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Brescia blindata per Meloni

Vietato protestare, vietato avvicinarsi, vietato disturbare il potere

Mentre a Gaza si continua a morire sotto le bombe, mentre centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla vengono sequestrati, umiliati e torturati dalle autorità israeliane, a Brescia il problema delle istituzioni sembra essere uno solo: impedire che qualcuno osi contestare Giorgia Meloni sotto il PalaLeonessa.

Giovedì 21 maggio la presidente del Consiglio arriva in città insieme a pezzi grossi di Governo — Tajani, Lollobrigida, Giorgetti — per la grande assemblea di Coldiretti, accolti dal presidente della Regione Attilio Fontana e dalla sindaca Laura Castelletti. Una passerella del potere politico ed economico nel cuore di una città sempre più trasformata in laboratorio dell’obbedienza istituzionale e della repressione preventiva del dissenso.

E infatti la Questura ha deciso che il dissenso, semplicemente, non deve essere visibile.

USB e Potere al Popolo avevano chiesto un presidio pacifico nei pressi del PalaLeonessa. Non dentro la manifestazione. Nemmeno a ridosso dell’ingresso. Ma comunque troppo vicino per un potere che pretende ormai non solo sicurezza, ma silenzio. Così è arrivato il divieto: zona rossa attorno all’evento e manifestazione autorizzata soltanto a chilometri e chilometri di distanza, praticamente relegata nel centro storico, lontano dagli occhi del governo e delle telecamere.

Una misura gravissima, accompagnata dall’ avvertimento esplicito di arresto per chiunque avesse tentato di avvicinarsi all’area del palazzetto. Non è più semplice gestione dell’ordine pubblico. È la costruzione deliberata di città sterilizzate dal conflitto sociale e politico.

La democrazia purché invisibile

Il messaggio è chiarissimo: si può protestare soltanto dove il potere non vede, non sente e non rischia di essere disturbato.

Negli Stati Uniti di Trump si può manifestare davanti alla Casa Bianca; nella Brescia governata dal dispositivo Meloni-Castelletti-Questura si viene invece allontanati di nove chilometri dal luogo della contestazione. Non per motivi di sicurezza reali, ma per impedire che il dissenso possa esistere come fatto politico concreto.

Il paradosso è persino grottesco: dentro il PalaLeonessa va in scena la celebrazione della “forza amica del Paese”, mentre fuori si sospendono pezzi elementari di libertà democratica pur di blindare la kermesse governativa.

E colpisce il silenzio quasi totale delle istituzioni cittadine. Perché vietare una protesta pacifica contro il Governo non significa colpire soltanto gli organizzatori del presidio. Significa restringere ulteriormente lo spazio democratico di tutti.

Gaza entra a Brescia

Ma questa vicenda non nasce nel vuoto.

Le ore che precedono l’arrivo di Meloni a Brescia coincidono infatti con la nuova esplosione internazionale del caso della Global Sumud Flotilla: centinaia di attivisti fermati da Israele, trasferiti con la forza, sottoposti — secondo le denunce degli avvocati di Adalah — a violenze, umiliazioni sessuali, torture, utilizzo di taser, proiettili di gomma e posizioni di stress prolungate. Donne private dell’hijab. Corpi inginocchiati. Persone costrette a camminare piegate sotto la violenza delle guardie israeliane. Immagini che hanno fatto il giro del mondo.

Ed allora il quadro si ricompone.

Perché mentre il governo italiano prova tardivamente a prendere le distanze dagli eccessi di Ben-Gvir, le complicità politiche, diplomatiche e militari con Israele restano intatte.

Non bastano dichiarazioni scandalizzate dopo mesi di massacri, devastazioni e sostegno politico al governo Netanyahu. Non basta convocare un ambasciatore. Non basta fingersi sorpresi e/o indignati.

Chi oggi condanna qualche abuso mediaticamente indifendibile continua però a mantenere relazioni, affari, alleanze e cooperazione con uno Stato che da mesi rade al suolo Gaza sotto gli occhi del mondo intero.

L’ Israele di oggi non rappresenta  una semplice “deriva” passeggera di un antico e nobile ideale politico, ma è l’espressione coerente di un progetto fondato su occupazione, sopraffazione e apartheid. Le immagini delle violenze contro gli attivisti della Flotilla, l’arroganza esibita dal ministro Ben-Gvir e la brutalità quotidiana contro il popolo palestinese non sono eccezioni, ma conferme di una lunga storia di violenza coloniale. E proprio per questo non bastano più parole di condanna o prese di distanza tardive: servono misure concrete, dalla rottura delle relazioni politiche e commerciali con Israele sino allo stop all’invio di armi e alla fine di ogni complicità con il genocidio in corso

Per questo il Presidio Permanente Palestina ha deciso di rilanciare la mobilitazione cittadina intrecciando direttamente i fatti della Flotilla con la presenza della Meloni a Brescia.

Siamo tutte e tutti sulla stessa barca”

La scelta del flash mob convocato in piazza Paolo VI per le 18.30 del 21 maggio non è casuale.

Esso consisterà nei corpi rannicchiati, nelle mani dietro la schiena, nel silenzio collettivo: tutto richiamerà le immagini degli attivisti sequestrati e umiliati da Israele. Una forma di immedesimazione politica e fisica che rompe la distanza tra “qui” e “laggiù”.

Perché il punto centrale della mobilitazione è proprio questo: Gaza non è lontana.
Le responsabilità occidentali non sono astratte.
E Brescia non è esterna a tutto questo.

La repressione del dissenso interno e il sostegno internazionale allo Stato israeliano fanno parte dello stesso quadro politico: governi sempre più autoritari all’interno e sempre più complici all’esterno.

Ma il flash mob e la mobilitazione cittadina non vogliono essere soltanto una testimonianza simbolica. Dentro la piazza c’è anche una piattaforma politica precisa: la richiesta di liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, la denuncia delle torture e delle detenzioni arbitrarie, la richiesta di far entrare immediatamente aiuti umanitari, personale medico e materiali per Gaza, la fine dei bombardamenti, dell’assedio e della fame imposta alla popolazione civile. E insieme a Gaza, i manifestanti richiameranno anche il Libano, l’Iran, il Venezuela e tutti i popoli colpiti da guerra, colonialismo, sanzioni e oppressione.

Non è un caso che tra gli attivisti fermati nella Flotilla vi siano figure provenienti dalle lotte sociali italiane, come l’operaio del collettivo ex-GKN Dario Salvetti e Antonella Bundu. Perché chi lotta contro delocalizzazioni, sfruttamento, privatizzazioni e devastazione sociale riconosce nella causa palestinese qualcosa di più di una semplice emergenza umanitaria: vede una lotta contro un sistema globale di dominio, occupazione e profitto.

La guerra fuori, la guerra sociale dentro

E quindi diventa impossibile separare la politica internazionale dalla situazione interna.

Gli stessi governi che trovano miliardi per il riarmo, che sostengono Israele e che blindano le città contro i manifestanti, sono quelli che ogni giorno parlano di sacrifici, precarietà, austerità e disciplina sociale.

La guerra esterna e la guerra interna procedono insieme.

Da una parte il genocidio normalizzato e le alleanze militari.
Dall’altra le zone rosse, i divieti, la criminalizzazione del dissenso e la progressiva riduzione degli spazi democratici.

Brescia, ancora una volta, si rivela un piccolo laboratorio di tutto questo.

Una città dove il potere pretende applausi dentro i palazzetti e silenzio fuori. Una città dove protestare contro il governo diventa un problema di ordine pubblico. Dove la pace viene celebrata nei convegni mentre si reprimono coloro che denunciano guerra e complicità.

Ma proprio per questo le mobilitazioni di queste ore assumono un significato che va ben oltre la singola visita di Meloni.

Perché difendere il diritto di manifestare, denunciare il genocidio a Gaza e rompere il silenzio sulle responsabilità italiane significa oggi opporsi alla stessa deriva autoritaria.

E perché, evidentemente, se hanno bisogno di blindare un’intera città per impedire una protesta pacifica, allora il dissenso fa ancora paura.

* da La Brescia del Popolo

 

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