Il paradosso negativo di una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, è che gli operai sono semplicemente scomparsi, anzi sono stati fatti sparire dallo scenario politico e sociale.
Le operaie e gli operai compaiono nella scena politico mediatica solo in tre casi: quando vengono uccisi nei luoghi di lavoro, quando perdono il lavoro perché le loro fabbriche chiudono, quando si compiono analisi sociologiche sul fatto che la classe operaia o non vada più a votare o voti per la destra.
La condizione operaia è scomparsa, anzi il fatto stesso che esiste una classe operaia è messo in discussione dalla rappresentazione ufficiale della realtà.
Tutto questo non viene da oggi, è dagli anni ottanta del secolo scorso che la classe operaia in Italia viene relegata ai margini, sia sul piano dell’ideologia, sia su quello della politica economica e sociale.
Tutto è cominciato annunciando che gli operai sarebbero scomparsi, che sarebbero diventati i dinosauri dell’economia. Chi negli anni ottanta affermava che gli operai esistevano ancora e che la campagna ideologica per cancellarli serviva a distruggere i loro diritti, il loro salario, la loro stessa dignità sociale, chi allora diceva questo, veniva tacciato dal sistema politico e mediatico e dagli stessi gruppi dirigenti di CGILCISLUIL di vivere nel passato.
Il futuro di allora è oggi: milioni di operai che hanno visto degradare e marginalizzare la loro condizione non solo sul piano statistico dei salari di fame, ma su quello del riconoscimento sociale. Ho vissuto un’epoca in cui essere operaio era il punto di partenza del riscatto sociale, era la base della fierezza di un popolo che lotta per cambiare le cose.
Oggi gli operai vivono in una terra di nessuno dove può succedere di tutto senza che la società ne sia davvero coinvolta.
Vediamo i tre casi nei quali di operai si parla ancora.
Il primo sono gli omicidi sul lavoro, ormai una normalità a cui il sistema si è abituato e attrezzato: la morte di un operaio sul lavoro è il crimine meno punito e più remunerativo che esista. Tutto un sistema di profitto imprenditoriale si basa sul fatto che non vengano rispettate le condizioni di sicurezza sul lavoro. E se poi qualche azienda deve fermarsi perché ci sono vittime, le altre possono continuare a fare quello che fanno.
Il secondo caso nel quale si parla degli operai è quando sono licenziati. Oggi nei titoli dei giornalic’e l’Electrolux, che dimezza i suoi dipendenti d’Italia con la motivazione sfacciata che così farà più profitti. È la cosiddetta “delocalizzazione” delle imprese, che ha colpito il sistema industriale italiano senza che la politica fosse in grado fare nulla.
Le multinazionali sono come le cavallette, vanno dove si può predare, consumano tutto e poi si spostano altrove. Contro questo saccheggio tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno opposto solo chiacchiere e imbrogli.
Alla chiusura delle fabbriche sono seguiti i cosiddetti piani di reindustrializzazione, nessuno dei quali ha mai funzionato. Lo possono raccontare i lavoratori della GKN, della Embraco, della Beko, di tante fabbriche di cui la politica ha tanto parlato, senza produrre niente.
Da quando in Italia è stata distrutta e svenduta l’industria pubblica, pensiamo all’Ilva di Taranto che era un gioiello e che oggi è all’asta al massimo ribasso, da quando si è permesso alle multinazionali, non solo a quelle estere ma anche a quelle italiane come la Fiat, di chiudere per guadagnare; da quando il sistema industriale italiano è stato abbandonato dalla politica alla globalizzazione, gli operai sono rimasti soli.
Il terzo caso in cui si parla di operai é per descrivere la loro solitudine, che è entrata nell’analisi politica e sociologica. Ci si stupisce che gli operai non si sentano più rappresentati da nessuno, che vivano la loro condizione sempre peggio, che, se decidono di votare, lo facciano con rancore scegliendo il rancoroso mediatico di turno.
La condizione reale e il poco rispetto che ricevono milioni di operaie e operai è il segno che viviamo in una repubblica anti operaia. La cancellazione della classe operaia è la crisi della democrazia.
Bene allora ha fatto l’Unione Sindacale di Base a convocare per sabato 23 maggio a Roma una manifestazione operaia nazionale. Non solo una mobilitazione sindacale, come pure è urgente e necessario, ma una manifestazione di identità del lavoro operaio e industriale, ancora oggi fondamentale nell’economia del nostro paese.
Le rivendicazioni sono molto semplici: un vero aumento dei salari, la sicurezza sul lavoro, la riduzione dell’orario, l’intervento pubblico per fermare il saccheggio dell’industria da parte delle multinazionali e dei loro complici. Ma queste rivendicazioni, che a parole tanti sostengono, resteranno solo buoni propositi se non tornerà in campo l’identità operaia, quella che ha costruito e affermato i diritti della Costituzione antifascista.
Oggi gli operai vanno in televisione quando sono davanti ai cancelli di una fabbrica che chiude, però se le telecamere si presentano di fronte ad un’azienda dove si lavora, c’è un fuggi fuggi. Perché nei luoghi di lavoro c’è la dittatura, perché le lavoratrici e i lavoratori, in particolare gli operai, non sono liberi di poter esprimere il proprio pensiero, di criticare l’azienda, di avanzare rivendicazioni.
Le direzioni aziendali spiano persino ciò che scrivono i loro dipendenti sui social: hai criticato l’azienda sei un dipendente infedele, fuori! Questo fascismo aziendale è alla base di ogni spinta autoritaria nella società.
Sconfitto il fascismo Giuseppe Di Vittorio aveva affermato che la Costituzione doveva entrare nelle fabbriche, altrimenti sarebbe stata lettera morta anche fuori di esse. Dopo decenni di lotte la Costituzione entrò nei luoghi di lavoro e dopo altrettanti decenni di politiche liberiste ne è stata espulsa.
Il jobsact e tutte le leggi che hanno distrutto lo Statuto dei Lavoratori non hanno solo colpito il salario e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma la loro libertà; e quella di noi tutti.
Oggi scendere in piazza come operai e per gli operai significa voler mettere in discussione decenni di politiche economiche ingiuste e sbagliate, partendo proprio da chi le ha più subite. Oggi bisogna contrapporre gli interessi e l’identità della classe operaia all’economia di guerra e alla guerra.
Ci vediamo il 23 maggio a Roma.
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