzo lo inviò al Ministero».

Il lancio d’agenzia del mese di maggio venne seguito da una inchiesta apparsa sulla rivista Area nella edizione di luglio/agosto 2005, realizzata da Gian Paolo Pelizzaro, consulente della commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokin, «Strage di Bologna ecco la verità. I moventi, i mandanti, le ragioni del depistaggio» che ispirò un articolo di Gian Marco Chiocci apparso su Il Giornale del 16 luglio 2005.

La «soffiata della fonte qualificata», presente nella lettera di Coronas come nell’informativa di De Francisci, «sigillata in doppia busta, era indirizzata al Sisde ma anche al questore di Bari» – scriveva Chiocci – «arrivava dalla questura del capoluogo emiliano (dove Saleh aveva vissuto a lungo) la quale l’aveva girata al Viminale l’8 marzo del 1980, a tre mesi dalla strage di Ustica, a cinque da quella alla stazione di Bologna».

Il dispaccio del maggio 2005 e l’inchiesta di Area dell’estate successiva erano confluiti in una interrogazione parlamentare scritta, presentata il 26 settembre del 2005, da un gruppo di 14 parlamentari, primo firmatario Fragalà, dove si chiedeva «se sia nota al Ministero l’identità della fonte delle informazioni riportate nell’appunto datato 8 marzo 1980, proveniente da Bologna e allegato alla citata segnalazione a firma del prefetto Gaspare De Francisci, direttore dell’Ucigos».

L’allarme dell’11 luglio risaliva al marzo precedente, ignorava la svolta del 2 luglio

La lettera di Coronas e l’appunto di De Francisci dell’11 luglio 1980 erano dunque stati originati da un appunto della questura di Bologna dell’8 marzo precedente, circa un mese prima del secondo flusso informativo proveniente da Beirut, dove si riferiscono ampiamente gli aspetti della prima crisi con l’Fplp, che ha inizio il 24 aprile e termina il 2 luglio 80.

Poco importa a questo punto l’origine geografica della fonte, se fosse un esponente del Fplp che a Bologna riportava la posizione della propria organizzazione, oppure se si trattasse di un eco dei cablo di Giovannone; determinante invece è la collocazione temporale della informazione, di quattro mesi precedente alla soluzione della crisi del 2 luglio.

Detto con più chiarezza, gli allarmi di Coronas e De Francisci si fondavano su una informazione non più attuale, largamente superata dai successivi appunti del Sismi, in particolare da quello del 2 luglio. La minaccia ventilata non era dunque più fondata e il nesso di quelle carte con la strage di Bologna inesistente.

* da Insorgenze

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