Venerdì 19 giugno vari quotidiani hanno riportato la notizia che il Copasir aprirà un fascicolo sui “presunti” legami tra i servizi segreti e la Banda della uno bianca.
Per il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è un’atto dovuto.
La decisione, riportano i giornali, è maturata con la richiesta avanzata il 6 maggio dal deputato bolognese del Partito Democratico, Andrea de Maria, a seguito delle dichiarazioni rilasciate da Roberto Savi durante la trasmissione televisiva “Belve Crime”.
Supponiamo che tale legittima e doverosa richiesta abbia assunto maggior peso dopo la notizia delle dichiarazioni fatte in Procura da una sorta di super-teste, che era già stato sentito più volte dagli avvocati dell’associazione dei familiari vittime della Banda della uno bianca, il quale avrebbe raccontato di essere stato “agganciato” dal collega Roberto Savi per un possibile reclutamento nei Servizi Segreti e che i due, allora entrambi poliziotti, si sarebbero recati in Volante negli uffici di una azienda di copertura usata dal Sisde, il cui nome poi sarebbe balzato alle cronache per lo scandalo dei cosiddetti fondi neri del servizio segreto a metà Anni novanta.
Ricordiamo che negli ultimi mesi, due fatti particolarmente rilevanti su cui va indagato a fondo, contribuiscono alla necessità di andare a fondo: il ritrovamento di una Santa Barbara (tra cui numerose armi da guerra, con tanto di tritolo e granate) a colui che aveva acquistato l’armeria di via Volturno a Bologna, dove venne compiuta una strage da parte della Banda e inconsistente dal punto di vista del bottino, e il suicidio piuttosto sospetto di Pietro Gugliotta, di cui però si è avuto notizia solo mesi dopo l’accaduto, un “gregario” della Banda che aveva da tempo finito di scontare la propria pena.
La notizia dell’apertura del fascicolo è stata confermata da una lettera che il parlamentare del Partito Democratico ha ricevuto dal presidente dell’autorità parlamentare che monitora l’attività dei servizi, un organismo che deriva la sua funzione dalla cosiddetta “riforma dei servizi” della seconda metà degli anni Settanta, che però non ha risolto assolutamente le storture del sistema di intelligence.
Nella lettera, il presidente del Copasir Guerini, informa che il Comitato “ha convenuto di procedere all’acquisizione di ogni utile elemento di informazione da parte dei competenti organi istituzionali”.
Potremmo dire che siamo probabilmente ad una svolta, a più di trent’anni di distanza dall’arresto dei fratelli Savi e dei processi che hanno accertato le responsabilità penali per 6 persone, di cui 5 poliziotti, per le più di 100 azioni criminali compiute tra il 1987 ed il 1994, che provocarono almeno 24 morti e più di un centinaio di feriti tra Bologna, Romagna e Marche.
Da un lato vi è la nuova inchiesta aperta dalla Procura di Bologna – grazie all’esposto degli avvocati dei familiari delle vittime alcuni anni fa – che sembra piuttosto intenzionata ad andare a fondo sulla vicenda, in specie per ciò che concerne un possibile allargamento della composizione della Banda rispetto a possibili complici a cui la giustizia non aveva dato un volto, dall’altro si dovrebbe indagare – per ciò che concerne il Copasir – in un periodo non particolarmente brillante per l’intelligence italiana, o meglio una parte di essa.
Ciò che sembra che manchi, e lo ripetiamo ad ogni piè sospinto, è una riflessione politica ed un confronto democratico su quel periodo che sembra configurarsi – per ciò che riguarda l’attività della Banda dell’Uno bianca e della Falange Armata – come ultima fase della strategia della tensione, un periodo che vide riaffermarsi la pratica delle stragi, frettolosamente e semplicisticamente definite “stragi mafiose”.
Rimaniamo convinti che il rapporto tra la Banda ed i Servizi vada però oltre la relazione di scambio di favori, o come ha dichiarato a Belve Crime Roberto Savi, per poi avvalersi della facoltà di non rispondere ai magistrati che sono andati ad interrogare lui ed il fratello Fabio al carcere di Bollate dove scontano l’ergastolo. “Quelli ci hanno aiutato” ha detto “il corto”, “non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere“.
