Il ddl 1660 è stato criticato in ogni sua virgola per il forte inasprimento delle misure repressive verso la conflittualità sociale e per rendere la vita impossibile ai migranti. Con la fisionomia del sistema italiano che ormai è completamente ascrivibile a quello di una democratura, in cui la dialettica politica diventa di per sé un crimine.
Che questa nuova legge serva a blindare un modello in crisi e prevenire qualsiasi sviluppo di un’alternativa è chiaro, così come è chiaro che in questa prospettiva si è pronti a usare qualsiasi strumento. La possibilità concessa ai servizi segreti di arrivare addiriturra a dirigere organizzazioni terroristiche ed eversive esprime proprio questa deriva.
Sia chiaro: l’intelligence nazionale è sempre stata per lo meno informata e molto spesso coinvolta in questo tipo di attività, e non per colpa di “mele marce“. Basta ricordare che negli elenchi della P2 ritrovati – non li abbiamo tutti – erano presenti tutti i vertici dei servizi segreti, prima e dopo la riforma che affrontarono nel 1977.
Ma per lo meno era considerato illegale, e non parte delle proprie prerogative. E non ci si può di certo aspettare che chi sulla propria pelle ha vissuto gli effetti nefasti del terrorismo di stato possa rimanere in silenzio di fronte a una riforma del genere.
Infatti, le associazioni dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo hanno palesato la loro “forte preoccupazione, e anche indignazione, per quanto proposto all’articolo 31 del ddl Sicurezza“, cioè appunto la possibilità di porsi alla guida di organizzazioni stragiste ed eversive.
“La storia, anche quella giudiziaria“, fanno presente, “ci segnala la presenza di uomini degli apparati di polizia o di sicurezza in pressoché tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia (o nei depistaggi che ne sono stati il seguito), a partire da Portella della Ginestra e a seguire tutte le altre“.
Proprio dalla più terribile delle stragi della ‘Strategia della tensione’, quella della stazione di Bologna, nacque la legge per la tutela delle vittime di azioni terroristiche. L’estate appena passata, con l’ergastolo comminato a Paolo Bellini, ha confermato la mano fascista della strage, ma anche i legami con la classe dirigente e politica dell’epoca, di fedeltà atlantica, attraverso la P2.
Gli apparati di sicurezza furono protagonisti di una linea d’intervento che aveva come obiettivo quello di imperire “l’accesso alla politica delle masse“. Anche per questo, dicono le associazioni delle vittime, “il solo pensiero di fornire ancora più poteri a tale personale, ivi compreso il potere di delinquere, pare non solo una offesa alla Costituzione repubblicana ma anche eversivo“.
A loro avviso, servirebbero invece “misure di contenimento dei poteri e potenziamento di controlli sull’operato dei servizi. È fin troppo evidente per tutti, ma non per il governo“, che sta evidentemente preparando il terreno dell’inasprimento della guerra interna, mentre i venti di quella esterna si fanno sempre più forti.
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