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Fukushima: «Fermare la fusione, lotta contro il tempo»

Cosa sta accadendo dentro i reattori di Fukushima?

Di fronte a una scossa Richter 9 era comprensibile che un reattore nucleare avesse problemi. Quei reattori erano dimensionati per reggere un terremoto massimo attendibile di grado 8,5. Ma la scala Ri- chter è logaritmica: l’energia che è arrivata loro addosso è stata sei volte più del massimo per cui erano costruiti. Si sono spenti grazie a vari sistemi di sicurezza, ma i reattori nucleari continuano a produrre energia anche da spenti.

E l’energia, lì, si accumula…

Continuano a produrre calore. Man mano un po’ meno, ma all’interno di un contenitore in cemento armato precompresso. Tutti gli impianti ancillari esterni, non costruiti in sicurezza nucleare, sono andati distrutti. Compreso il sistema di rimozione del calore residuo. Questi reattori si sono trovati

completamente isolati, con intorno una devastazione totale e, soprattutto: senza energia elettrica esterna per alimentare le pompe, senza tubature e condotte per portare acqua al pozzo esterno che doveva assorbire il calore residuo e senza i diesel del raffreddamento di emergenza. I tecnici hanno visto che la temperatura interna saliva e iniziava a esserci parziale fusione del «nocciolo».. .

Di cosa si tratta?

Tutti i materiali hanno una temperatura di fusione; a causa del calore che aumenta i materiali con temperatura di fusione più bassa si liquefanno e si perde l’integrità fisica del nocciolo. I canali di raffreddamento si ostruiscono, non si possono più manovrare le barre di combustibile, quelle di controllo rimangono incastrate; diventa un blocco in fase di fusione totale, ingovernabile se non buttandoci sopra dell’acqua.

Bisognerebbe aprirlo?

È quel che è avvenuto a Chernobyl. Pensavano che il nocciolo non fosse fuso; tutti quelli mandati a controllare sono morti subito a causa della quantità di radiazioni.

Come si smaltisce il calore?

In due modi. Uno è quello di rilasciare parte del vapore in sfiatatoi di sicurezza, come nella pentola a pressione. Questo ha prodotto i primi rilasci radioattivi controllati. Ma anche il filtraggio ha dei li-

miti, perché «tratta» un vapore sempre più contaminato dalla presenza di materiale fuso in parte vaporizzato; si rompono i contenitori del combustibile, parte della radioattività viene rilasciata all’ambiente interno del contenitore. Filtri quel che puoi, insomma.

E l’altro metodo?

È quel che stanno facendo – e molto bene – i giapponesi. Visto che non c’è più nulla, utilizzano direttamente acqua di mare, tanto quel reattore va buttato. Quest’acqua non viene poi riversata nuovamente in mare. Viene iniettata nel contenitore e alimenta di continuo l’impianto di raffreddamento parzialmente danneggiato, come un radiatore bucato. L’acqua vaporizza, aumenta la pressione interna e a un certo punto bisogna far «sfiatare».

È così grave l’aumento di temperatura?

Le guaine contenenti il combustibile sono in lega di zirconio; che ad alta temperatura reagisce con l’acqua e produce idrogeno. Che, quando supera il 4% dell’atmosfera interna al contenitore esplode. Quelle che ci sono state anche oggi (ieri, ndr) non sono esplosioni nucleari, ma chimiche. A Cher-

nobyl sono arrivate a scoperchiare il contenitore, qui no. È una battaglia contro il tempo: si punta a evitare altre esplosioni – la produzione di calore cala col tempo – perché, dai e dai, si può fessurare il contenitore.

Che differenza c’è con le centrali più moderne?

Intanto, c’è il doppio contenimento. Dopo Chernobyl, tutti i nuovi reattori presentano una seconda gabbia di cemento, che riduce di 100 volte quello che rilascerebbe il più interno. Secondo, i sistemi di smaltimento del calore di decadimento non sono basati sulla circolazione «forzata», ma su quella naturale. L’acqua affluisce nel contenitore senza corrente elettrica. Il passaggio dalla «generazione 2» alla «3», che molti osteggiavano come inutile e costoso, è stato favorito proprio dalla lezione di Chernobyl.

Lezione molto dura…

E molte dovremo trarne da questo incidente. Gli investimenti su ricerca e sicurezza possono ripagare.

Il Giappone è paese efficiente e con poca corruzione, in questi ambiti. In Italia, la scelta del nucleare ha un senso?

Se fossimo dei governanti seri, ci dovemmo porre delle domande. Una, generale: era proprio necessario costruire apparati tecnologicamente così avanzati in territori piccoli, a così alta sismicità, densamente abitati? Sull’Italia, sinceramente, non si può fare finta che non sia successo nulla. Do-

po un incidente molto meno grave – Three Mile Island non ha rilasciato radioattività all’esterno – gli Stati uniti si sono fermati per 30 anni! A fronte di casi così bisognerebbe aprire un tavolo serio, una riflessione. I reattori di Fukushima sono simili a molti in funzione in Europa, non molto distanti da quelli di terza generazione. La natura non legge le nostre statistiche e non rispetta i nostri limiti sul «massimo terremoto credibile». Ma io non ho più sentito parlare di una conferenza sull’energia… Mi domando come sarebbe stato gestito in Italia un incidente così.

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