Le giornate del Pilastro sono diventate una questione nazionale: un rione abbandonata dalla giunta comunale che chiede di ridiscutere un progetto di cementificazione, che chiede collegamenti, servizi e dignità al pari di ogni altra zona di Bologna è stato consegnato alla militarizzazione del governo Meloni.
In questo senso, nessuno tra chi sostiene la giunta comunale si può scandalizzare: dal momento in cui il Comune sceglie la via dello scontro non può che delegarla alle forze dell’ordine che seguono una linea nazionale precisa da mesi, da mesi ogni espressione di dissenso viene gestita a manganelli, denunce, idranti e lacrimogeni. Certo, Lepore, Madrid, Clancy, Ara e tutta la Giunta devono prendersi la responsabilità di aver usato questa via per risolvere un problema con il Pilastro, il “rione fragile” come viene descritto negli atti ufficiali.
La “fragilità” del Pilastro non piove dal cielo, è la storia di un rione trattato come un ghetto ed è aggravata dalle politiche degli ultimi anni. Dalla citofonata di Salvini alle campagne securitarie di ACER che pensa più a sfrattare che a garantire il diritto alla casa, il Pilastro è stato trattato sempre come uno sgradevole problema. Il tram che si ferma a San Donnino tagliando fuori il Pilastro e la cementificazione del Parco per il MUBA sono le gocce che fanno traboccare il vaso.
Diciamo che c’è una co-gestione delle città tra governo nazionale e amministrazioni del “campo largo”, a Bologna è in campo da anni col Patto Lepore-Piantedosi firmato con un agghiacciante simbolismo nelle stesse ore in cui Piantedosi diceva che i morti di Cutro potevano evitare di partire. E mentre si bisticcia tra governo e comune sul finanziamento delle opere, sulla gestione dell’ordine pubblico il Comune si trova sempre di più a metterlo nelle mani del governo nazionale: è successo il 7 ottobre, è successo il 21 novembre, succede da una settimana al Pilastro.
E non è solo un problema di una Giunta debole che si fa prendere per i fondelli, è una linea nazionale del PD e dei suoi alleati. Non è un caso che mentre Israele e USA allargano la guerra su Iran e Libano, il PD di Schlein fa sapere che in caso della sempre più probabile vittoria del NO non chiederanno le dimissioni della Meloni. Per l’ennesima volta il PD sta offrendo l’unità nazionale al governo perché c’è la guerra, e sull’altare dell’unità nazionale sacrificano i quartieri popolari, il movimento per la Palestina e anche il NO al referendum.
Per questo portiamo in ogni occasione il NO sociale al Referendum che è sempre più un NO al governo della guerra e della militarizzazione. Costruiamo la manifestazione nazionale del 14 a Roma, costruiamo la forza per bloccare il governo Meloni.
14 MARZO A ROMA MANIFESTAZIONE: NO SOCIALE AL GOVERNO MELONI, GOVERNO DELLA REPRESSIONE E DELLA GUERRA!
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