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Quali piani USA per il Pacifico orientale?

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"Finché gli Stati Uniti e i loro seguaci continueranno con minacce nucleari, ricatti, esercitazioni militari alle nostre porte, allora noi continueremo a sviluppare il nostro potenziale di difesa per un attacco preventivo, anche nucleare”: questo il succo della risposta data dal rappresentante permanente nordcoreano all'ONU, Cha Son-nam, alle giustificazioni addotte dal Consiglio di Sicurezza per  le sanzioni contro Pyongyang, in seguito ai suoi esperimenti missilistici e nucleari. Alla dichiarazione ONU, secondo cui gli esperimenti nordcoreani costituirebbero una “minaccia alla sicurezza mondiale”, Cha ha risposto che gli oltre duemila esperimenti nucleari USA non sono mai stati considerati una minaccia e che quindi “l'art.39 dello Statuto ONU non ha proprio nulla a che vedere con qualsiasi esperimento nucleare o lancio di satelliti”. Secondo Cha, gli esperimenti e i lanci, anche di missili balistici intercontinentali, costituiscono un “diritto alla difesa” della RPDC, per “eliminare ogni fonte di provocazione in caso di minaccia da parte di forze nemiche”. L'ultima risoluzione ONU contro la Corea del Nord, approvata lo scorso 30 novembre, prevede misure restrittive riguardo a leasing e noli di navi mercantili, loro assicurazione, cooperazione scientifica e tecnica, transito nel territorio della Corea del Nord.  

Per quanto concerne le potenzialità nucleari nordcoreane, varie agenzie scrivevano ieri della defezione di un ex diplomatico nordcoreano, secondo il quale Pyongyang conta di mettere a punto un missile balistico intercontinentale, dotato di testata nucleare, per la fine del 2017 o inizio 2018. La  notizia, in sé, non costituisce una novità: la stessa nordcoreana kcna.kp ne aveva scritto un mese fa, presentandola come risposta alla “politica aggressiva USA”, per mezzo del “rafforzamento del potenziale nucleare di dissuasione” della RPDC. Ma, in compenso, non si è fatta attendere la reazione USA. Se fino ai giorni scorsi, fonti statunitensi ipotizzavano diverse varianti di possibili “attacchi preventivi” agli impianti nucleari nordcoreani, ieri l'agenzia sudcoreana Yonhapnews scriveva, sulla base di fonti militari di Seoul, della prossima formazione di una brigata mista yankee-sudcoreana, di mille-duemila uomini, per l'eliminazione di Kim Jong Un e della leadership nordcoreana, in caso di operazioni militari nella penisola. Per il momento, Washington e Seoul hanno deciso l'intensificazione di manovre militari congiunte nell'area.

In questa cornice e con l'approssimarsi dell'entrata in carica di Donald Trump, i “seguaci orientali” degli Stati Uniti vanno sondando con maggior insistenza le possibili mosse di Washington. Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe, se in campo economico si dice preoccupato per un possibile sganciamento USA dal TPP (Trans-Pacific Partnership), in campo militare ha dichiarato che l'alleanza nippo-americana è vantaggiosa non solo per Tokyo, ma anche per Washington e “costituisce la base della politica estera giapponese nel campo della sicurezza”. Rispondendo indirettamente alle dichiarazioni pre elettorali di Trump, per un maggiore impegno finanziario giapponese nel mantenimento delle basi USA in Giappone (52mila uomini e 130 aerei), Abe ha assicurato che Tokyo “si sta impegnando nel campo della difesa, dato che la situazione della sicurezza nella regione Asia-Pacifico si va complicando”.

Che la situazione non sia da tempo esattamente tranquilla, lo testimonia anche il nuovo invio cinese di tre motovedette nell'area dell'arcipelago disabitato delle isole Diaoyu (Senkaku-shotō per i giapponesi) nel mar Cinese Orientale, contese tra Pechino e Tokyo.

La disputa a proposito dell'arcipelago si è inasprita a partire dal 2012, dopo che Tokyo aveva annunciato unilateralmente l'acquisto delle isole da proprietari privati. Da allora, vascelli militari cinesi incrociano abitualmente nelle acque circostanti, suscitando reazioni negative giapponesi. Reazioni accentuatesi ulteriormente negli ultimi mesi, tanto che, stando al Yomiuri Shimbun, Tokyo sta mettendo a punto, per l'eventualità di incidenti in mare, un piano “difensivo” con missili contro-nave e sbarchi sulle isole.

D'altronde, se le Diaoyu nel mar Cinese Orientale non sono le uniche isole rivendicate da Pechino, anche Tokyo non ha l'occhio rivolto solo al sud. Una disputa ben più accesa e di ben più lunga data, è quella riguardante le isole Kurili meridionali, dai giapponesi dette “territori settentrionali”, che contrappone Tokyo a Mosca. Shinzo Abe è tornato ieri su tale questione, a meno di un mese dall'incontro in Giappone con Vladimir Putin, in cui si era parlato anche di Iturup, Kunašir, Šikotan e dell'isolotto disabitato di Khabomai. Abe, scrive Pravda.ru, si sarebbe espresso per un'accelerazione delle trattative con Mosca, relative all'avvio di attività economiche congiunte su Šikotan e Khabomai: “Non ci sono stati progressi per 70 anni” ha detto; “se non conduciamo colloqui, tra un po' arriveremo a 100 anni e la questione diverrà storia”. Ma Abe è tornato oggi anche sulla questione che sta “dividendo” Tokyo e Seoul, quella delle “donne di conforto”, esigendo dal governo sudcoreano “il rispetto degli impegni presi” con l'accordo del 2015. Secondo l'intesa, il Giappone versa 8,5 milioni di $, in segno di “pentimento” e di “risarcimento”, mentre Seoul si impegna a convincere le organizzazioni civili a rimuovere i monumenti alle “donne di conforto”, sistemati di fronte alla rappresentanza diplomatica giapponese a Seoul e a quella consolare di Busan. Per domani, è prevista la partenza dell'ambasciatore giapponese dalla Corea del Sud, temporaneamente richiamato in patria a causa delle statue che nessuno pare intenzionato a rimuovere.

Ma, a dispetto dei timori di Shinzo Abe, non sembra probabile che la presenza USA nel Pacifico e in particolare nelle basi giapponesi, prima fra tutte quella strategica di Okinawa, possa venir depotenziata da prossime mosse della nuova amministrazione americana. Sinora è accaduto proprio il contrario e le decisioni degli ultimi mesi sembrano testimoniarlo. Di fronte al ridislocamento nell'isola di Guam di bombardieri strategici nucleari B-1BS e bombardieri “transonici” B-2A, a tecnologia stealth; al riposizionamento nel Pacifico anche della 3° Flotta, che si aggiunge ai circa 70 vascelli – di superficie e subacquei – 300 aerei e 50.000 tra marinai e aviatori della 7° Flotta; alla richiesta del Dipartimento per la marina, di aumentare di circa 100 unità, nei prossimi anni, il naviglio militare statunitense, la cui parte maggiore, è tradizionalmente posizionata nell'Oceano Pacifico; di fronte a tali mosse, la disputa tra Tokyo e Seoul appare come un paravento alzato a mascherare piani ben più pericolosi.

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