Siamo convinti che ci fosse un rapporto più organico, caratterizzato da un modus operandi che ha marcato a fondo la storia del nostro disgraziato Paese.
In questo contesto, sono sinceramente assolutamente fuori posto le dichiarazione del PM Daniele Paci. il quale coordinò le indagini dell’epoca arrivando ad arrestare i fratelli Savi e gli altri componenti della Banda fino ad ora accertati, che sembra quasi mettere in dubbio la necessità di nuove indagini e soprattutto il fatto che ci fosse un disegno più ampio, ma che si trattasse di una manifestazione della “banalità del male” – usa queste parole – di una banda di criminali particolarmente sadici che commisero delitti efferati.
La Procura e l’associazione delle vittime, dovrebbero quindi – lo dice esplicitamente – rassegnarsi alle verità fino ad ora emerse, nonostante le vistose lacune e le non certo poche zone d’ombra messe in luce ormai da una notevole letteratura di inchiesta che si sviluppò ben prima dell’arresto della Banda, e alla quale i processi non hanno dato risposta.
Intervistato da Agnese Pini, direttrice di Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) all’interno dell’incontro tenutosi a Rimini, il magistrato ha pronunciato parole che quanto meno stupiscono – se non inquietano – per chi ha un minimo di contezza sulle lunghe ed intricate vicende giudiziarie su fatti rilevanti per la storia Repubblicana, ed il loro nefasto intreccio rapporto con i Servizi, dalla Strage di Piazza Fontana in poi.
Paci, a meno che non intervengano successive smentite, avrebbe detto: “Quando noi abbiamo accertato una verità, come credo in questo caso, non occorre instillare il mistero. Poi vedremo cosa scopriranno i colleghi di Bologna, ma io sono convinto che non ci siano altre persone dietro la banda e che quando si arriva ad una verità così è bene tenersela stretta”.
Sappiamo che alla verità si giunge attraverso il dubbio metodico, l’acquisizione di prove e per approssimazioni successive.
Naturalmente il PM può credere ciò che vuole, ma se si fosse ragionato in questi termini non ci sarebbe stato il cosiddetto “processo ai mandanti” per la strage del 2 agosto a Bologna.
Sulla scorta delle ottime inchieste giornalistiche sui “coni d’ombra” di ciò che è la vicenda della Banda, ci risale a questo punto un dubbio, vista la pervicacia del PM nel difendere la sua verità.
Se le vicende che hanno portato all’arresto della Banda e la narrazione ufficiale di come sono state condotte le indagini che hanno portato all’individuazione dei Savi non fossero quanto meno esaustive, ma fossero più un tentativo disperato di salvare la faccia a due corpi dello Stato (come Polizia e Carabinieri) che non hanno certo brillato nella vicenda?
Naturalmente non vogliamo mettere in dubbio l’operato di chi si è prodigato per individuare ed assicurare alla giustizia la Banda, ma davvero non ci spieghiamo come non siano state seguite le piste suggerite da inchieste giornalistiche e politici di stazza dell’epoca – da Libero Gualtieri a Mauro Zani, ben prima dell’arresto – il che ha portato all’incarcerazione di un certo numero di innocenti oltre all’aumentare nel numero di vittime ed atti criminosi…
Riportiamo le parole di Zani, in un’articolo alcuni anni fa per Strisciarossa a lungo isolato anche all’interno del suo partito – il PCI e poi PDS di cui era un dirigente locale – “Fu terrorismo organizzato ed eterodiretto nell’ambito di uno scontro feroce tra poteri dello Stato che si avvalsero di apparati occulti e come sempre anche pezzi di criminalità organizzata.(…) I familiari delle vittime hanno il diritto sacrosanto di sapere almeno quando e a che punto i primi Savi dei caselli autostradali furono intercettati e ‘convinti’ a dedicarsi a tempo pieno al terrorismo“.
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Robby
La gravità degli elementi che stanno emergendo, a cui Contropiano da il giusto rilievo, ripropone in maniera esemplare la marginalità della sedicente opposizione che pur avendo governato per diversi anni, non ha minimamente scalfito organismi dello stato che hanno agito contro gli interessi dello stato e della democrazia.
Redazione Contropiano
diciamo che la “sedicente opposizione” non ci ha neanche provato, anzi…