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Rientrano i militari italiani dall’Iraq, restano quelli in Arabia Saudita e Kuwait

Stanno rientrando i militari italiani inviati in Iraq nel 2014. Restano invece sul campo – in Kuwait, Arabia Saudita e Barhein – quelli inviati a marzo di quest’anno e che sono stati coinvolti nella guerra in corso in Medio Oriente scatenata dagli USA.

L’Italia nel 2014 aveva inviato un grosso contingente militare – circa 1.100 soldati – nel quadro delle operazioni della Nato e della “Coalizione Internazionale” contro l’Isis.

Nel novembre del 2019, cinque soldati italiani di questa missione, rimasero feriti in Iraq per l’esplosione di un ordigno durante una missione di perlustrazione. Per uno di loro è stata addirittura necessaria l’amputazione parziale di una gamba e ad un altro è stato amputato un piede

Nei mesi scorsi, prima in Kuwait e poi in Arabia Saudita, le basi militari in cui sono insediati i soldati italiani sono state colpite rispettivamente dai missili iraniani e da quelli yemeniti. Nessun ferito ma un drone Reaper e un caccia Typhoon sono stati rispettivamente distrutti e danneggiati. 

Con la partenza degli ultimi soldati si è dunque conclusa in Iraq la missione dei militari italiani. “Con il rientro degli ultimi militari impegnati nel recupero e nel trasferimento dei materiali logistici, si conclude oggi la presenza delle nostre Forze armate in Iraq” ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

Come concordato con le autorità irachene, le forze armate italiane, insieme a quelle degli altri Paesi della Coalizione e della Nato, hanno lasciato il territorio dell’Iraq entro la scadenza del 30 settembre.

I soldati italiani erano in Iraq nel quadro dell’Operazione “Inherent Resolve” di quella che veniva definita Coalizione internazionale e della Nato Mission Iraq ma “continueranno a operare da altri Paesi” ha spiegato il ministro.

La Nato Mission Iraq rimarrà operativa dalla base Nato di Lago Patria, in provincia di Napoli, presso il Joint Force Command Naples.

Il rientro dei militari italiani dall’Iraq era già in larga parte completato dal marzo 2026, quando al posto della operazione “Inerhent Resolve” e della missione Nato in Iraq è stata avviata – con un sotterfugio sfuggito ai parlamentari – la missione Task Force Air Arabia inviando soldati, aerei, sistemi antimissili in Arabia Saudita, Kuwait e Barhein. Anche i soldati statunitensi hanno lasciato oggi l’Iraq dopo ventitre anni di occupazione prima e di presenza militare poi nel paese, in ottemperanza ad un accordo siglato nel 2024 dal presidente Biden con le autorità irachene.

Doveroso rammentare che l’Italia ha partecipato all’aggressione e all’occupazione militare statunitense dell’Iraq nel 2003. Nel corso di questa occupazione venne inviato anche un contingente militare italiano che subì decine di perdite: 38 morti, di cui 17 (più due civili) in un solo giorno a Nassirya nel 2003.

E’ altrettanto doveroso sottolineare come ci siano ancora centinaia di militari italiani in Libano nel quadro della missione Unifil, finiti spesso sotto le bombe e le minacce israeliane o nel fuoco incrociati degli scontri con i miliziani libanesi, e lasciati lì solo per mostrare la bandiera in una regione dove la politica estera italiana da tempo ha rinunciato a svolgere un funzione attiva limitandosi alla subalternità verso Israele.

L’Italia continua ad essere il paese europeo che ancora oggi ha inviato ed invia  più militari all’estero, finanziando ogni anno le missioni con la spesa di 1,48 miliardi di euro con un decreto che viene rinnovato annualmente, in modo bipartisan. E proprio tra le pieghe dell’ultimo decreto, il governo ha infilato anche la missione che ha portato i militari italiani sotto le bombe in Arabia Saudita e nel Kuwait.

Proprio il voto di due soli senatori della sinistra contro le missioni militari all’estero nel 2009 mise in crisi il secondo governo Prodi, il quale però cadde sui guai della famiglia Mastella e non su una questione di principio come la guerra. A dimostrazione che se si vuole far sentire le ragioni di chi si oppone al coinvolgimento del paese nelle guerre occorre essere coerenti, senza fare sconti a nessuno.

 

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