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L’assassinio di Fakir: omicidio di Stato e “scudo penale”

L’assassinio di Abderrahim Fakir da parte di due agenti di polizia. durante un intervento nel quartiere del Pilastro, a Bologna domenica 19 luglio, è diventato un caso nazionale.

Abbiamo per l’ennesima volta l’uccisione di un uomo da parte delle forze dell’ordine, il cui l’operato appare a prima vista assai discutibile, per usare un eufemismo.

La memoria va al recente caso di Adderrahim “Zack” Mansouri, giustiziato il 26 gennaio di quest’anno nel bosco attorno alla stazione di Rogoredo, a Milano, durante un’azione ufficialmente “antidroga” condotta da 5 agenti, i quali a verbale ricostruiscono la morte del cittadino marocchino come l’esito di una reazione dell’assistente capo.

Alla vista della polizia l’uomo, non solo non aveva risposto all’intimazione della alt, ma avrebbe estratto un’arma, poi ritrovata accanto al suo corpo ma risultata finta e posizionata lì dopo la sua morte.

Tutto falso, insomma, nonostante le dichiarazioni concordanti dei 5 e gli esiti dei primi rilievi.

Va ricordato che anche allora sia Salvini che Piantedosi qualificarono come sbagliata e “vergognosa” la decisione della procura di Milano di iscrivere l’assistente capo di polizia responsabile della morte di Mansouri nel registro degli indagati per “omicidio volontario”.

C’è da chiedersi cosa sarebbe successo in quel caso, in termini di verità e giustizia, se fosse già stato approvato lo “scudo penale” attivato per i due poliziotti intervenuti domenica al Pilastro.

Su questo, torneremo.

La memoria va ad un’altra morte – divenuta anch’essa un caso nazionale -, avvenuta alle quattro del mattino del 24 novembre 2024 a Milano, quella di Ramy Elgami, sbalzato dalla sella del maxiscooter guidato dal suo amico Fares Bouzidi, al termine di un lungo inseguimento notturno condotto ad altissima velocità dalle pattuglie del nucleo radiomobile dei carabinieri di Milano.

Quella vicenda e la sua evoluzione hanno posto una questione di principio che anche nel caso dell’omicidio al Pilastro si ripropone: l’azione della polizia deve essere proporzionata al fine che persegue.

A chiusura delle indagini la procura competente, per il militare alla guida dell’auto che ha inseguito Ramy fino a tamponare lo scooter, l’ipotesi di reato è stata riformulata come “eccesso colposo nell’adempimento del dovere”. Ipotizzando quindi un’errore, colposo, rispetto alle regole; qualcosa di diverso insomma  rispetto alla mera durezza operativa, perché si è creato un rischio maggiore del necessario per la vita del ragazzo e di quella di di terzi, con le  tragiche conseguenze che sappiamo.

Quella vicenda però, come nel caso di Fakir, ha anche segnalato una “lacuna” rispetto alle disposizioni ufficialmente in vigore; in quel caso una “legge per gli inseguimenti” che neanche esiste, in questo – come ha denunciato Il Fatto Quotidiano con l’articolo di Antonio Massari Le “linee guida” del Viminale sui fermi a terra non esistono – solo una bozza di procedura rispetto a quello che tecnicamente sarebbe un “soggetto non collaborativo”.

Come, anche questa volta è apparso evidente, gli agenti fanno ricorso abitualmente ad margine di arbitrarietà che produce spesso tragiche conseguenze.

Anche in questo caso, verrebbe da chiedersi cosa sarebbe avvenuto se fosse già stato approvato lo “scudo penale”.

Al di là del dibattito per così dire “tecnico” e giuridico, vi è però una sostanziale identità nella gestione simbolica e politica di un fatto di sangue, finalizzata a torcere in chiave identitaria il dibattito pubblico che quegli episodi,  come quello del Pilastro, stanno scatenando..

Nel caso di Ramy la critica all’operato dei carabinieri è stata trasformata in”colpa” da parte della Destra di governo, come se trattasse di una sorta di lesa maestà, per garantire una sostanziale immunità ad una prassi scarsamente regolamentata e che quindi aumenta la “discrezionalità” operativa. Con l’idea di dare una sorta di assegno in bianco ai singoli, anziché precise regole d’ingaggio, e “solleticando” gli appetiti più muscolari che palesemente esistono dentro le forze dell’ordine.

É in questa logica di pubblica “assoluzione preventiva” che la città di Milano aveva deciso di consegnare l’Ambrogino – con delibera dell’ufficio di Presidenza del Consiglio comunale della Giunta Sala – al reparto dell’Arma cui appartenevano le pattuglie coinvolte nell’inseguimento mortale.

Nelle chat intercettate e depositate agli atti della procura di Milano, però, dal tenore dei messaggi tra i carabinieri coinvolti nell’inseguimento mortale e diversi loro commilitoni è emersa con chiarezza una matrice apertamente fascista e profondamente razzista.

Ne citiamo una particolarmente significativa: “Ma tu ti rendi conto che vengono nel nostro paese e vanno in giro con i cammelli? Non capiscono un cazzo manco come si guida un T-Max, poi danno la colpa ai carabinieri… Ma viva l’Italia, altro che ‘sti marocchini di merda”.

Tra questi due casi e quello del Pilastro, come abbiamo accennato, c’è però una novità sostanziale intercorsa grazie all’opera del governo attuale: l’attivazione dello “scudo penale”, che esordisce operativamente per i due poliziotti del Pilastro (introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n.23, e convertito in Legge n.54 del 24 aprile 2026).

Un misura che si affianca a ciò che era stato previsto da un precedente Decreto Sicurezza – gli art. 22 e 23 del DL 48/2025 – secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10 mila euro, per ogni fase del procedimento, a copertura delle spese legali peri membri delle forze dell’ordine indagati o imputati per reati commessi in servizio.

Questa “schermatura” legale ed economica è la prima e principale pietra d’inciampo per la realizzazione di quel basilare obiettivo di “verità e giustizia” chiesto, anche in questo caso, dalla famiglia del 43enne ucciso a Bologna e, ovviamente dalla parte di città che sì è stretta loro intorno.

Il cosiddetto “scudo penale” costituisce di fatto una “corsia procedurale preferenziale” in virtù della quale la posizione giudiziaria del responsabile del fatto non confluisce – come per tutti – nel registro ordinario delle “notizie di reato”, ma viene collocata in un registro separato, con termini di scadenza assai ridotti che, a meno di evidenze particolarmente rilevanti, spingono il procedimento verso una rapida richiesta di archiviazione.

Se è comprensibile il battage della Destra di governo, in favore di una sorta di assoluzione preventiva affinché si arrivi appunto ad una rapida archiviazione tale da creare un precedente importante, è assurda la posizione di chi – come il sindaco Lepore, le forze che lo sostengono, quelle che di fatto lo appoggia implicitamente – neanche coglie questo dato. E tanto meno l’importanza a medio termine della lotta su questo punto.

Come avevano già rilevato Carlo Bovini e Franco Gabrielli in Contro la paura. Manifesto per la sicurezza democratica: “il risultato paradossale è che una norma pensata per proteggere rischia di indebolire la fiducia: perché alimenta l’idea di un diritto a doppio binario, dove l’esito è suggerito dalla traiettoria stessa del procedimento, prima ancora che dalla qualità dell’accertamento”.

L’utilizzazione di simile scorciatoia giuridica in un caso come questo è una vera e propria “bomba ad orologeria” perché si inserisce in un contesto dove la gestione folle dell’ordine pubblico, dopo le oceaniche manifestazioni di massa a latere degli scioperi generali dell’autunno, nonché di altre importanti mobilitazioni, proprio al Pilastro, hanno generato una sfiducia senza pari nelle forze dell’ordine. I cori in francese urlati a gran voce lo scorso lunedì in Piazza Nettuno – “tutto il mondo detesta la polizia” – ne sono un chiaro segno.

Diventa quindi una battaglia dirimente che non venga usato in questo caso lo scudo penale, richiedendone semmai abolizione tout court l’l’appoggiano. Una battaglia contro la torsione autoritaria che la Destra di governo sta portando avanti e che il campo-largo non è minimamente in grado di ostacolare, perché di fatto subordinato agli stessi paradigmi delle politiche liberticide messe in campo dal governo Meloni.

Se ne parlerà Venerdì 24 luglio alle ore 19 in Piazza San Francesco a Bologna all’assemblea pubblica promossa da varie realtà, tra cui Potere al Popolo: “Verità e giustizia per Fakir! É omicidio di Stato: revocare subito lo scudo penale agli agenti di polizia coinvolti nella morte!

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