I militari in politica sono già un problema (costituzionale, se non altro). Un certo tipo di militari apertamente fascisti – con la nostalgia per la X Mas, per dirne una, non esattamente una comitiva di “escursionisti” – che si mette a fare un partito era un problema grosso come una casa, paradossalmente in primo luogo per quei partiti (Fratelli d’Italia e Lega in versione Salvini) che all’antifascismo non avevano mai aderito (e non c’è una “via di mezzo” tra i due lati di questa barricata).
Ora questo groviglio di problemi esplode, anche se nei tempi e nei modi felpati del Palazzo.
Due diversi esposti – uno alla Procura militare, l’altro a quella ordinaria – chiedono di verificare;
a) se i militari in servizio attivo con ruoli di direzione in Futuro Nazionale abbiano o no violato l’obbligo di neutralità politica previsto per il personale militare
b) se Futuro Nazionale rappresenti o no un tentativo di “ricostituzione del partito fascista”, espressamente vietato dalla “legge Mancino”.
Gli “accertamenti preliminari” disposti dalla Procura militare riguardano la prima ipotesi, sulla base appunto dell’esposto di un sindacato dei militari che denuncia: “vengono segnalati possibili problemi legati all’assunzione di incarichi politici da parte di militari in servizio, all’uso della qualifica o del grado in attività di propaganda e alla compatibilità di alcune attività organizzative con i vincoli previsti dall’ordinamento militare”.
In particolare vengono citati i casi di Luigi Avveduto, sottufficiale e segretario del sindacato Sim Carabinieri, che è anche consigliere del VII municipio di Roma (eletto nelle fila dell’Udc e poi passato al “gruppo misto”), e di Antonsergio Belfiori, ufficiale dell’Aeronautica e segretario nazionale di un altro sindacato militare.
La Costituzione italiana garantisce il diritto di associarsi liberamente in partiti politici a tutti i cittadini (art. 49), ma stabilisce anche una “riserva di legge“, consentendo al Parlamento di introdurre delle limitazioni a questo diritto per alcune categorie di pubblici dipendenti, tra cui i “militari di carriera in servizio attivo“ (art. 98).
La ragione di questa “riserva” è evidente: in una democrazia parlamentare il potere politico sta in capo all’amministrazione civile (governo, Parlamento, Presidente della Repubblica, ecc), mentre ai militari tocca obbedire a chiunque ricopra quelle cariche, comunisti compresi.
L’esperienza dei colpi di stato, ovviamente, sconsiglia la confusione dei ruoli e la possibilità di un rovesciamento delle funzioni (generali o colonnelli che esercitano il potere politico disponendo anche di quello armato).
In questo divieto c’è anche una ragione funzionale chiara: la “cultura militare” – diciamo così – è particolarmente semplificata, riducendosi all’obbedienza gerarchica (certo accompagnata da valanghe di retorica sull’”onore”, la “difesa della patria”, ecc), ma in completa assenza di competenze minime sulla gestione di una società complessa, fatta di classi, ceti sociali, figure e individualità con interessi spesso divergenti e conflittuali, ma tutti altrettanto legittimi.
Un militare a guidare i civili, insomma, può combinare solo disastri o, più di frequente, far decidere ai poteri economici dominanti la direzione di marcia di un Paese (quelli del Forum di di Cernobbio lo sanno meglio di tutti, pare….).
Il problema italiano è che la disposizione costituzionale (la ”riserva di legge”) non è mai stata tradotta in leggi vere e proprie. Il divieto di ricoprire ruoli di direzione in un partito, insomma, è stato esplicitato – e in modo incerto – solo in base ad una sentenza del Consiglio di Stato (un tribunale amministrativo), la n. 5845 del 2017.
La semplice iscrizione ad un partito viene lì considerata legittima, mentre l’assunzione di ruoli direttivi, anche solo “onorifici”, no.
I coordinatori locali di Futuro Nazionale che indossano ancora la divisa (ma anche quello che era stato eletto con l’Udc), dunque, sarebbero fuori da ogni possibile legittimità di comportamento. Non sarebbero però perseguibili per un “reato”, visto che una legge non è stata mai varata.
Dunque l’iniziativa della Procura militare potrebbe addirittura diventare un “boomerang”, perché potrebbe persino concludersi con un nulla di fatto che legittimerebbe i militari a costituire e dirigere partiti, candidarsi alle elezioni e assumere eventualmente cariche politiche di qualsiasi importanza (ministri e sottosegretari, per esempio), pur restando in servizio (con stipendio e funzione di comando su uomini armati).
Un pastrocchio indigeribile, ma che diventa “possibile” in uno Stato alla frutta come questo…
Il secondo esposto – “possibile ricostituzione del partito fascista” – è più logico, se non altro, viste le posizioni espresse su un ampio ventaglio di questioni sociali (dall’immigrazione ai programmi scolastici), chiaramente sovrapponibili con l’ormai centenario immondezzaio fascistoide.
Il tutto è però completamente affogato in una gigantesca operazione di “distrazione di massa” che vorrebbe far passare questa congrega di militari e reazionari come “filorussi”, “cavalli di troia del Cremlino” e amenità del genere.
Come giornale, ripetiamo, abbiamo già pubblicato inchieste che ricostruiscono per filo e per segno la lunga fila di personaggi – militari e non – che collegano direttamente Futuro Nazionale alle prime file trumpiane, a cominciare da Steve Bannon. Vi abbiamo trovato altri alti ufficiali, magari “in congedo”, appartenenti alla “Folgore” (il corpo di paracadutisti comandato a suo tempo dal generale diventato europarlamentare). Militari iscritti anche alla massoneria, “coordinatori” in contatto con Bannon, ecc.
Ah, già… Viviamo in Europa, dove una classe politica di imbecilli senza consenso popolare (né maggioranza di governo) pretende di portarci alla guerra con la Russia e dipinge la Washington di Trump come “alleata” di Putin nel voler “distruggere l’Unione Europea”.
Come direbbero in tanti: non ce n’è bisogno, si distruggerà da sola continuando così…
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