Le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca che ha operato in Emilia Romagna tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono di nuovo al centro dell’attenzione mediatica.
Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato a suo malgrado protagonista, come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle loro azioni (ed i oltre cento feriti) e coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.
Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative sono state sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di giudizio critico.
Giornali e televisioni hanno preferito o “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” le cui uccisioni o sono state considerate regolamenti di conti oppure veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.
Doppia ferita perché di quella vicenda, non si è saputo – o meglio voluto – fare luce fino in fondo trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu), composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla questura di Bologna.
Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce, attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuovere sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.
Così non è stato.
I legittimi dubbi che erano sorti, ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994, per chi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo avevano indicato per così dire la pista da seguire, ed ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di trovare la strada per affiorare in superficie.
La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo di cui la gran parte dei protagonisti accertati operava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?
Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico e rendere inscalfibili i propri privilegi di classe.
Ci auguriamo che le nuove indagini aperte rispetto alla Banda della Uno Bianca e sulle stragi di mafia si trasformino in nuovi processi tesi a fare luce ulteriormente sui buchi e le storture evidenti, colmando i vuoti a cui la verità giudiziaria è fino ad ora giunta.
Però come Redazione bolognese di Contropiano pensiamo che sia un “dovere civico” essere strumento di promozione di momenti pubblici che facciano emergere – non solo tra “gli addetti ai lavori” – il groviglio di questioni che la Banda dell’Uno Bianca solleva e che si vada molto oltre le poche parole di circostanza – o veri e propri silenzi – sentite dalle istituzioni politiche a tutti i livelli.
A questa necessità di “verità e giustizia” cercheremo di contribuire al meglio nelle prossime settimane facendoci co-promotori di momenti pubblici di approfondimento e di denuncia politica su quello che pensiamo essere un episodio della lunga strategia della tensione che ha coinvolto – nel complesso della sua storia – trame nere, la parte più filo-atlantica dei servizi, ed una parte non irrilevante della borghesia italiana che ha finanziato le stragi e ordito piani golpisti, sognando una soluzione “cilena” o “greca” nei confronti del movimento operaio e democratico, e fatto una guerra spietata al movimento rivoluzionario.
Pesa come un macigno, però, la responsabilità diretta di quelle forze politiche della sinistra, ed i corpi intermedi ad esse collegate, che – a differenza della strage del 2 agosto 1980 – non hanno fatto delle vicende legate alla Banda della uno bianca una battaglia politica affinché la verità emergesse in tutta la sua tragica chiarezza e venisse in parte ricucita una ferita che come stiamo vedendo ancora sanguina.
Forse perché come scriveva Pasolini a metà degli anni Settanta: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Per parte nostra continueremo a cercare di coniugarli con le nostre modeste forze, aperti a chiunque avverta la stessa necessità.
Promuoviamo, in questo senso, una prima iniziativa pubblica di sensibilizzazione in piazza Maggiore, giovedì 28 maggio alle ore 18.
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