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L’inaccettabile montatura mediatico/giudiziaria contro Youssef Siher

La convalida del fermo contro l’attivista Youssef Siher appare decisamente attaccata con la colla. Il contesto in cui è maturato assume i contorni di una vera e propria montatura mediatica e politica, avallata, almeno fino ad ora, da provvedimenti giudiziari restrittivi che devono andare alla verifica dei fatti. Questa mattina, nel primo interrogatorio, Yousef Siher si è avvalso della facoltà di non rispondere.

“Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove. Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame.”

Questa frase, pubblicata su un profilo Instagram, compare tra le principali imputazioni del decreto di fermo della Procura di Milano per i fatti successivi agli scontri del 17 e 18 ottobre nelle strade dello shopping di lusso milanesi. L’accusa non è vilipendio (che già sarebbe stata tirata per i capelli): è “istigazione a delinquere, aggravata dalla finalità di terrorismo“.

Nell’atto che dispone la privazione della libertà personale di Youssef Siher, lo slogan “dichiariamo guerra a questo presente infame” figura come autonomo fatto di reato.

Youssef Siher è stato fermato nella notte tra venerdì 23 e sabato 24 ottobre in quanto ritenuto dai magistrati uno dei principali organizzatori del Movimento 17 ottobre ed ora si trova nel carcere di San Vittore. Tra l’altro è stata indagata anche la moglie.

Le ipotesi di reato sono quelle istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo e l’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, cioè la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; la moglie è indagata a piede libero per gli stessi reati. Secondo i magistrati Youssef e la moglie amministravano le pagine Instagram e Telegram del Movimento, 17 ottobre che erano arrivate ad avere a oltre 48mila follower e poi di una chat con circa 9.500 iscritti.

Nel provvedimento di fermo la Procura sostiene che Youssef Siher abbia approfittato dei saccheggi del 17 e 18 ottobre per creare un gruppo Telegram con migliaia di persone e “ingenerare terrore, producendo una forte tensione sociale e un impatto intimidatorio”. Il pm parla di un progetto con finalità eversive. Viene inoltre indicato anche un pericolo di fuga.

Significativo come anche un giustizialista come Marco Travaglio questa volta individui le contraddizioni della misura giudiziaria dei magistrati milanese: “Divertente anche l’accusa di voler “fare la rivoluzione” come le “primavere arabe”. Ma se siamo in democrazia lo dobbiamo alle rivoluzioni inglese e francese, non proprio due pranzi di gala. E, per sostenere le primavere arabe, abbiamo bombardato la Libia”.

Per i pm Youssef Siher avrebbe competenze e possibilità per mettere in atto “una strategia rivoluzionaria”. Anche “attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone pronte a tutto”.

Emblematica anche la fonte ispiratrice della montatura giudiziaria contro Youssef Siher.

Il quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 Ore, nei giorni scorsi riferiva che l’individuazione di Youssef e di sua moglie Sagia non è avvenuta, se non successivamente, per opera della Polizia Postale e del servizio segreto interno (AISI), ma ha visto come primo e decisivo soggetto “indagatore” un’organizzazione dichiaratamente nazista dal nome “Der Einzige” («il fronte intellettuale anticomunista»).

Il manifesto politico di Der Einzige recita: “Unisciti a me per la battaglia della destra contro la sinistra. Per l’Occidente, per la razza bianca, noi resistiamo”.

E’ stata questa organizzazione quella che già nella giornata di venerdì, attraverso una propria indagine, avrebbe segnalato ai servizi di sicurezza il profilo criptato di Youssef Siher, quale ispiratore del movimento 17 ottobre, definendolo “un gruppo terroristico di estrema sinistra creato per organizzare violente rivolte. Distruggono e saccheggiano negozi”.

A fare da sponda a queste elucubrazioni neonaziste, ci sono poi i giornali della destra che hanno rilanciato da settimane la tesi della “saldatura islamo-comunista”, mentre i giornali liberal hanno oscillato nel decidere se buttarsi sulla pista indicata dal ministro Crosetto – gli scontri di Milano come atto di guerra ibrida da parte della Russia – o accodarsi alle concionerie di Trump e della destra sulla ingerenza islamista tra le periferie metropolitane, i movimenti solidali con la Palestina e i giovani di seconda generazione.

Se nel caso di Youssef Siher l’ispiratore dell’operazione è un gruppo neonazista, nel caso dei palestinesi dell’API in carcere ormai da quasi un anno, il mandante era stato il Mossad israeliano preso come fonte ispiratrice dell’inchiesta della magistratura italiana e poi rivisto come tale.

E’ una storia che puzza di montatura lontano un chilometro, e come tale va contrastata e smantellata.

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