Ci eravamo occupati, nel mese di gennaio, di alcune dichiarazioni del ministro Valditara riguardanti i contenuti delle Nuove Indicazioni nazionali per la scuola d’infanzia e per il ciclo dell’obbligo che erano in corso di stesura. La scuola coloniale e classista di Valditara – Contropiano
Ora il documento è arrivato e conferma, aggravandole, le preoccupazioni già espresse.
Per chi conosce meno il mondo della scuola, è bene ricordare che, a seguito e in coerenza dell’applicazione dell’autonomia scolastica, voluta nel 1999 dai ministri Bassanini e Berlinguer (e collegata alla parità scolastica tra istituti statali e privati) nelle scuole italiane non esistono più i programmi di studio bensì delle Indicazioni nazionali che costituiscono la cornice all’interno della quale ciascun collegio docenti elabora il Piano dell’Offerta formativa della propria istituzione.
L’autonomia scolastica che ha aperto la porta alla scuola-azienda e ai presidi manager è stata in seguito portata alle estreme peggiori conseguenze dalla legge 107/2015 (la cosiddetta “buona scuola”) del governo Renzi (ministra P.I. Stefania Giannini).
Negli ultimi vent’anni le Indicazioni Nazionali sono state più volte aggiornate, riscritte ed emendate, Eccoci dunque a questa nuova stesura che, come tutti gli atti del governo Meloni sembra voler fare piazza pulita di tutto quanto avvenuto in passato sostituendolo con la propria impronta ideologica totalizzante e autoritaria.
Le nuove indicazioni sono state diffuse con un sottotitolo che recita “Materiali per il dibattito pubblico”, quindi sembrano sollecitare la società a discutere e criticare. Per il momento, i commenti provenienti dal mondo della cultura e non solo dalle scuole sono decisamente negativi, ma le audizioni effettuate con le associazioni dei docenti (effettuate in via telematica) testimoniano che la commissione governativa non ha alcuna voglia di cambiare il suo orientamento.
Pochi minuti concessi per esprimere rilievi e critiche, l’invito a inviare un paio di cartelle di osservazioni in pochi giorni a fronte del volume di 154 pagine delle prolisse e ridondanti Nuove Indicazioni (è proprio necessario spiegare perché si deve studiare matematica o inglese?).
Forse sarebbe stato meglio che tali Indicazioni fossero scritte dandosi tempi di lavoro più adeguati e consultando preventivamente e non a posteriori e solo per formalità gli insegnanti. Purtroppo, essendoci dietro a queste Indicazioni una motivazione soprattutto ideologica e non tecnica, la commissione vuole fare in fretta e senza ascoltare nessuno.
Tra l’altro, il Ministero ha avviato una consultazione truffaldina tra gli/le insegnanti inviando un questionario manipolatorio (che alleghiamo) a risposte chiuse che indirizza le risposte verso il consenso e impedisce dissensi chiari e soprattutto argomentati poiché sono concessi soltanto 250 caratteri per le osservazioni libere.
Per iniziare una riflessione è bene partire dalla “Premessa generale delle Nuove Indicazioni” che è il capitolo che dà il tono complessivo, pedagogico, culturale e politico, al documento.
A questo proposito, non può sfuggire che mentre il mondo s’interroga sempre più sulla necessità di una visione storica ed educativa che rilegga la storia e il rapporto tra le culture secondo una logica decoloniale, il documento che stiamo discutendo propone una visione del mondo bianco e “occidentale” come dell’unico luogo dove si sono sviluppati i concetti di libertà e democrazia (e persino di storia, come vedremo in seguito).
Secondo gli estensori del documento “la libertà è il valore caratteristico più importante dell’Occidente” e della sua civiltà che si articolerebbe tra Atene, Roma e Gerusalemme. Solo a partire da questa affermazione si può comprendere, secondo le Indicazioni, il senso della democrazia occidentale e il valore della libertà che a essa si associa.
Il tono usato, che appare tutt’altro che adatto a delle indicazioni, è apodittico e propone una visione dell”Occidente” come una sorta di baluardo contro la barbarie rappresentata dagli “altri”. Naturalmente, che l’”Occidente” sia stato anche quello delle crociate, del colonialismo e dei suoi crimini, di due sanguinose guerre mondiali e di dittature nazifasciste che hanno provocato tragedie come la Shoa non è preso in considerazione.
