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Napoli. Il Kala, le sfogliatelle e l’ipocrita esecrazione antisociale

Questa volta le immagini del giovanotto urlante che brandisce un kalashnikov per le strade di Napoli hanno fatto il giro del web e dell’intero circo mediatico. Ancora una volta si è rimessa in moto la grancassa della retorica, della esecrazione e della mistificazione. Come sempre accade da oltre 48 ore siamo sommersi dalle chiacchiere dei vari tuttologi, dei vari “professionisti dell’anticamorra” (mai definizione del compianto Leonardo Sciascia fu più azzeccata..) e da tutti i figuranti che compongono la scena del paludato ed ingessato dibattito cittadino.

Diciamo subito – con buona pace di tutti i sensazionalisti –  che non siamo in presenza di qualche sconvolgente novità, di qualche inimmaginabile fenomenologia o di episodi improvvisi ed inediti a Napoli e nella sua area metropolitana.

La pratica delle stese e delle “scorrerie in armi” non è un fulmine a cielo sereno nella città del Vesuvio. Da diversi anni in tutti – ripeto tutti – i quartieri della città (un po’ di tempo fa persino a Piazzetta Carolina, ossia sotto le finestre della Prefettura) gruppi criminali o aspiranti tali danno sfoggio della loro potenza di fuoco per intimidire, per ribadire il controllo militare del territorio, per rodare nuovi adepti o – per quanto aberrante possa sembrare – per puro sfizio e piacere edonistico.

Infatti, frequentemente, oltre ai bossoli nelle serrande dei negozi o nelle mura dei palazzi restano sul selciato, spesso colpiti a morte, o eventuali “avversari” o ignari passanti che hanno avuto la malasorte di trovarsi nel “posto sbagliato”.

Quindi rispetto a quanto accaduto nel centrale quartiere di Montesanto – verso le ore 19 di una torrida serata d’estate – non siamo in presenza di nessuna sorpresa o fatto nuovo. Anzi questa volta i colpi esplosi non hanno prodotto vittime o feriti.

Ciò che sta amplificando a dismisura l’evento è l’ora in cui si è consumato, il luogo in cui è avvenuto e la potenza moltiplicatrice dei video che hanno ripreso l’uomo incappucciato e gli altri soggetti che – scompostamente – si sono esibiti in questa “performance metropolitana”.

Il Sindaco di Napoli, le associazioni degli albergatori, la Camera di Commercio e tutti coloro i quali hanno visto crescere enormemente i loro profitti lucrando – in maniera selvaggia e totalmente deregolamentata – sul fenomeno dell’Overtourism sono “preoccupati” dell’eventuale calo di gradimento della città nei circuiti del turismo.

Tutti invocano ordine, arresti e pugno di ferro dimenticando che, in questi mesi, quasi tutti i quartieri della città sono stati dichiarati “Zona Rossa” e sono stati varati regolamenti ed ordinanze limitative (specie sul versante della cosiddetta Movida) allo scopo di “sistematizzare il controllo del territorio”.

La storia recente e il profilo economico e politico di tali ambienti e gruppi di potere inducono a ritenere che le dichiarazioni di queste ore sono – sostanzialmente – affermazioni formali di circostanza in quanto gli stessi dispositivi veloci ed azzeranti della moderna (e deviante) comunicazione produrranno l’opacizzazione/dissolvimento di questo evento e, magari, tra qualche giorno tutto sarà rimosso e/o superato dal palesarsi di nuovi avvenimenti.

Già in altre occasioni “traumi cittadini” di ben altre dimensioni che hanno investito la città sono stati metabolizzati e consumati senza intaccare gli indici delle prenotazioni alberghiere, il business dei ristoranti e l’intero caravanserraglio dell’economia (puzzolente) che prospera attorno all’attuale configurazione dell’industria del turismo a Napoli.

Qualche sommessa riflessione su cui varrebbe la pena interrogarsi.

Molti commenti – tra cui quelli avanzati da alcuni cari compagni – hanno sollevato il tema dell’esistenza e della profonda pervasività della Camorra nel tessuto economico, sociale e persino antropologico della città.

