Alle 10:12 del 28 maggio 1974 a Brescia, in Piazza della Loggia, una bomba nascosta in un cestino portarifiuti esplose durante una manifestazione convocata da sindacati e forze democratiche contro la violenza neofascista. Otto morti, oltre cento feriti, una città intera colpita al cuore.
Ma la bomba di Piazza della Loggia non sfregiò “la gente” in astratto. Non fu una tragedia casuale. Non fu violenza cieca.
Massacrò una piazza antifascista. Lavoratori, insegnanti, sindacalisti, militanti, pensionati, studenti. Una città operaia e popolare che nei primi anni Settanta era attraversata da un ciclo di lotte sociali intensissime.
La strage pronunciò un messaggio politico chiarissimo: “l’antifascista deve morire“.
Brescia operaia nel mirino
Per capire la Strage di Piazza della Loggia bisogna ricordare cos’era Brescia nel 1974.
Una provincia industriale caratterizzata da scioperi durissimi, mobilitazioni operaie, conflitti sociali, crescita sindacale e protagonismo della sinistra di classe. La Brescia delle fabbriche metalmeccaniche, dei cortei, dei consigli di fabbrica, delle lotte contro il carovita.
Non è un caso che proprio a Brescia il clima politico fosse tesissimo già nei mesi precedenti la strage. Da tempo gruppi neofascisti operavano nella provincia con aggressioni, provocazioni e attentati.
E dentro questa atmosfera si colloca anche un episodio rimasto nella memoria politica cittadina: la visita di Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, a Brescia nei primi mesi del 1974, in un ambiente segnato da durissimi conflitti sociali e dalla crescente mobilitazione della destra neofascista contro il movimento operaio locale.
Attorno a quella visita circolarono testimonianze insistenti relative agli incontri con industriali locali esasperati dall’ondata di conflittualità operaia e alla promessa, attribuita allo stesso Almirante, di far intervenire “i suoi” contro quel movimento che stava rendendo la provincia “ingovernabile”.
Su questi episodi non esiste una formalizzazione giudiziaria. Ma fanno parte di un clima politico reale, concreto. Un clima in cui una parte della destra radicale e dei poteri economici guardava al movimento operaio come a un nemico interno da schiacciare. La bomba di Piazza della Loggia nasce dentro quella stagione.
Strategia della tensione: colpire per governare
Negare il carattere politico della strage significa quindi falsificarne il senso storico.
Piazza della Loggia appartiene all’epoca della “Strategia della tensione”: una lunga sequenza di attentati, depistaggi, protezioni e operazioni destabilizzanti che attraversarono l’Italia fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta.
L’obiettivo non era soltanto uccidere. Era produrre paura. Spezzare le mobilitazioni sociali. Spingere il paese verso svolte autoritarie. Costruire consenso attorno all’ordine.
Dopo decenni di processi, depistaggi e omissioni, la verità giudiziaria ha individuato responsabilità nell’area neofascista di Ordine Nuovo e nelle sue connessioni con apparati dello Stato e servizi segreti deviati.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più intollerabili della vicenda: la strage non fu soltanto fascista.
Guerra fredda, apparati e reti clandestine
Attorno alla “Strategia della tensione” ruotava infatti tutto un mondo di rapporti oscuri fra eversione neofascista, servizi deviati dello Stato e strutture clandestine della Guerra Fredda.
Il tema di Gladio e delle reti Stay Behind alimentò ulteriormente interrogativi sul ruolo dell’anticomunismo internazionale nella destabilizzazione italiana, così come sul possibile coinvolgimento della NATO nell’organizzazione della Strage di Piazza della Loggia.
Le recenti acquisizioni processuali e le inchieste giornalistiche hanno documentato come esponenti di Ordine Nuovo avessero libero accesso alle armi, agli esplosivi e alle coperture di una “Gladio parallela”, intesa come forza anti-invasione dipendente dai comandi strategici dell’Alleanza Atlantica.
Ciò che emerge con chiarezza è l’esistenza di un sistema di protezioni, coperture e depistaggi che molto a lungo ostacolò la ricerca della verità.
Quella verità che non arriva mai
Per decenni i familiari delle vittime e l’antifascismo bresciano hanno dovuto perciò combattere non solo contro gli assassini, ma anche contro l’oblio e i misteri che si moltiplicavano e diventavano sempre più fitti.
La storia giudiziaria di Piazza della Loggia è una storia di processi interminabili, assoluzioni, piste fatte sparire, testimonianze manipolate.
Le condanne arrivate a lunghissima distanza di tempo non hanno cancellato questa ferita. Dopo processi, depistaggi e omissioni, la verità giudiziaria ha individuato gli esecutori nell’area neofascista e nelle sue connessioni con apparati dello Stato, come dimostrano le sentenze definitive a carico di Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, riconosciuti nel 2015 responsabili della strage nell’ambito dell’area veneta di Ordine Nuovo, mentre il nome di Marco Toffaloni continua a riemergere nelle ricostruzioni investigative più recenti.
Insomma, la vicenda processuale non può ancora dirsi del tutto conclusa neppure oggi, a oltre mezzo secolo dal tragico evento! Ulteriori filoni d’indagine e procedimenti aperti mostrano quanto la Strage di Piazza della Loggia continui a interrogare la storia italiana.
