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Gli operai non sono un problema “umanitario” ma politico

Attualmente presso il Mimit ci sono 70 tavoli aperti sulle crisi industriali, una quarantina sono attivi e una trentina poste sotto monitoraggio. Riguardano le sorti di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Ci sono nomi di aziende abbiamo imparato a conoscere: dall’ex Ilva alla Jabil, dalla Beko alla Riello, dalla Gkn all’Electrolux e tante altre.

Tra la crisi del 2007/2008 e il 2022, il valore aggiunto reale dell’attività manifatturiera italiana è sceso dell’8,4%, un dato peggiore di quello della Francia (-4,4%) ma in netto contrasto con la Germania, che registrava una crescita del +16,4% fino alla recessione che attanaglia ormai anche la “locomotiva d’Europa”. La perdita di posti di lavoro è stata significativa: dal 2008 al 2024, l’industria ha perso oltre 103.000 posti di lavoro.

Gli operai di queste fabbriche talvolta hanno avuto l’occasione di finire in qualche servizio televisivo, molto più spesso si limitano ad essere citati nelle cronache locali. Le manifestazioni operaie sotto al Ministero, in occasione dei tavoli o degli incontri istituzionali, ricevono appena due minuti di attenzione in un Tg e venti secondi di intervista.

In un format spietato, spesso gli operai finiscono a fare da tappezzeria sullo sfondo di qualche talk show, che dà mostra così della sua “sensibilità sociale”, dando voce alle doglianze di chi vede a rischio il proprio posto di lavoro con tutto quello che ne consegue.

La comunicazione politica e il dibattito pubblico ci restituiscono dunque una immagine degli operai più come questione “umanitaria” che come priorità politica e questa è una narrazione che merita ormai di essere aggredita e poi rivoltata.

Gli operai disperati, rassegnati, speranzosi che vediamo quando ci sono le crisi industriali, ci appaiono come vittime di un combinato disposto di diversi fattori.

Ci sono infatti dei nomi che non sentiamo mai ma che compaiono spesso nella salvifica funzione del “compratore” della fabbrica in crisi: Algebris, Anthilia, Mittel, Clessidra, Alpha oppure i fondi statunitensi come Flacks Group o Bedrock Industries. Arrivano, comprano, ristrutturano, smembrano e rivendono. In cambio tagliano posti di lavoro, spezzettano le produzioni, eliminano tutto quello che non è immediatamente redditizio.

I fondi di investimento non hanno una logica industriale ma finanziaria. La loro preoccupazione è restituire dividendi consistenti ai loro azionisti non salvare posti di lavoro né progettare un rilancio industriale del paese. I governi non gli hanno mai fatto mancare finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e contributive, facilitazioni affinché il “compratore” trovasse vantaggioso rilevare le aziende in crisi. In molti casi però, una volta incassato il malloppo se ne sono scappati all’estero lasciando fabbriche ridotte ormai ad archeologia industriale o poco più.

E poi c’è stata un’altra parola maledetta a pesare come un incubo: “delocalizzazione”.

Dai primissimi anni Novanta, appena dissolta l’Urss e integrati i mercati asiatici, grandi e piccole aziende sono andate a produrre a migliaia di chilometri di distanza “per ridurre il costo del lavoro”, spesso chiudendo qui e aprendo altrove, nell’Europa dell’est come in Asia.

Nel caso della Romania, a metà degli anni Novanta conducemmo una inchiesta che rivelava “l’iceberg industriale”, ovvero quelle che in Italia erano poco più che piccole imprese, a Timisoara magari avevano centinaia o migliaia di dipendenti, con tanto di voli speciali dall’aeroporto di Treviso. Lo stesso dicasi per calzaturifici o aziende tessili pugliesi in Albania e nei Balcani.

E spesso il ricatto è stato quello di accettare condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori sotto la minaccia della delocalizzazione.

Questo micidiale combinato disposto di delocalizzazioni, chiusure, ristrutturazioni sanguinose, finanziamenti pubblici e fiducia malriposti ai compratori, è alla base di quella che ormai molti definiscono come “desertificazione industriale” del paese.

Decisioni sciagurate e visioni distorte sulla “vocazione” del paese stanno infatti trasformando l’Italia in un immenso turistificio a discapito di tutto il resto.

Nell’Ottocento eravamo un paese di contadini, nel Novecento di operai e tecnici, nel XXI Secolo lo saremo di camerieri, ristoratori e balneari. Quelli che hanno un pò di testa, titoli di studio e strumenti se ne vanno all’estero. Se a questi aggiungiamo un calo demografico che neanche l’immigrazione sembra riuscire a compensare, il quadro che ne emerge è desolante.

Ma se guardiamo alla visione, alla qualità e ai parametri di ragionamento dei decisòri (governo, amministrazioni locali, istituzioni economiche) possiamo verificare come sia del tutto assente ogni consapevolezza che il lavoro e gli operai rimangono decisivi per la ricchezza di un paese. Nonostante le amare lezioni che la realtà ci ha impartito durante la pandemia di Covid.

Sono infatti gli operai quelli che la ricchezza la producono e che, con sempre maggior rilevanza, sono anche quelli che la fanno circolare. Eppure gliene viene riconosciuta e restituita sempre meno, anzi a farla da padrone – in tutti i sensi – è sempre più la parassitaria rendita (finanziaria e immobiliare) o il capitalismo “bollettaro” (quelli che vivono sui profitti assicurati da bollette, concessioni autostradali, servizi privatizzati).

I salari da fame in Italia, ormai certificati come tali da decenni, da quei primissimi anni Novanta in cui la concertazione governo-padroni-sindacati – la politica dei redditi la definirono – sono stati bloccati per legge in base ai diktat dell’austerity imposta dall’Unione Europea. La contrattazione di Cgil Cisl Uil non si è mai sottratta dall’accettazione di questa logica,

La folle idea che si potesse deprimere il mercato interno (salari, investimenti, consumi) per puntare tutto sulle esportazioni nel mercato mondiale, adesso è arrivata alla resa dei conti.

Il resto del mondo non è più a disposizione, al contrario anche gli altri esportano, contendono, competono, e magari lo fanno anche meglio proprio perché hanno tutelato il loro mercato interno. I salari, i consumi e gli investimenti crescono infatti nei paesi emergenti ma diminuiscono in quelli occidentali a capitalismo avanzato.

E l’Italia dentro questo cambiamento di fase storica viene stritolata dai processi reali e imbrigliata da una classe dirigente imbelle e venduta che quando non è europeista e liberista convinta è al massimo bottegaia. E questa stessa classe dirigente sta scientemente trascinando il paese sul piano inclinato della guerra e dell’economia di guerra.

Sabato 23 maggio, l’Usb ha convocato a Roma quella che potremmo definire una manifestazione nazionale “dell’orgoglio operaio”, una manifestazione che intende riscattare milioni di lavoratrici e lavoratori subalterni e spesso sottopagati per ridargli protagonismo, identità e centralità politica. Questo paese glielo deve e la storia glielo riconosce.

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