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Morti in Ucraina e morti nel Donbass

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Nel giorno in cui, con le spalle ben coperte dalle “preoccupazioni” del Dipartimento di stato per le “forti perdite ucraine” degli ultimi giorni nel Donbass, il Segretario del Consiglio di sicurezza Aleksandr Turčinov minaccia l’introduzione della legge marziale, in Ucraina si è riaperta la caccia i giornalisti.

Questa mattina, a Kiev, è saltata in aria l’auto su cui viaggiava il redattore del sito web “Ukrainskaja Pravda”, Pavel Šeremet. Non è chiara la matrice del gesto; colleghi dell’ucciso, parlano del suo legame con la proprietaria del sito web (sorto nel 2000, pare, con soldi di Washington) Alëna Pritula e la sua morte ricalca quella del primo coproprietario di “Ukrainskaja Pravda”” e (anche lui) amante della Pritula, Georgij Gongadze. Pare che in ambedue i casi, gli uccisi viaggiassero a bordo di un’auto della Pritula e, se di matrice politica deve trattarsi, questa potrebbe significare la preparazione di qualcosa ai vertici del Paese (“Ukrainskaja Pravda” non è certo un sito antiregime), con un tentativo di suscitare clamore e forse qualcosa di più: da giorni il Ministro degli interni Arsen Avakov sta scrivendo su feisbuc di minacce di golpe.

Con l’assassinio di Šeremet si allunga la lista di giornalisti, fotoreporter, corrispondenti uccisi in Ucraina dal golpe del febbraio 2014. Già nei primissimi mesi dell’attacco armato di Kiev al Donbass, due anni fa, si contavano almeno sette morti, tra cui il fotografo freelance italiano Andrea Rochelli e i due corrispondenti della Prima rete televisiva russa, Igor Korneljuk e Anton Vološin, uccisi il 17 giugno 2014 da colpi di obice contro il posto di blocco di Stukalova Balka, sparati seguendo le indicazioni di tiro della neonazista  Nadežda Savchenko. Uno degli ultimi nomi di spicco, caduti per mano dei neonazisti ucraini, era stato nell’aprile 2015 il giornalista, storico e conduttore televisivo Oles Buzina, freddato davanti al portone di casa e il cui assassino era stato rimesso immediatamente in libertà, su “raccomandazione” degli squadristi di guardia al tribunale.

Ma se questa è la situazione interna in quella che Petro Poroshenko definisce “l’avamposto della democrazia europea” a est dell’Oder, nella regione aggredita del Donbass le cose non vanno meglio. Con la differenza che, nelle ultime settimane, all’intensificarsi dei bombardamenti ucraini sui centri abitati delle Repubbliche popolari, fa riscontro un numero crescente di soldati di Kiev che cadono, spesso non solo per la risposta delle milizie, ma anche per la generale situazione di insubordinazione, le ubriacature, l’autolesionismo, fino a vere esecuzioni con “fuoco amico” dei battaglioni neonazisti contro reparti dell’esercito regolare.

Una situazione che ha sollevato le “preoccupazioni” di Washington a proposito del “rispetto” degli accordi di Minsk, non tanto per la ripresa dei bombardamenti ucraini, quanto per i soldati di Kiev rimasti sul terreno: nove soltanto ieri e una ventina di feriti, più altri 3 morti e cinque feriti in un tentativo di attacco al villaggio di Staromikhajlovka, alla periferia ovest di Donetsk e i morti erano stati 7, con una quindicina di feriti, il giorno precedente. Mentre la DNR denuncia i colpi di armi pesanti – che, in base agli accordi di Minsk, dovrebbero stare, a seconda del calibro, a 50 o 100 km dalla linea del fronte – su tutti rioni della periferia di Donetsk da sempre più esposti alle artiglierie, ai razzi e ai mortai ucraini, sull’area dell’aeroporto, su Jasinovata, Spartak, da Washington si lamentano gli attaccanti freddati dalla fucileria di risposta. Solo questo, solo le vittime ucraine, secondo il modo di vedere yankee, “mina” gli accordi di Minsk; la violazione della linea di separazione tra le parti, il rifiuto di procedere allo scambio di prigionieri, i civili del Donbass morti per le bombe sulle abitazioni, sugli autobus, nei parchi, sugli ospedali e sulle scuole: questo non “minaccia” Minsk.

