Giovedi a Bologna la redazione di Contropiano ha organizzato in Piazza Maggiore un incontro pubblico per riprendere in mano una battaglia di verità sulla famigerata Banda dell’Uno bianca che seminò di sangue quel territorio negli anni Novanta.
Il botta e risposta dei fratelli Savi (Roberto e Fabio) attraverso due interviste televisive rispettivamente a Belve Crime – andata in onda su Rai due il 5 maggio – ed il 29 maggio a Quarto Grado su Rete Quattro, se ha rimesso al centro del cono di luce dei media le vicende legate alla cosiddetta Banda della uno bianca, rischia di “inquinare” il dibattito proprio nel momento in cui sono state riaperte le indagini sulla lunga scia di sangue che dal 1987 al 1994 ha letteralmente sconvolto prevalentemente Bologna e la Romagna.

Almeno 24 omicidi, più di cento feriti, oltre 100 azioni criminali è il bilancio di una storia fatta di atti criminali sproporzionati rispetto all’incasso di magri bottini difficilmente spiegabili all’interno dei perimetri della criminalità comune.
La finalità delle parole dei due killers, con le ampie anticipazioni della stampa a fare una sorta di “effetto lancio”, rimangono oscure e sembrano orientate più ad una logica di scambio e per certi di messaggi da lanciare ad uso interno a quegli ambienti dove vige la regola del silenzio e del ricatto, ambienti che sono l’humus in cui sono cresciuti i protagonisti della strategia della tensione: gli ultimi depositari di una verità storica che potrebbero portarsi nella tomba.
Una strategia in cui probabilmente va inserita “l’operazione Banda della Uno bianca” e che in Italia si è protratta con modus operandi differenti fino alla prima metà degli anni Novanta con il crepuscolo della Prima Repubblica, quella che la Falange Armata in uno suo comunicato affermava essere: “stato di equilibrio politico basato con demagogia di contrabbando sulla ipocrita, famelica e corrotta ricerca del consenso straccione”.
Da quando sono state riaperte le indagini, grazie all’opera meritoria in primis dei legali dell’associazione delle vittime della Banda dell’Uno bianca, al di là delle sparate dei Savi ad uso di telecamera dal carcere di Bollate in cui scontano l’ergastolo, vi sono in particolare due fatti di cronaca di una certa entità.
Il primo è l’arresto a febbraio di Corrado Pizzoli, colui che aveva rilevato l’armeria di via Volturno in pieno centro di Bologna, dove il 2 maggio del 1991 si compì una vera e propria strage per opera della banda. Pizzoli, 85 anni, deteneva una vera e propria Santa barbara con tanto di granate, tritolo e armi da guerra non registrate nel proprio appartamento in via Tinozzi, una zona residenziale a pochi passi dai giardini Margherita.
Il secondo fatto di cronaca è l’inspiegabile “suicidio” di Pietro Gugliotta che da anni aveva finito di scontare la propria pena per i fatti legati alla Banda e che, sembra per voce del suo avvocato, fosse intenzionato a parlare con urgenza pochi giorni prima di togliersi la vita.
Ciò che rende il “suicidio” di Gugliotta ancora più inquietante è che la notizia si è saputa solo qualche giorno dalla prima intervista di Savi, nonostante fosse avvenuto a gennaio e nessuno si fosse sentito in dovere di comunicarlo.
Per i legali dell’associazione dei familiari delle vittime “è incredibile che la Procura di Bologna sia stata informata dopo mesi del suicidio di Pietro Gugliotta” e l’avvocato Alessandro Gamberini non fa mistero delle sue “perplessità” su quanto avvenuto.
E aggiunge: “si sta riproponendo la storia della Uno Bianca“, e più esplicitamente “lo stesso clima di quando le polizie giudiziarie e le diverse procure non si parlavano tra di loro“. Tra il 1987 e il 1994, “questi difetti di comunicazione impedirono agli investigatori di svolgere le indagini in maniera sistematica, e fu la fortuna della banda“.
E se anche la Procura può “non avere colto la portata dell’evento“, è comunque grave che i carabinieri, che sicuramente hanno informato la loro scala gerarchica, non abbiano informato i colleghi di Bologna.
Un fatto abbastanza strano, che ricorda il periodo in cui nonostante l’alto tributo di sangue dell’Arma, con 9 morti e svariati feriti in quegli anni, a Bologna i Carabinieri non sentirono la necessità di stendere alcun rapporto da inviare a Roma.
É il secondo suicidio piuttosto “strano” dopo quello dell’agente Claudio Bravi in forza alla Questura di Bologna, avvenuto il 29 marzo del 1989, che potrebbe essere collegato alle vicende della Banda, e su cui rimandiamo alla terza puntata dell’ottima serie podcast prodotti da Paolo Soglia “Uno Bianca Reloaded”.
Se consideriamo questi fatti di cronaca e il fatto che le indagini sembra che finalmente vogliano andare più a fondo di quanto fatto finora, allora forse le parole dei Savi assumono un’altra veste: inquinano piuttosto che chiarire, elidendosi nello scontro verbale tra fratelli-coltelli.
Anche il giornalismo d’inchiesta sta svolgendo una funzione tutt’altro che secondaria.
Non possiamo non citare due recenti inchieste giornalistiche che in parte hanno trattato delle vicende della Banda.
La prima è trasmissione Live di Fanpage “Confidential” di Francesco Piccinini con la presenza dell’ex-parà della Folgore Fabio Piselli, il quale fornisce una testimonianza importante in grado di far comprendere la possibile evoluzione operativa di alcuni apparati filo-atlantici ed il loro bacino di reclutamento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e di cui consigliamo vivamente la visione.
In trasmissione, Piselli, era affiancato dal magistrato Antonio Spinosa e dal criminologo Federico Carbone.
L’altra è la prima parte della recente inchiesta di report “Le piste nere”, a cui rimandiamo e che sembra avvalorare appieno le domande di fondo poste nel dossier pubblicato dalla Rete dei Comunisti: “La Uno bianca e altre storie. Nell’Ultima fase della strategia della tensione”, insieme a fornire particolari importanti rispetto alle guerre ai vertici dell’Arma dei Carabinieri riguardo alla vicenda.
Speriamo che le inchieste giudiziarie possano colmare almeno in parte quei vuoti evidenti sulla reale composizione numerica della Banda – 6 membri di cui 5 poliziotti, o almeno “ufficialmente” poliziotti, ma almeno 3 in più sembrano confermare le indagini stando alle indiscrezioni giornalistiche – e far luce più nello specifico rispetto ad alcuni episodi su cui sarebbe stato necessario scavare ma che – una volta terminati i processi nei vari gradi di giudizio – come tutta la serie di vicende a cui è legata sono state frettolosamente archiviate come risolte, senza che ci si interrogasse a sufficienza e venisse trasmessa una memoria adeguata di quegli anni terribili.
Siamo convinti che una lettura più puntuale di quei fenomeni potrebbe contribuire a spiegare meglio quel tornante politico dalla Prima alla Seconda Repubblica, fare luce sulla funzione che ebbe quella parte di Stato profondo più incline a seguire i desiderata di Washington, che ruolo giocarono i protagonisti dell’eversione nera che da metà Anni sessanta sono protagonisti delle vicende politiche italiane, quali furono i limiti della magistratura che sposò strampalate piste investigative credendo a chi depistava serialmente le indagini anziché seguire ipotesi proposte da esponenti politici autorevoli come Libero Gualtieri.
Riportiamo le parole di Libero Gualtieri del 31 gennaio 1995 in una seduta di una Commissione parlamentare d’inchiesta, in cui spiega cosa disse ad un convegno a Bologna del giugno 1991:
“Spiegai allora che fatti analoghi erano accaduti in Belgio alcuni anni prima, quando la banda del Brabante, con una macchina simile, una specie di uno nera, rapinò e uccise una trentina di persone”, 28 omicidi e 40 feriti, per la precisione. “Si scoprì poi che erano appartenenti alle forze di polizia. Il giorno dopo la falange armata minacciò questi che avevano parlato al convegno”.
In verità, ancora oggi la verità giudiziaria sulla Banda, che ha agito nella prima metà degli anni ottanta, non è giunta purtroppo ad alcunché, e si sono riaperte le indagini nel 2025.
Inoltre rimane da indagare come si comportarono le maggiori testate giornaliste ed i media in genere pronte a sposare la tesi del “regolamento di conti criminale” o “l’esclusione del movente razziale” quando venivano colpiti membri della comunità Romaní con due assalti ai cosiddetti “campi nomadi” o cittadini di origine straniera. Media pronti ad incriminare la malavita comune con un tocco di razzismo anti-meridionale, o a criminalizzare interi quartieri – come il Pilastro – ed i ceti popolari che li abitavano.

Lo diciamo, in maniera abbastanza provocatoria, ma alla fine l’ultima fase della strategia della tensione, almeno per quanto riguarda la Banda della Uno bianca, risultò vincitrice nella sua capacità di seminare il terrore, modificare i comportamenti di massa, e porre la questione della sicurezza e dell’ordine pubblico in maniera sempre più reazionaria, facendo sì che questa richiesta venisse capitalizzata politicamente da alcune forze politiche della destra che ereditarono i temi propugnati dalla maggioranza silenziosa degli anni Settanta.
Non ultimo, la Banda inaugurò la pratica della strage razziale nel nostro paese, sdoganando il suprematismo bianco “armato” che vedrà prodursi una serie di episodi, anche quelli presto rimossi per ciò che concerne la riflessione pubblica, come la strage di piazza Dalmazia a Firenze del 13 dicembre del 2011 da parte del neo-fascista Gianluca Casseri (2 morti ed un ferito grave) e la tentata strage di Macerata (6 feriti) da parte di Luca Trani del 3 febbraio del 2018.
Per questo come Redazione di Bologna continueremo a contribuire ad un’opera di sensibilizzazione che dopo la riuscita iniziativa in piazza Maggiore del 28 maggio vada in quei luoghi colpiti dal terrorismo della Banda della uno bianca e per la prima volta ne parli pubblicamente, o riprenda a parlarle chiedendo verità e giustizia per una ferita che non si è mai rimarginata.
Sull’argomento vedi anche:
La banda della Uno bianca/1. E’ l’ora della verità – Contropiano
La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità” – Contropiano
La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione – Contropiano
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