E qui emerge anche il tema della cosiddetta “giustizia riparativa”. Perché cosa significa davvero “riparare” una strage dopo più di mezzo secolo?
Nessuna sentenza restituirà le vite spezzate. Nessuna commemorazione istituzionale cancellerà i decenni di silenzi e depistaggi.
Eppure qualcosa è stato ottenuto: la verità storica e politica della strage non è stata cancellata. La tenacia dei familiari, degli avvocati, dei sindacati, dell’antifascismo cittadino ha impedito che Piazza della Loggia diventasse una memoria neutra e disinnescata.
La differenza fondamentale è questa: la pacificazione cancella i conflitti; la giustizia, invece, li nomina.
Il revisionismo e il caso Adinolfi
Non a caso attorno a questa memoria continua ancora oggi una battaglia politica.
Negli ultimi anni Gabriele Adinolfi, figura storica dell’estrema destra extraparlamentare, ha avanzato una delle ricostruzioni più controverse.
La sua tesi è tanto clamorosa quanto politicamente rivelatrice: la strage non sarebbe stata organizzata dall’eversione neofascista, ma addirittura da una struttura segretissima delle Brigate Rosse — il cosiddetto “Superclan” quasi onnipotente, opaco, trasversale, soprattutto inesistente — con l’obiettivo di favorire il compromesso storico fra DC e PCI attraverso una “strategia della tensione antifascista” e lo “spostamento a sinistra” dell’Italia!
Una teoria che rovescia completamente decenni di ricostruzioni giudiziarie e storiche.
Non si tratta semplicemente di una lettura “alternativa”. Si tratta di un tentativo politico di dissolvere la matrice fascista della strage dentro un quadro indistinto.
Adinolfi sostiene questa ricostruzione richiamando informative, testimonianze controverse e letture geopolitiche. Ma le sue tesi non hanno mai prodotto elementi probatori capaci di incrinare seriamente il quadro giudiziario consolidato sulla matrice autentica della strage. Più che una controinchiesta fondata su prove nuove e decisive, la sua appare come una elucubrazione politico-ideologica che fa evaporare le responsabilità fasciste in una nebulosa di trame internazionali, apparati corrotti e guerre occulte.
Ma il problema di queste operazioni non è soltanto la loro fragilità storica. È il loro effetto politico. Perché se tutto diventa oscuro, incomprensibile, allora nessuno è più responsabile. Se ogni strage è soltanto il prodotto di un “grande gioco” geopolitico, sparisce il dato più evidente: a Brescia venne colpita una manifestazione antifascista. E questo continua a essere il fatto essenziale.
Ordine Nuovo, Rauti e il presente
La battaglia sulla memoria di Piazza della Loggia non riguarda soltanto le interpretazioni storiche della strage. Riguarda anche il presente politico.
Pino Rauti — fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo e figura storica del neofascismo italiano — fu processato per la strage bresciana e assolto sul piano penale. Ma gli stessi pubblici ministeri parlarono di una sua responsabilità morale e politica come “predicatore di idee praticate da altri”, riconoscendogli un ruolo ideologico nella formazione di quell’universo ordinovista da cui emerse lo stragismo nero.
Eppure, proprio a Brescia, recentemente una sezione giovanile di Fratelli d’Italia è stata intitolata a Rauti. Una scelta che ha suscitato dure proteste da parte dell’ANPI e di settori dell’antifascismo cittadino, ma che viene rivendicata apertamente da ambienti della destra come omaggio a una figura considerata ancora oggi un riferimento politico e culturale.
Anche questo dice qualcosa sul presente italiano.
E dice soprattutto che Piazza della Loggia non appartiene soltanto al passato.
La memoria non è neutrale
Ogni anno le istituzioni commemorano Piazza della Loggia. Il programma ufficiale del 52° anniversario parla esplicitamente di “strage fascista”. Ma la memoria non è mai neutrale. Esiste sempre il rischio che la strage venga trasformata in una tragedia civile senza nomi politici, senza conflitti, senza responsabilità storiche precise.
E invece Piazza della Loggia continua a parlare al presente.
Parla mentre in Europa e in Italia avanzano revisionismi storici e nazionalismi aggressivi.
Parla mentre il conflitto sociale viene criminalizzato.
Parla mentre l’antifascismo si riduce spesso a rituale innocuo.
Per questo il 28 maggio non appartiene soltanto alle cerimonie ufficiali.
Una memoria ancora militante
Così anche quest’anno, accanto alle commemorazioni istituzionali, settori dell’area antagonista e dell’antifascismo militante, fra cui “Potere al Popolo!”, hanno convocato un corteo autonomo a Brescia. Una chiamata antifascista diffusa nelle ultime settimane e che nella serata del 28 maggio si focalizzerà sulla memoria della strage, sulla lotta contro guerre, fascismo, sfruttamento e per la giustizia sociale.
Si possono avere sensibilità diverse. Si possono discutere linguaggi, forme, pratiche politiche.
Ma un dato resta: a cinquantadue anni dalla strage, Piazza della Loggia continua a essere un terreno vivo di conflitto politico e memoria sociale.
E forse è proprio questo il significato più profondo del 28 maggio bresciano.
Non una memoria addomesticata. Non una liturgia innocua. Ma la persistenza ostinata di una domanda di verità, giustizia e antifascismo.
* da La Brescia del Popolo
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