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Brescia. Le educatrici della Val Trompia e il salario della paura

Quando il liberismo entra nel welfare: precarietà per chi lavora, incertezza per chi ha bisogno

La vicenda delle ventitré educatrici della Val Trompia che rischiano il licenziamento dal prossimo 31 luglio non è soltanto una vertenza occupazionale. È uno spaccato significativo di come vengono oggi gestiti molti servizi essenziali nel nostro territorio.

Parliamo di lavoratrici che da anni, e in alcuni casi da decenni, seguono bambini e ragazzi con disabilità in numerosi comuni della Valle: Pezzaze, Marcheno, Sarezzo, Villa Carcina, Concesio, Bovezzo e Caino. Hanno costruito competenze professionali, relazioni educative e conoscenza dei contesti familiari. Eppure oggi il loro futuro lavorativo appare appeso a decisioni amministrative e organizzative sulle quali nessuno sembra voler assumere una responsabilità chiara.

La cooperativa che gestisce il servizio richiama la normativa regionale. I Comuni rimandano alle disposizioni provenienti da Milano. La Regione, come spesso accade, resta sullo sfondo. Il risultato è il consueto rimpallo di responsabilità che accompagna molte crisi occupazionali: tutti trovano una giustificazione, mentre a pagare il prezzo delle scelte sono i lavoratori e le famiglie che usufruiscono del servizio.

La questione, tuttavia, va ben oltre i confini della Val Trompia. Questa vicenda mette in luce una contraddizione che attraversa da anni il modello sociale ed economico bresciano.

Brescia continua a essere celebrata come una delle province più produttive d’Italia, un territorio dinamico capace di esportare, innovare e creare ricchezza. Ma dietro questa immagine esiste una realtà molto meno rassicurante, fatta di appalti al massimo ribasso, salari insufficienti, precarietà crescente e progressiva svalutazione del lavoro nei servizi alla persona.

Negli ultimi decenni una parte importante del welfare pubblico è stata affidata a cooperative, consorzi e soggetti privati. L’obiettivo dichiarato era quello di aumentare efficienza e flessibilità. Nella pratica si è spesso costruito un sistema nel quale la qualità del servizio finisce per dipendere dalla compressione dei costi e, in particolare, del costo del lavoro.

A farne le spese sono soprattutto figure professionali come educatori, operatori sociali e assistenti, chiamati a svolgere mansioni sempre più delicate senza che a queste responsabilità corrispondano adeguati riconoscimenti economici e professionali.

In questo quadro colpisce anche il comportamento delle organizzazioni sindacali confederali. CGIL, CISL e UIL sembrano disposte ad accettare un percorso che considera i licenziamenti come un esito sostanzialmente inevitabile. Ci troviamo tuttavia di fronte a un problema che va oltre questa singola vertenza. Il sindacato nasce per difendere il lavoro e modificare rapporti di forza sfavorevoli, non per limitarsi a certificare decisioni già prese altrove.

Anche senza voler pensare che ogni licenziamento sia evitabile, è legittimo domandarsi se oggi il sindacalismo confederale possieda ancora la volontà e gli strumenti necessari per contrastare processi che producono precarietà e riduzione dei diritti. Una domanda che interroga questa vicenda, così come molte altre che negli ultimi anni hanno interessato il territorio bresciano.

Per quanto riguarda la vertenza triumplina, l’Unione Sindacale di Base indica come prospettiva l’internalizzazione delle educatrici negli organici comunali, ritenendo che servizi tanto delicati non debbano essere affidati alle logiche degli appalti e delle esternalizzazioni.

La questione, tuttavia, riguarda un problema più generale. Il sistema delle cooperative sociali nacque con l’ambizione di valorizzare il lavoro, la partecipazione e il radicamento territoriale. Ma, negli ultimi anni, esso si è trasformato nell’anello attraverso il quale gli enti pubblici scaricano sui lavoratori i costi della riduzione della spesa sociale.

Quando la continuità educativa viene subordinata alle esigenze dei bilanci, quando salari e diritti diventano la principale variabile su cui intervenire per vincere un appalto, è inevitabile domandarsi se questo sistema stia ancora perseguendo le finalità per cui era nato oppure se non sia diventato, semplicemente, uno strumento per rendere più precario il lavoro e più fragile il welfare.

La storia delle educatrici della Val Trompia ripropone infine anche un altro interrogativo generale. Se una provincia tra le più ricche e produttive d’Europa non riesce a garantire stabilità occupazionale a chi si occupa quotidianamente dell’inclusione scolastica e dell’assistenza ai soggetti più fragili, quale idea di sviluppo sta perseguendo?

Da tempo sosteniamo che accanto alla narrazione ufficiale della “locomotiva bresciana” esiste un lato oscuro fatto di lavoro povero, sfruttamento e insicurezza occupazionale. Questa vicenda sembra confermarlo ancora una volta.

Perché non basta produrre ricchezza. Occorre anche decidere come distribuirla e quali attività considerare davvero essenziali. E una società che tratta come un costo da ridurre chi garantisce diritti, inclusione e coesione sociale finisce inevitabilmente per impoverire se stessa.

* da La Brescia del Popolo

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