Con la convocazione dello sciopero generale da parte di USB, il prossimo 30 ottobre, saranno tre gli scioperi generali che si svolgeranno nel continente europeo nel giro di un paio di settimane; Italia, Francia, Spagna, insieme ad una manifestazione nazionale in Portogallo – il 17 ottobre – che mette comunque al centro la questione sociale.
In Francia, dove lo sciopero contro la finanziaria sarà il 5 novembre, siamo in contesto di mobilitazione politico-sindacale a trazione studentesca dal 28 settembre, quando sono iniziati i blocchi degli istituti superiori d’Oltralpe, affrontati dal governo, sin dal primo giorno, con un salto di qualità repressivo; ma in cui è verificata anche un’importante saldatura con il mondo del lavoro, oltre che un protagonismo della sinistra radicale de La France Insoumise.
In Spagna, dove la Huelga General è stata convocata per il 14 novembre, lo sgombero violento di Maricarmen è stata la scintilla che ha incendiato la polveriera iberica sviluppando un movimento radicale di massa su spinta delle combattive organizzazioni sindacali per il diritto all’abitare, che hanno condizionato l’agenda politica complessiva e persino le timidissime centrali sindacali che non convocavano/univano ad uno sciopero generale da ben 14 anni.
In Portogallo la manifestazione nazionale “decentralizzata” del 17 ottobre, con le parole d’ordine “più salari, migliori pensioni e servizi pubblici”, è stata preceduta dai riusciti scioperi del 2 ottobre per i lavoratori del pubblico e del 5 nella scuola, ed in generale da un percorso di mobilitazioneche non si vedeva da tempo.
In Belgio siamo di fronte a percorsi di lotta che confermano complessivamente il cambiamento di clima politico-sociale nel continente, cui si sommano le mobilitazioni studentesche, con una manifestazione nazionale tenuta 9 ottobre promossa dall’organizzazione giovanile Red Fox – una delle due organizzazioni giovanili afferenti al PTB – al cui centro c’era lo slogan “investite nel nostro avvenire e non nella guerra”; nonché gli scioperi contro la leva obbligatoria, iniziati dallo scorso dicembre in Germania, nel mentre stanno arrivando le “convocazioni” per le visite mediche propedeutiche all’arruolamento forzato.
Per completare questo sguardo europeo va segnalata la storica mobilitazione contro la marcia unionista in Irlanda del Nord, che è diventata uno dei più rilevanti fatti politici fin dalla stipula degli Accordi del Venerdì Santo (1998) e va inquadrata dentro lo scontro contro una rinvigorita estrema-destra lealista e settaria.
É bene poi ricordare che la data del 30 ottobre è nata come seconda mobilitazione internazionale ed internazionalista contro il traffico di armi, promossa inizialmente da 7 sigle sindacali internazionali dei portuali del Mediterraneo e che si è estesa ad altri scali a livello mondiale, dagli Stati Uniti al Sud Africa.
Tra questi porti vi sono scali di Paesi che saranno interessati dagli scioperi generali (Francia, penisola iberica, Italia), mentre in Grecia, grazie al PAME, lo sciopero sarà esteso al settore metalmeccanico.
É dentro questo orizzonte continentale e policentrico che, in Italia, si inscrive lo sciopero generale convocato dall’USB per il 30 ottobre. Lì, al di là delle ragioni scatenanti i singoli percorsi di lotta nazionali, c’è un’oggettiva omogeneità dei temi che riguardano le classi subalterne a livello europeo, legati all’attuale fase del modo di produzione capitalista e agli orientamenti politici delle classi dirigenti.
Uno dei temi centrali è lo scontro tra il bisogno crescente di Welfare State a fronte a governi che prediligono le spese militari – il cosiddetto Warfare State -, ovvero la tendenza a risolvere la crisi capitalistica non più con la “transizione ecologica”, ormai seppellita, ma con la riconversione bellica dell’industria e la spinta alla militarizzazione della società.
Un altro effetto è lo scontro tra le esigenze della rendita immobiliare, con i suoi vari attori, ed i bisogni abitativi che vengono sistematicamente negati tramite un mix di speculazione e “messa a valore” del patrimonio abitativo attraverso l’industria del turismo.
Il terzo tema è quello del caro-vita, legato alla speculazione sui prezzi deregolamentati dell’energia e le conseguenze delle scelte belliciste dell’Occidente, che ormai la popolazione sul continente paga al distributore di benzina e nelle bollette, e poi a cascata su tutti i prodotti di consumo.
L’azione “fotocopia” dei vari esecutivi nazionali negli ultimi anni – tutti egualmente pronti ad eseguire gli orientamenti di politica economica imposti dall’Unione Europa che ora, sempre più esplicitamente, soffiano sul fuoco della politica bellicista – ha omogenizzato la condizione di larghi strati di subalterni.
La subordinazione politica ai desiderata europei da parte della “sinistra moderata” e il collaborazionismo sindacale sono stati i tappi che hanno fin qui frenato ciò che ora sta emergendo con inedita forza sulla spinta di una generazione che aveva cominciato a mobilitarsi sull’urgenza climatica, all’inizio dei Fridays For Future, ma che oggi ha visto ipotecato il proprio futuro alle esigenze dell’”accumulazione per esproprio” che caratterizza l’attuale imperialismo occidentale.
Come ha mostrato l’esperienza dei portuali – l’unica categoria di lavoratori che è stata in grado di promuovere iniziative oltre i perimetri nazionali, con il fondamentale supporto della FSM – oppure la campagna giovanile e studentesca europea “We do not Enlist” (che lotta contro l’introduzione della leva obbligatoria nella UE), ci dicono che siamo solo agli albori della creazione di uno spazio di confronto e organizzazione continentale. Perché è sempre più un orizzonte necessario per lo sviluppo della lotta di classe di fronte ad un polo imperialista ancora in formazione, quello della UE.
Una Unione Europea costretta ormai a fare un salto di qualità, ma che vive una crisi multiforme ed intricata, perché non è in grado di esercitare egemonia in un contesto che è ormai di palese stagflazione, cioè di ristagno economico e contemporaneamente di inflazione.
Bisogna quindi cogliere l’occasione per dare forma ad un’opposizione sociale orientata politicamente che faccia vivere lo sciopero generale del 30 ottobre come punto di rottura con tutto ciò che ostacola, a livello politico e sindacale, la costruzione di un’alternativa di sistema per i subalterni, sostanziata da forme di autonomia di classe reale.
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