In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la prima classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che ci sia stato un trasferimento di egemonia dall’occidente all’oriente.
La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.
La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.
(ndr: Il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. E’ un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed — e che la valutazione è condotta a livello nazionale — i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.)
I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi.

La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate.
La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste).
- In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale).
- In Cina, la quota è 52%,
- in Corea del Sud 53%,
- e a Singapore 49%.
Al contrario:
- in Germania solo il 27%,
- nel Regno Unito 23%,
- in Francia e negli USA meno del 18%.

La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee.
Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature ed è complementare al primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali — un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo
L’analisi è basata su un database che contiene oltre nove milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato i 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025.
La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker.
Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.
Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni 90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali.
Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi quindi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”.
In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave — risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale — pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi.
Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica.
Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.
* da Roars
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa