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Fronte del Porto. Sullo sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio

Cinque organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Usb per l’Italia, l’Enedep della Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’Odt del Marocco, hanno convocato una giornata internazionale di lotta dei portuali per venerdi 6 febbraio con lo slogan I portuali non lavorano per la guerra”.     

Si tratta, è bene ricordarlo, di uno sciopero politico inedito che unirà le due sponde del Mediterraneo, frutto del lavoro organizzativo dell’Unione Sindacale di Base e della Federazione Sindacale Mondiale – a cui l’USB aderisce – che conferma il protagonismo del sindacalismo conflittuale confederale negli scali italiani e la sua proiezione internazionale ed internazionalista nella FSM, specie dalla creazione, a febbraio del 2025 ad Atene, del coordinamento internazionale dei portuali promosso da USB e dalla Enedep/PAME.

Uno sciopero per certi versi “inedito” per ampiezza, sia per ciò che riguarda la storia del Movimento Operaio, non solo sulle banchine ma nella sua accezione più ampia, sia come segno della politicizzazione del conflitto di classe organizzato che travalica i confini nazionali e le specificità dei singoli contesti in cui agiscono le forze sindacali che gli danno impulso.

In questo caso possiamo affermare che “il tutto è maggiore delle sue parti”.

Per questo è bene ricordare alcune tappe di quello che va concepito come un processo dialettico, che intreccia il costante lavoro di sedimentazione organizzativa con l’azione concreta dentro la prospettiva di un sindacalismo conflittuale e confederale, capace di confrontarsi con le contraddizioni espresse dall’attuale Modo di Produzione Capitalista in cui la tendenza alla guerra guerreggiata è ormai conclamata.

La lotta contro il traffico di armi iniziata dal CALP contro la compagnia di navigazione saudita Bahri, che trasportava strumenti di morte destinati alla guerra in Yemen nel maggio 2019, è proseguita, su spinta congiunta del Collettivo e di USB durante l’aggressione israeliana del 2021, anche in porti in cui non vi era la presenza diretta dell’Unione, che proprio nel maggio di quell’anno aveva costituito al suo interno il coordinamento porti.

Nel 2021durante l’ennesima operazione di bombardamenti a tappeto contro i palestinesi di Gaza – il sindacato sionista Histadrut aveva inviato una nota di protesta contro i portuali italiani al Consolato italiano a seguito della mobilitazione dei lavoratori nei porti di Genova, Livorno, Napoli, Ravenna per impedire il carico e lo scarico di armi alle navi israeliane.

Un segnale dell’incisività dell’iniziativa di questi lavoratori che operano in uno dei centri nevralgici della logistica, storicamente intrecciati con “le strade delle armi”. Le rotte marittime-portuali, infatti, sono state caratterizzate precocemente dalla militarizzazione dei commerci, per certi versi anticipando il processo di conversione bellica dell’apparato produttivo e distributivo che ora conosce ritmi ben più accelerati che in passato.

In questo solco si inserisce lo sciopero con manifestazione nazionale del 25 febbraio del 2023 contro la guerra a Genova, in cui circa 10 mila persone hanno sfilato dentro lo scalo ligure per dirigersi poi verso il centro città, con le parole d’ordine giù le armi, su i salari” dando una marcata impronta di classe al movimento no war che allora cercava di fare i primi timidi passi contro lo sbocco bellico come strumento di risoluzione della iper-competizione tra blocchi, movimento che stentava a trovare un’adeguata espressione anche a causa del ruolo di cappa che i corpi intermedi della sinistra esercitavano.

L’iniziativa aveva cercato di coniugare dal punto di vista sindacale la questione della sicurezza nelle banchine – era la seconda giornata di sciopero generale negli scali italiani indetta da USB su questo tema dopo i tre omicidi sul lavoro a La Spezia, Trieste e Civitavecchia – con l’agibilità sindacale minata dalla repressione padronale, testimoniata dal licenziamento di un attivista dell’ORSA del porto di Gioia Tauro, e con la questione della guerra, in particolare con la lotta contro il transito d’armi nei porti italiani.

Dal punto di vista politico aveva contribuito a rinsaldare la “connessione sentimentale” tra le istanze “generali” portate avanti da quella importante e storica porzione della classe operaia genovese con la città tutta, creando i presupposti per quel connubio che abbiamo visto manifestarsi in tutta la sua magnitudine alla fine dello scorso agosto.

É utile ricordare queste precedenti tappe, che hanno posto i presupposti per l’iniziativa dei portuali genovesi del CALP, fatta propria da USB, che hanno dato il là a settembre al movimento “Blocchiamo Tutto” contro la complicità nel genocidio palestinese da parte del governo italiano ed in solidarietà con l’iniziativa della Freedom Flottilla tesa a rompere l’assedio alla Striscia di Gaza.

Si è trattato di un movimento organizzato che ha realmente bloccato il Paese nei due scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, dato vita a manifestazioni oceaniche, e posto le basi per l’opposizione alla finanziaria di guerra dell’attuale esecutivo, concretizzatasi con lo sciopero generale del 28 novembre scorso – con manifestazioni in cinquanta città italiane – e con il riuscitissimo corteo nazionale a Roma il giorno successivo.

In quel contesto di mobilitazione permanente e di intensa attività politica, la due giorni del meeting internazionale del 26/27 settembre sul tema I lavoratori portuali non lavorano per la guerra”, tenutasi proprio a Genova, aveva posto le basi per la formulazione dello sciopero del 6 febbraio.

Lo sciopero del 6 febbraio costituisce un ottimo inizio anche perché, per dirla in maniera un po’ grezza, azzera le chiacchiere della lotta antimilitarista che invoca/ipotizza scioperi transnazionali ma non fa niente di concreto per appoggiare processi organizzativi reali che vanno in quella direzione.

La protesta partirà da 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia Salerno e altri ancora, una decina di scali italiani in tutto. Negli ultimi l’USB ha ricevuto l’adesione anche dai porti di Amburgo e di Brema ed anche negli Stati Uniti, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedeva da decenni, alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà con il sostegno della Federazione Sindacale Mondiale.

Come riporta giustamente USB nel suo comunicato: “Al centro della protesta ci sono le condizioni dei lavoratori. L’economia di guerra ha già tagliato i nostri salari, eroso i nostri diritti e distrutto i servizi pubblici essenziali. Lo spostamento delle risorse economiche sugli armamenti e l’industria bellica colpisce direttamente i salari e le condizioni di lavoro, allunga i tempi di lavoro e allontana la possibilità di riconoscere il nostro come lavoro usurante a fini pensionistici.”

Questa iniziativa rende tangibile la sostanza di un vecchio slogan internazionalista del movimento operaio: “the World is our Picket Line” connettendo differenti hub della catena logistico marittimo-portuale in un’azione coordinata, comprendenti pezzi di classe che lavora nel Fronte Mare e da un segnale forte sia ai comparti avanzati della classe sia alle parti più sensibili della società che si sono massicciamente mosse l’autunno scorso.

Per questo saremo continuamente al fianco di USB e contribuiremo alla riuscita della decina di manifestazioni che si terranno nelle città portuali interessate dalle mobilitazioni.

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