La preoccupazione degli estensori sembra quella di scavare e allargare un fossato tra un “noi” occidentale e gli “altri”; purtroppo è noto che così procedendo ci si pone su un piano inclinato che fa scivolare dalle incomprensioni all’esacerbazione dei conflitti sino alla violenza e alla guerra.
Peraltro stabilire barriere identitarie tra “noi” e “loro” è un’attività assai diffusa ai nostri giorni e purtroppo non solo dagli esponenti del governo. Ne consegue un’ipocrita esaltazione della cultura cosiddetta “occidentale” e il disprezzo per tutte le altre.
In pratica, culture millenarie come quella cinese, persiana o indiana, le cui espressioni e scoperte hanno arricchito anche l’Europa non sono ritenute degne di essere considerate e rispettate nei loro rilevanti aspetti scientifici, filosofici e letterari. Un disprezzo che ha le sue radici nel colonialismo.
Tutto questo con una enorme presupponenza e una grande ignoranza storica. Infatti, se proprio vogliamo addentarci nel percorso fondativo dell’Occidente attraverso le sue radici greche non possiamo ignorare il contributo degli arabi.
Gran parte del pensiero greco che è considerato basilare nella cultura occidentale sarebbe stato disperso senza il lavoro degli studiosi arabo-islamici come Al Kindi, Al Farabi, Ibn Sina e altri che conservarono a tradussero in arabo i testi di filosofi come Aristotele e Platone interpretandoli e sviluppandoli. Tali testi furono poi tradotti in latino dal XII secolo in poi per essere diffusi in Europa, salvando la filosofia e la scienza greche da un probabile oblio.
Questo è solo un esempio, utile tuttavia a comprendere che nella storia gli intrecci tra le culture sono la norma e non esistono linee rette di sviluppo della conoscenza. In pratica, si tratta della complessità della storia (e della società, soprattutto contemporanea) che gli estensori delle nuove Indicazioni rifiutano di considerare.
Quanto alla democrazia e alla libertà, se è vero che la democrazia ateniese è importante storicamente per le nostre concezioni politiche democratiche lo è altrettanto ricordare che non può essere sovrapposta al nostro concetto di democrazia poiché la partecipazione ad Atene era limitata a una piccola minoranza di uomini liberi (escludendo donne e stranieri residenti). È chiaro che tutto ciò va rapportato al contesto storico, ma allora ci chiediamo perché non considerare che anche altre civiltà hanno sviluppato forme di partecipazione e di decisione democratica.
Al contrario quella che emerge dalle Indicazioni è una visione suprematista bianca occidentale. Non è un caso quindi che l’introduzione al programma di Storia inizi con l’affermazione stentorea che “Solo l’Occidente conosce la Storia”.
Sarebbe meglio dire, piuttosto, che gli studenti italiani conosceranno solo la storia occidentale, poiché nelle Indicazioni si sostiene che si deve rinunciare ad avere attenzione per le vicende del pianeta concentrandosi con larga prevalenza solo sulla storia europea e degli USA ritenuta centrale e quasi esclusiva nei contenuti dell’insegnamento per capire il processo di formazione della nostra cultura e delle istituzioni democratiche. La formazione di cittadini e cittadine planetarie è dunque cancellata.
Un fatto che ci sembra grave e poco rispettosa per l’autore è che dopo l’affermazione citata per cui solo l’Occidente conoscerebbe la storia, si pretende di legittimarla usando una citazione dall’ Apologia della storia del grande studioso Marc Bloch, che dedicò la sua vita a combattere i nazionalismi e morì fucilato dai nazisti perché combattente nei Franc-tireur francesi. Purtroppo, la citazione di Bloch è palesemente taroccata con l’uso di un omissis, le solite quadre con i puntini dentro, […] per far apparire il cristianesimo come l’unica fonte del pensiero occidentale, idea che non è affatto il senso del testo originale.
La nuove Indicazioni non nascono, evidentemente, dal nulla, ma sono parte di una vasta campagna nazional-identitaria che vede impegnati da tempo alcuni degli esponenti più autorevoli della cultura pedagogica e didattica della destra italiana.
A questo proposito giova ricordare che Loredana Perla, coordinatrice della commissione che ha redatto le Nuove Indicazioni ha pubblicato, nel 2023, il libro Insegnare l’Italia scritto in collaborazione con lo storico Ernesto Galli della Loggia, che nella stessa commissione è coordinatore per la materia di storia. Si tratta di un libro anticipatorio delle Indicazioni in cui gli autori sostengono che il principio ordinatore dell’insegnamento nella nostra scuola debba essere proprio l’”identità italiana”, che sarebbe stata stemperata e dimenticata, negli ultimi decenni, nelle istituzioni educative.
Si tratta di un libro che chiude la porta a ogni tentativo di dare alla formazione dei giovani una visione planetaria, che sarebbe troppo “difficile” o per la quale mancherebbe tempo, stabilendo come asse invece la storia (da cui viene espunta la Resistenza) e le tradizioni che avrebbero plasmato l’identità italiana.
Una storia che si vorrebbe insegnata come narrazione e in qualche caso “romanzata ma non troppo” (sic), mentre le tradizioni sono concepite in una dimensione di “relativa fissità” che guarda al passato, non invece nel modo in cui sono concepite oggi da storici e antropologi cioè come sguardo dinamico sul passato, secondo i criteri dell’oggi e dell’uomo contemporaneo. In pratica, le tradizioni sono viste come quasi immutabili, cosa tutt’altro che vera, e come tali rette a fondamento della postulata identità nazionale.
Ancora una volta, anche in Insegnare l’Italia l’uso della citazione è scorretto e in questo caso la vittima è l’antropologo Francesco Remotti, del quale è usata una citazione sull’impossibilità dell’universalità a favore dell’identità. Citazione tratta da un libro del 1996 ignorando che le posizioni di Remotti sul tema negli ultimi trent’anni sono mutate sino a proporre di fare a meno del concetto d’identità. Infatti Remotti sostiene che l’identità divide e contrappone e può essere al massimo la base di una società di tolleranza, ma non, come è necessario, di convivenza. 1
Un’idea, tuttavia, inaccettabile per chi punta il proprio pensiero storico e pedagogico sull’idea dell’identità nazionale (o nazionalista?). Identità che in Insegnare l’Italia è purtroppo chiaramente autoreferenziale ed escludente. Tutti sappiamo che la tolleranza non s’interessa dell’altro, perché appunto semplicemente lo tollera e le società così organizzate sono esposte a esplosioni di conflittualità incontrollata non appena si verificano momenti di crisi. Ben diverso è il progetto di una società di convivenza e condivisione delle diversità.
Molti altri sono gli aspetti critici delle nuove Indicazioni Nazionali, come per esempio la scissione tra educazione e istruzione che apre alle derive del disciplinarismo. A questo proposito ci sembra del tutto fuori luogo che le Indicazioni per la scuola primaria siano compartimentate in materie senza tenere in conto l’idea di un sapere unitario, globale e multidisciplinare che segua l’approccio del bambino alla realtà.
Inoltre, le Indicazioni d’italiano operano un’indebita separazione tra lingua e letteratura così come nelle materie scientifiche emerge una pericolosa confusione tra verità, riproducibilità di un esperimento e falsificazione. Torneremo più avanti su questi temi, nel corso del dibattito che speriamo sia vivace e che esprima l’opposizione a delle indicazioni che oltre alle pecche segnalate contengono anche un pericoloso orientamento autoritario con passaggi persino sorprendenti sul significato “etico” dell’apprendimento delle “regole”, grammatica compresa.
Le Nuove Indicazioni sono da respingere nel loro orientamento generale oltre che nelle formulazioni specifiche. Speriamo quindi che il dibattito porti alla contestazione di tutti i punti che abbiano citato o accennato e anche di molti altri relativi all’epistemologia delle singole discipline e che gli insegnanti se ne facciano parte attiva scuotendosi dall’apatia che caratterizza la maggioranza del corpo docente. Questo nella consapevolezza che nella scuola non esistono più zone felici dove si può comunque agire liberamente.
La logica del “quando chiudo la porta dell’aula sono io con le ragazze e i ragazzi e ho la mia libertà d’insegnamento” è superata da anni e lo è ancor più oggi, con un governo il cui obiettivo è quello di fare piazza pulita delle istanze innovatrici, democratiche e progressiste che hanno percorso la società italiana negli ultimi decenni e delle quali la scuola è stata uno dei terreni di coltura.
1 Si veda a questo proposito F. Remotti: Somiglianze. Una via per la convivenza, Bari, Laterza, 2019.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa