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Bologna, 2 agosto: ancora in piazza, con il sangue agli occhi!

La Strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata giustamente definita, in una delle relative sentenze, strage “di Stato e fascista”. Insieme e contemporaneamente.

Una definizione giusta e allo stesso coraggiosa che coglie nel segno delle reali responsabilità della lunga strategia della tensione la quale, per ciò che concerne Bologna, arriva in forme diverse fino alla prima metà degli Anni Novanta con le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca.

Il percorso processuale legato alla Strage del 2 agosto è stato piuttosto lungo e ben poco lineare, costellato da ribaltamenti e “colpi di scena”, ma ha portato ad individuare in via definitiva – caso più unico che raro – non solo gli esecutori materiali, organici al campo neo-fascista, ma anche i mandanti della loggia massonica Propaganda 2 e la sua fitta trama di potere “occulta” che fungeva da cerniera non esclusiva tra le parti più reazionarie del blocco di potere dominante italiano e gli USA.

Varie corti hanno anche condannato una parte di coloro che – all’interno degli apparati dello Stato così come nella galassia dell’informazione mainstream – hanno cercato di depistare le indagini.

Per chi ha voglia di approfondire, non possiamo che consigliare vivamente la lettura di due volumi fondamentali, uno di Paolo Morando: “La strage di Bologna. Bellini, i Nar, i mandanti ed un perdono tradito” edito da Feltrinelli. L’altro è “Operazione Bologna. 1975-1980: l’inarrestabile onda della strategia della tensione” di Antonella Beccaria e Cinzia Venturoli, edito da Castelvecchi.

Ciò che rimane particolarmente inquietante, ancora oggi, è il fatto che nonostante l’acclarata infondatezza della cosiddetta “pista internazionale” – che ha avuto differenti variabili frutto di volontà depistanti e in totale malafede – c’è chi pervicacemente ritiene che la verità giuridica, in questo caso, non corrisponda alla verità storica, e continua a suggerire quella pista.

Con fini anche diversi questa “linea” vede insieme  chi punta ad assolvere gli esecutori, cresciuti dentro o collateralmente al Movimento Sociale Italiano di Almirante, considerato dall’attuale presidente del consiglio una sorte di padre politico, la cui formazione fu la culla dell’eversione nera che dal 1974 rivendicherà esplicitamente le proprie azioni. E quanti puntano invece a un “nemico esterno”, possibilmente mediorientale.

Se quindi si è giunti ad una verità giuridica che collima in larga misura con la verità storica, rimane tuttora una ferita non cicatrizzata impressa indelebilmente nella memoria collettiva e nella coscienza democratica della città.

Con 85 morti, più di 200 feriti e una stazione sventrata, Bologna si trova tuttora a contrastare i tentativi di riscrivere la storia rispetto a chi fu il responsabile di quella carneficina, perché non può più cercare di influenzare le sentenze passate in ogni grado di giudizio.

Nella riflessione storica, la coscienza autenticamente democratica è costretta ancora oggi a fare i conti con una trama di poteri delle classi dominanti ferocemente atlantista che ha voluto incidere pesantemente sul corso politico del nostro Paese, segnando indelebilmente soprattutto questa città.

La strage, come altri episodi simili, è stata un’azione di “guerra non convenzionale” che una parte non trascurabile della classe dirigente dell’epoca ha messo in atto utilizzando come killer i neo-fascisti e/o agenti con notevoli livelli di copertura/complicità da parte di funzionari dello Stato, ed ha avuto differenti finalità che qui cerchiamo di sintetizzare, cercando di darne un’interpretazione storica a 46 anni dall’accaduto.

La prima era “destabilizzare per stabilizzare” l’assetto politico in senso reazionario, dopo il “decennio rosso” della rivolta operaia e studentesca, creando le condizioni per la sconfitta dell'”occupazione alla Fiat”, in quei giorni in corso di preparazione. 

In quella stagione, sul fronte parlamentare, c’era da registrare anche la conclusione definitiva dell’esperienza della breve stagione della “solidarietà nazionale” – pensata per coinvolgere il Pci nella “politica dei sacrifici” – preceduta a livello regionale dall’esperienza siciliana, il cui principale protagonista all’interno dello scudocrociato era stato Piersanti Mattarella.

A febbraio del 1980, nel congresso nazionale della Democrazia cristiana venne sconfitta a sorpresa la linea Zaccagnini-Andreotti, favorevole a una ripresa del dialogo con il Pci (peraltro uscito sconfitto dalle elezioni del ’79) e prevalse la cosiddetta «politica del preambolo», portata avanti da Flaminio Piccoli, Amintore Fanfani, Arnaldo Forlani e Carlo Donat-Cattin, alleati per sbarrare definitivamente la strada al partito di Berlinguer, dopo averlo usato e scaricato.

La DC – nonostante la crisi di legittimità che attraversava la balena bianca, soprattutto dopo il “sequestro Moro” – tornava insomma ad essere, insieme al Psi craxiano, il fragile dominus della politica italiana, in un snodo delicatissimo per la politica internazionale e le vicende interne.

