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La “difesa che serve” è il 5% del PIL per fermare il crollo dell’Italia, non per le armi

La tragedia di Niscemi rappresenta l’ennesimo squarcio in un contesto nazionale segnato dall’incuria territoriale e dall’abbandono istituzionale, in un Paese ormai ridotto ad accettare il disastro ambientale come un prodotto della fatalità, rinunciando a interrogarsi sulle cause di tali eventi e sui drammatici effetti che essi generano sulla popolazione e sulle infrastrutture.

È il segno tangibile di un’Italia che attende ancora l’attuazione efficace di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) che sia in grado di intervenire su scenari come quello siciliano, organizzando azioni per limitarne la portata.

In una nazione dove il Ministero delle Infrastrutture sembra dare priorità ad accogliere figure come il neonazista Tommy Robinson in pompa magna e a investire miliardi di euro dei contribuenti per un’opera non necessaria come il Ponte sullo Stretto, il dissesto idrogeologico ha smesso di essere un’allerta stagionale per trasformarsi nella vera emergenza strutturale.

I numeri, d’altronde, non lasciano spazio a interpretazioni: oggi il 94,5% dei comuni italiani, pari a 7.463 municipi, è a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe (Rapporto ISPRA 2024), con oltre 1,3 milioni di persone che vivono in aree a pericolosità di frana elevata o molto elevata e ben 6,8 milioni di abitanti esposti al rischio alluvioni (Dati ISPRA 2024).

A questo si aggiunge un dato allarmante sul consumo di suolo, che viaggia al ritmo di 2,4 metri quadrati al secondo, riducendo drasticamente la capacità naturale di assorbimento delle piogge (Rapporto ISPRA 2024), mentre i danni economici legati a eventi meteo estremi hanno raggiunto nel solo 2025 la cifra record di 12 miliardi di euro (stime BCE e Agenzia Ambientale Europea 2025).

In questo scenario appare paradossale, quasi grottesco, un dibattito pubblico che vede l’Italia rincorrere le richieste internazionali per elevare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035 — un investimento che supererebbe i 100 miliardi di euro l’anno — quando la realtà ci avverte che a quella data rischiamo di non avere più un territorio da difendere da nemici esterni, avendolo visto sgretolarsi sotto i nostri piedi.

La vera difesa della nazione non si costruisce infatti con gli armamenti, ma con uno stanziamento speculare del 5% del PIL destinato esclusivamente alla messa in sicurezza delle infrastrutture e dei cittadini, poiché l’emergenza climatica non è uno spauracchio teorico, ma un fenomeno concreto che sta già modificando la geografia dei nostri territori: basti pensare che l’Italia ha registrato un incremento del 22% degli eventi meteorologici estremi nell’ultimo anno (Osservatorio Città Clima Legambiente 2025) e un aumento della superficie a rischio frana del 15% solo nell’ultimo triennio (Rapporto ISPRA 2025).

Gli ultimi eventi siciliani confermano che il Mezzogiorno non ha bisogno delle Zone Economiche Speciali, create spesso per attirare capitali volatili o deregolamentare il lavoro tramite la defiscalizzazione, ma necessita di un piano pubblico di investimenti finalizzato al miglioramento delle infrastrutture primarie e alla resilienza idrica, considerando che le perdite delle reti acquedottistiche superano ancora il 42% su scala nazionale (Dati ISTAT 2024).

Questo è il grande piano per la difesa del territorio di cui necessita il nostro Paese e deve diventare il volano per un rilancio occupazionale senza precedenti, capace di assorbire personale altamente formato, come ingegneri e tecnici, insieme a una vasta forza lavoro da impiegare nell’unica grande opera realmente necessaria. Investire nella protezione del suolo significa restituire un futuro a territori che da decenni perdono risorse e popolazione a causa dell’emigrazione forzata, trasformando la manutenzione del territorio in una priorità nazionale assoluta che metta finalmente al riparo la popolazione da un nemico interno fatto di incuria e abbandono.

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