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Napoli. Un “Amore che resiste”, la città in corteo contro repressione e sgomberi

Nel tardo pomeriggio di oggi, Napoli si è trasformata in un fiume in movimento: un corteo lungo, denso, colorato, che ha attraversato le strade intorno a Piazza Garibaldi per difendere gli spazi sociali autogestiti e denunciare la stretta repressiva imposta dal governo. Migliaia di persone hanno risposto alla chiamata degli spazi sociali napoletani, che da settimane segnalano un’escalation di attacchi e tentativi di sgombero ai danni di realtà storiche come Officina 99, GRIDAS, Insurgencia, Carlo Giuliani, Civico 7, CPRS e Banchi Nuovi.

La manifestazione, intitolata “Amore che resiste”, è festa degli innamorati , ha assunto fin da subito il carattere di un grande rito collettivo, un’affermazione di presenza contro ciò che gli organizzatori definiscono una “politica di tolleranza zero” condotta dall’esecutivo nazionale. Una politica che non si limita agli sgomberi, ma si traduce in un clima normativo sempre più soffocante: un nuovo pacchetto sicurezza — erede diretto dei decreti anti-rave e delle cosiddette zone rosse — che introduce strumenti repressivi più estesi e colpisce duramente forme di aggregazione non allineate.

Secondo i movimenti, questo impianto legislativo si inserisce in un disegno più ampio di “emergenza permanente” che, sotto la retorica dell’ordine pubblico, finisce per criminalizzare luoghi che da decenni offrono servizi, cultura, mutualismo e socialità gratuita nei quartieri popolari. Spazi che garantiscono doposcuola, palestre popolari, ambulatori, laboratori artistici, cineforum, biblioteche e assemblee aperte, e che diventano bersaglio di provvedimenti che li trattano come una minaccia anziché come un presidio sociale.

Nel corteo di oggi, la risposta della città è stata quella di una comunità che non intende arretrare. Striscioni colorati, musica diffusa dai camion, tamburi e cori hanno dato ritmo a una marcia che ha unito generazioni diverse, dai più giovani ai militanti storici. La presenza dei 99 Posse, attesissimi, ha contribuito a trasformare il corteo in un vero e proprio spazio di liberazione temporanea, un luogo dove la protesta si è intrecciata alla performance artistica. Al loro fianco, sigle e realtà internazionali come il Global Movement to Gaza, che hanno portato solidarietà e memoria delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Camminando nella folla, si percepiva un sentimento comune: la consapevolezza che difendere gli spazi sociali non significa solo opporsi allo sgombero di un edificio, ma proteggere forme di vita collettiva minacciate da norme pensate per dissuadere, frammentare, isolare. Lo slogan che risuonava più spesso era una risposta ai dispositivi repressivi del nuovo decreto sicurezza: “Contro la gabbia che costruiscono intorno alle nostre vite”

La narrazione dominante lungo il corteo era chiara: la sicurezza non si costruisce militarizzando le piazze, né perseguendo chi anima la vita culturale e sociale dei territori. Si costruisce, al contrario, permettendo alla città di respirare, garantendo luoghi dove le persone possano incontrarsi, creare, organizzarsi e immaginare alternative. La repressione — sostengono gli organizzatori — non solo non risolve i problemi strutturali, ma contribuisce a oscurarli: precarietà, crisi abitativa, degrado dei servizi pubblici, povertà crescente

Quando il corteo ha iniziato a sciogliersi, nelle luci del tardo pomeriggio, l’atmosfera era quella di una determinazione intatta. Nessuna stanchezza, piuttosto la sensazione di aver costruito insieme un momento necessario, un tassello di una mobilitazione che, per molti, è appena cominciata. In una città che ha fatto della resistenza culturale e sociale una cifra identitaria, la manifestazione di oggi ha rimesso al centro la volontà di non cedere spazi, fisici e simbolici, a un modello securitario percepito come sempre più oppressivo.

E se il governo alza i muri, Napoli — come ha dimostrato oggi — rialza la voce.

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