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Roma. “Rigenerazione” e cementificazione. Il nuovo stadio rimane una forzatura

Quello che sta accadendo attorno al progetto del nuovo stadio della AS Roma non è “sviluppo”. È una forzatura. È una scelta politica precisa, che ha il sapore amaro della speculazione e l’odore pesante del cemento versato sopra ciò che resta di un equilibrio naturale già fragile.
Le istituzioni parlano con leggerezza di “riqualificazione”, etichettando quell’area come discarica, come vuoto urbano da riempire. Ma chi quel territorio lo vive, lo attraversa, lo conosce davvero, racconta un’altra verità: lì esiste un bosco urbano spontaneo, un ecosistema che negli anni si è ripreso spazio e dignità. Non è degrado: è vita che resiste. È natura che si è riappropriata di un margine dimenticato della città di Roma.
Definire “schifoso” questo progetto non è eccesso retorico, è precisione morale. È schifoso perché maschera interessi privati dietro un linguaggio pubblico. È senza decenza perché ignora deliberatamente il valore sociale e ambientale di un’area che svolge una funzione fondamentale per il benessere del quadrante: assorbimento dell’inquinamento, regolazione termica, spazio di respiro per chi ci vive.
Qui non si tratta di essere contro lo sport, né contro uno stadio. Si tratta di scegliere da che parte stare. Da una parte c’è la città come bene comune, dall’altra la città come merce. Da una parte i cittadini, dall’altra le rendite.
La retorica della “rigenerazione” è diventata lo strumento con cui si legittima la cementificazione selvaggia. Si prende un’area marginale, la si dichiara degradata, e la si consegna a operazioni immobiliari che nulla hanno a che fare con il miglioramento della vita collettiva. Il risultato? Più traffico, più consumo di suolo, più disuguaglianze. E profitti concentrati nelle mani di pochi.
Un’amministrazione degna di questo nome dovrebbe fare l’opposto: riconoscere il valore di quel bosco urbano, proteggerlo, rafforzarlo. Investire nella sua cura, nella sua accessibilità, nella sua integrazione con il tessuto cittadino. Questo sì che sarebbe riqualificare. Questo sì che sarebbe governare nell’interesse della collettività.
Invece si insiste nel svendere patrimonio pubblico per introiti ridicoli, temporanei, che non compensano neanche lontanamente il danno permanente arrecato al territorio. È una visione miope, subalterna, che tratta la città come un bancomat da svuotare.
La questione è di classe, ed è evidente. Chi decide non paga le conseguenze. Non respira quell’aria, non vive quel quartiere, non perde quello spazio. I costi ambientali e sociali vengono scaricati su chi ha meno voce, meno strumenti, meno potere.
Difendere quell’area non è romanticismo ecologista: è lotta politica concreta. È rivendicare il diritto alla città, il diritto a spazi sani, pubblici, vivi. È dire che non tutto è in vendita. Che non tutto può essere sacrificato sull’altare del profitto.
E allora sì, chiamiamolo con il suo nome: questo progetto è indecente. E merita opposizione, organizzazione, resistenza.

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1 Commento


  • Fabio

    mi fanno specie avs ( verdi). che vanno a braccetto con i partiti che vomitano migliaia di metri cubi di cemento sulla città.
    e anche i 5stelle non sono da meno.
    che al momento di votare il progetto, invece di votare contro, sono usciti dall aula.
    forse per non disturbare il campo larghissimo.
    🤬

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