Vi era poi l’esigenza di sviare l’attenzione dalla strage di Ustica, avvenuta poco più di un mese prima, dalle sue reali cause – certamente non legate ad un “cedimento strutturale”, come ipotizzato da dilettanti e “depistatori” – e dai reali responsabili, rintracciabili nell’arco delle alleanze internazionali dell’Italia, USA e Francia in primis. Anche in quel caso Bologna, punto di partenza dell’aereo, pagò un prezzo terribile.

Quello che fu un vero e proprio episodio di guerra in tempo di pace, era avvenuto in un contesto di recrudescenza della Guerra Fredda contro l’URSS, in cui il nostro Paese assumeva il ruolo di  vittima collaterale, destinato com’era ad ospitare i cosiddetti “euro-missili” nonostante un’opinione pubblica decisamente contraria e in piazza.

Era chiaro che, nel contesto di accresciuta militarizzazione del Mediterraneo, una strage costata la vita a più di 80 persone a Ustica non doveva essere attribuita all’abbattimento fortuito da parte di una potenza occidentale alleata dell’Italia, allora come oggi, mentre tentava di portare a termine un  “omicidio extragiudiziale” nei confronti del leader libico Gheddafi.

Ma il focus principale della strage restava il movimento operaio, scegliendo di usare la strategia del terrore alla vigilia del più grande processo di ristrutturazione in quello che era stato uno degli epicentri dello sviluppo dell’autonomia di classe nel nostro Paese: la Fiat Mirafiori, a Torino. Qui la direzione della Fiat era determinata ad avviare – senza mediazioni – un massiccia espulsione dal processo produttivo delle avanguardie operaie che avevano scandito le lotte del lungo Sessantotto italiano.

In una famosa intervista estiva a La Repubblica, Umberto Agnelli – allora amministratore delegato – aveva anticipato la necessità degli esuberi. Fu poi Cesare Romiti, succeduto ad Umberto Agnelli pochi giorni prima della strage, a gestire da parte padronale il conflitto che si concluderà con la cosiddetta marcia dei 40 mila a metà ottobre e migliaia di licenziamenti dopo i “35 giorni” di occupazione dello stabilimento torinese da parte degli operai.

La “linea dura” della FIAT diede com’è noto il là alla contro-offensiva padronale mirata a smantellare qualsiasi conquista che il movimento operaio a trazione comunista aveva conquistato negli anni precedenti.

In ultimo, riteniamo che tra gli obiettivi della Strage del 2 agosto ci fosse anche la volontà di incanalare velocemente il PCI – colpito in quella che era la città fiore all’occhiello della sua “capacità di governo” e già scossa dalla frattura del movimento del ‘77 – in una politica subordinata ai desiderata del blocco di potere dominante, sia per ciò che concerne la sudditanza alla Nato – che già Berlinguer aveva  accettato come “ombrello” – sia per la politica sociale “lacrime e sangue”, condivisa dal segretario del PCI e dalla Cgil e ribattezzata “la linea dei sacrifici”.

In sintesi, anche se relegato all’opposizione, il PCI doveva scendere a precipizio lungo il piano inclinato della la co-gestione subordinata della crisi del modo di produzione capitalistico, e rinunciare a costruire una qualsiasi alternativa che sfidasse apertamente il campo padronale.

Questo breve excursus storico si è reso necessario per far comprendere la funzione di quella strage, la cui commemorazione deve tornare ad essere, finito l’iter dei vari processi, un momento per chiedere Verità e Giustizia per le vicende che rischiano di non trovare neanche una verità giudiziaria, come la strage nei cieli di Ustica, o che devono ancora giungere ad una maggiore chiarificazione come le vicende legate alla Banda della Uno Bianca.

Ma non basta.

La stessa richiesta di Verità e Giustizia va ora estesa all’uccisione di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere del Pilastro domenica 19 luglio.

In particolare va sostenuta l’opposizione all’uso dello “scudo penale”, che costituisce la prima e principale pietra d’inciampo per l’accertamento dei fatti e che potrebbe portare ad una veloce archiviazione di quello che molti hanno definito un omicidio di Stato.

Va chiesta a gran voce la fine dell’ingerenza nelle indagini da parte della Destra di governo, che ha deciso per un’assoluzione preventiva dei due agenti coinvolti nel fermo.

Va respinta la criminalizzazione del movimento di solidarietà che si sta raccogliendo attorno alla famiglia, che denuncia la militarizzazione dei quartieri popolari ed una gestione dell’ordine pubblico tesa a reprimere le variegate forme di dissenso alle scelte dell’attuale esecutivo così come dell’amministrazione cittadina.

Per questo il 2 agosto è necessario scendere in piazza in maniera non rituale contro il revisionismo storico della Destra di governo, affinché venga fatta luce sulla lunga scia di sangue della strategia della tensione, perché l’ennesimo omicidio di Stato non deve essere archiviato o rimanere impunito.

Bologna, con la sua storia, non se lo può permettere.

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