Un fattore che l’attuale narrazione imperante sulla città di Napoli – alimentato in primo luogo dal “comitato d’affari” che regge Palazzo San Giacomo – tende ad espungere dalla cronaca, dalle analisi e dal “racconto pubblico”.

Del resto il quotidiano di Gaetano Caltagirone e tutto l’articolato dispositivo di propaganda e di persuasione del consenso è impegnato, diffusamente, a distorcere la condizione oggettiva della città, a negare la centralità che la “vecchia e nuova Camorra” ancora riveste nelle dinamiche economiche ed ignora – coscientemente – il collaudato intreccio continuo ed organico tra sistema politico, pezzi del mondo imprenditoriale e gruppi criminali.

Tale colpevole ed interessata rimozione che, quotidianamente, compiono le Istituzioni tutte va ricordata, va denunciata continuamente e sbattuta in faccia ogni volta che maturano simili episodi e/o si consumano scempi e avvenimenti dall’evidente portato antisociale.

Affermata tale oggettiva verità che – ripeto – viene costantemente aggirata, negata o sminuita dalla Prefettura, dal Sindaco di Napoli e dallo stesso Presidente della Regione bisogna “andare più a fondo” nell’interpretazione della città, delle sue viscere e di tutto quanto matura nella materia sociale in cui siamo immersi.

Abbiamo – da comunisti che intendono ancora svolgere una “funzione politica di massa” – l’esigenza di cominciare a comprendere, per davvero, le modificazioni e le laceranti trasformazioni che sono avvenute nella composizione di classe metropolitana, nei suoi riti e codici relazionali e nel complesso delle variegate forme di interconnessione umane e socio/economiche.

Proprio 10 anni fa – correva l’anno 2016 – all’indomani di una ennesima stesa nel quartiere della Sanità che aveva lasciato sul terreno due morti e tanti feriti avanzavamo una ipotesi interpretativa di quanto avveniva nelle viscere della metropoli con alcuni punti di ragionamento che riletti oggi appaiono, tragicamente, confermati e, addirittura, aggravati se colleghiamo quanto accaduto l’altro giorno a Montesanto con le cronache, quelle ufficiali e quelle di strada, consumate negli ultimi mesi in città e nei popolosi ed interconnessi centri dell’area metropolitana.

Inoltre – rispetto ad un decennio fa – c’è la quasi certezza che l’enorme afflusso di soldi arrivato in città (dal “Pacco per Napoli” ai soldi per l’America’s Cup, dai fondi del PNRR a quelli per le ristrutturazioni urbanistiche e territoriali ad Ovest ad Est della città), il loro utilizzo finalizzato alla valorizzazione della rendita immobiliare, della speculazione finanziaria, alla diffusione del working poor e delle inevitabili nuove forme di precarietà salariale e di vita produrranno una ulteriore polarizzazione sociale, una più profonda frattura centro/periferia e contribuirà ad amplificare il “lato oscuro della città” e i suoi effetti ad ampio raggio.

Ovviamente – da materialisti – siamo consapevoli che per incidere nella società, per modificare lo stato di cose presenti e per affermare diritti ed obiettivi di difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei settori popolari della città non basta possedere buone e sacrosante ragioni ma occorre disporre di forza, organizzazione e disponibilità al conflitto in un contesto complesso e complicato.

Ricordare tale assunto politico/pratico – in una congiuntura temporale dove anche a Napoli l’effetto depotenziante e disciplinante delle politiche del Campo Largo e dei suoi “attori locali” sembra illudere e confondere tante energie – non è una vuota o ridondante tautologia ma è – sommessamente – un richiamo ed un auspicio collettivo ad intraprendere e rafforzare (anche in prospettiva dei prossimi passaggi elettorali..e non solo!) una ipotesi di trasformazione Indipendente.

Una attitudine che deve uscire dalle nostre confort zone culturali e di “movimento” per cimentarsi politicamente – con la necessaria modestia politica ma sostenuti dallo strumento politico dell’Inchiesta di Classe – nel ventre della bestia della metropoli e nel suo quotidiano inferno.

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