Ieri, le autorità municipali di Donetsk, hanno rese note le cifre di civili rimasti uccisi dall’inizio del conflitto, tra i residenti nei quartieri più esposti della capitale della DNR: 477, solo nei quartieri Petrovskij, Kievskij e Kujbyševskij. Negli stessi rioni si contano anche oltre 1.400 grandi condomini e più di 5.000 singole abitazioni distrutti. Nel rione periferico di Zajtsevo, i morti civili sono stati 20 e 47 i feriti, compresi molti bambini.

Ma, di fronte a tutto ciò, Kiev minaccia di introdurre la legge marziale, in relazione al massiccio inasprirsi della situazione al fronte, provocato proprio dalla parte ucraina.

Per tutta risposta, ieri il presidente della DNR, Aleksandr Zakarčenko, ha apposto la propria firma a chiusura della petizione lanciata dagli abitanti del Donbass e indirizzata al Consiglio di sicurezza Onu, contro le violazioni ucraine degli accordi di Minsk e che, partita il 1 giugno scorso, ha raccolto oltre 300mila firme. “Confido nella reazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nell’accoglimento di questa petizione” ha detto Zakarčenko; “con le proprie azioni l’Ucraina sta completamente discreditando l’attività delle organizzazioni internazionali. Vogliamo far capire che qui vivono non dei terroristi. Non volevamo questa guerra e non l’abbiamo iniziata. Ogni guerra finisce, ma qui la questione è come finirla”.

E la DNR denuncia la tattica dilatoria tenuta da Kiev ai colloqui di Minsk, con il continuo ricambio di propri rappresentanti al tavolo delle trattative. Natalja Nikonorova, facente funzioni di Ministro degli esteri della DNR e rappresentante del sottogruppo politico a Minsk, lamenta che, ogni volta, i colloqui devono ripartire pressoché da zero, perché i nuovi rappresentanti ucraini sostengono di non conoscere le linee del processo di pace. A questo “cavillo”, l’Ucraina, per scatenare un’offensiva militare, potrebbe far seguire il pretesto di alcune nazionalizzazioni di cui si sta parlando nella DNR, considerate da Kiev una violazione degli accordi. Per la verità, una legge in materia sarebbe stata adottata (per ora si alternano conferme e smentite) dal Consiglio del popolo della DNR lo scorso 24 giugno, ma non è stata ancora pubblicata, pur se, pare, si sarebbe cominciato a requisire alcune grandi imprese metallurgiche, i cui proprietari o sono da tempo riparati altrove o si erano schierati dalla parte della Repubblica popolare. Gazeta.ru cita le dichiarazioni di un rappresentante della DNR, secondo cui nel disegno di legge in questione, “Sulla difesa delle proprietà e dei diritti di proprietà”, la parola nazionalizzazione non figurerebbe e, oltretutto, negli accordi di Minsk, non si fa cenno della inviolabilità della proprietà privata.

Come che sia, si tratti di pretesti sfrontati o di tattiche “innocenti”, i massicci bombardamenti e i concentramenti di uomini e mezzi degli ultimi giorni non lasciano presagire nulla di buono. Ancora una volta, come già lo scorso 8 luglio, è dal Cremlino che giungono le preoccupazioni per una possibile svolta militare da parte ucraina e addirittura i rappresentanti Osce lamentano di prepararsi al peggio. Il rappresentante russo all’Osce, Aleksamdr Lukaševič, ha dichiarato che le forze ucraine stanno schierando mezzi corazzati e sistemi razzo “Točka U” lungo il fronte, in direzione di Stanitsa Luganskaja. Il vice capo della missione di monitoraggio Osce, Aleksander Hug, ha dichiarato che, sia nelle aree di Lugansk che di Donetsk, le violazioni del cessate il fuoco si sono fatte molto più frequenti, anche solo rispetto a una settimana fa.

Che davvero il vertice Nato a Varsavia abbia dato disco verde per la guerra ai golpisti ucraini?

 

Fabrizio Poggi

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