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Roma. Sanzionata la sede dell’Acea. “Vostri i profitti, nostra la sete”

A poche ore prima dell’assemblea dei soci di Acea, la sede dell’azienda in Piazzale Ostiense è stata sanzionata, dove sono comparsi messaggi e immagini che contrappongono la siccità, che è sotto gli occhi di tutti, e i profitti di Acea SpA, che invece sono nelle tasche di pochi.

Anche quest’anno l’assemblea ha tra i principali punti di discussione l’approvazione dei dividendi da distribuire tra gli azionisti. Acea ha chiuso il 2022 con un utile netto di 279,73 milioni di euro. Dividendi che in questi anni sono stati costantemente in crescita, mentre l’acqua è sempre più scarsa, a causa dei cambiamenti climatici, ma anche di una gestione unicamente votata al profitto. E non potrebbe essere diversamente, dato che Acea è una società quotata in borsa, che opera con logiche di mercato che non possono funzionare quando si tratta di garantire un diritto e tutelare un bene comune come l’acqua. Basti pensare che Roma continua ad essere una delle città con un tasso di perdita lineare tra i più alti d’Italia, per perdite stimate sulla rete di Acea Ato2 (Roma e Provincia), che continuano a sfiorare il 40%, con picchi del 70% in provincia di Frosinone dove la gestione è affidata ad un’altra controlla da Acea (Acea Ato5).

Mentre i soci di Acea, comune di Roma in primis, si occupano di grandi opere tossiche come il “nuovo” inceneritore, riparare le perdite, investire per il risparmio idrico e garantire a tuttə l’accesso all’acqua dovrebbero essere gli unici temi in discussione in questa fase di crisi ecologica e sociale ormai sistemica. Nulla a che vedere con progetti costosi e insensati, come i potabilizzatori dell’acqua del Tevere, o i desalinizzatori che tanto piacciono al “socio” Mekorot, compagnia israeliana che da anni priva il popolo palestinese del diritto all’acqua.

Così come non è il raddoppio dell’acquedotto del Peschiera la soluzione: un’opera faraonica, che metterà ancora più a rischio le sorgenti più grandi d’Europa e i fiumi Farfa e Velino, in un’ottica estrattivista che non solo sacrifica interi territori, ma che è destinata a condurci in un futuro con meno acqua e meno diritti.

La strada è stata già indicata dai referendum del 2011: acqua pubblica e zero profitti su un bene comune fondamentale per la vita degli ecosistemi umani e non umani.

Quella è la strada che vogliamo continuare a percorrere, sbarrando le altre ogni volta che sarà necessario.

Vostri i profitti. Nostra la sete.

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